Gaza City, 28 febbraio 2025. Un bambino osserva le lanterne nel mercato di Al-Zawiya. Foto di Ahmed Dremly/+972 Magazine
Gaza City, 28 febbraio 2025. Un bambino osserva le lanterne nel mercato di Al-Zawiya. Foto di Ahmed Dremly/+972 Magazine

"A Gaza, il nostro terzo Ramadan all'ombra dei droni israeliani"

Un giornalista palestinese racconta cosa significa vivere il mese sacro nella Striscia devastata dai bombardamenti e sotto la costante minaccia di nuovi attacchi israeliani: "Mai avrei pensato che il digiuno ci fosse imposto per tutto l'anno". Dall'inizio della festività, almeno 41 palestinesi sono stati uccisi

+972 Magazine

+972 MagazineRivista indipendente israelo-palestinese

11 marzo 2026

  • Condividi

L'articolo originale in inglese, disponibile a questo link, è stato realizzato da Ahmed Dremly. La traduzione, a cura della redazione de lavialibera, è pubblicata in accordo con +972 Magazine.


Per il terzo anno consecutivo, il mese di Ramadan arriva a Gaza portando i ricordi dolorosi della vita che non abbiamo più. Quella che un tempo era una festività piena di vita, scandita dalle tavole imbandite e dai momenti spensierati con i propri cari, oggi viene celebrata tra strade segnate dalle bombe e avvolte nel buio. Cibo e acqua scarseggiano e molte delle persone con cui condividevamo quei momenti non ci sono più. Nell'ultimo anno, mia madre, mio zio e mia nonna sono morti a causa di malattie che probabilmente avrebbero potuto essere evitate se non fosse stato per le condizioni imposte da Israele. Così, la loro assenza ha trasformato questo mese, un tempo occasione di ritrovi felici, in una stagione di lutto solitario.

Il Ramadan che non c'è più

Prima della guerra, il Ramadan era segnato dalla silenziosa disciplina di insegnare al corpo a sopportare la fame e la sete. Mai avrei immaginato che pochi anni dopo questa privazione ci sarebbe stata imposta per tutto l'anno

Prima della guerra, il Ramadan era il periodo più pacifico dell'anno. Il mio spirito si nutriva dei pasti insieme alla famiglia, delle lunghe visite agli amici e della silenziosa disciplina di insegnare al mio corpo a sopportare la fame e la sete. Mai avrei immaginato che pochi anni dopo questa privazione ci sarebbe stata imposta per tutto l'anno.

Quando ero bambino, alla vigilia del Ramadan mi aggrappavo ai miei genitori incapace di contenere la mia eccitazione per i festeggiamenti che invadevano le strade. Andavamo a piedi al Souq Al-Zawiya, lo storico mercato di Gaza City, per comprare tutto l'occorrente: tovaglie, decorazioni, carne, spezie, sottaceti, vassoi di dolci, il tradizionale stufato di verdure che le famiglie palestinesi servono durante il primo Iftar (il pasto serale con cui si interrompe il dugiuno una volta calato il sole, ndr). Ricordo che mi fermavo davanti al venditore di lanterne, ne prendevo una e la rimettevo a posto, incapace di decidermi sul colore. Alla fine, sceglievo sempre quella che brillava di più. La appendevamo al balcone di casa come tutte le famiglie e i negozianti, finché tutte le strade non si illuminavano di una morbida luce gialla.

Dopo il primo iftar incontravo i miei amici per metterci d'accordo su quale moschea frequentare per il Taraweeh, la preghiera speciale recitata di notte durante il Ramadan. Pianificavamo con grande precisione le nostre serate, incastrando le visite a questa o quella casa. Tra preghiere, risate e compagnia, il mese scorreva dolcemente. Era, in tutti i sensi, un tempo di pace.

A Gaza, la tragedia dei dispersi e dei corpi senza nome

Nessuna pace

Quest'anno, anche dopo quattro mesi di cosiddetto "cessate il fuoco", il Ramadan a Gaza rimane irriconoscibile. Le forze israeliane continuano a dominare i cieli sopra la Striscia, effettuano bombardamenti intermittenti e spingono la cosiddetta "linea gialla" (che segna il limite delle aree sotto il controllo dell'esercito israeliano, tagliando in due la Striscia, ndr) ogni giorno più in là. 

Almeno 650 palestinesi a Gaza sono stati uccisi negli attacchi israeliani dall'entrata in vigore del cessate il fuoco, di cui 41 dall'inizio del Ramadan

Almeno 650 palestinesi a Gaza sono stati uccisi negli attacchi israeliani dall'entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre, di cui 41 dall'inizio della festività (dati del ministero della Salute di Gaza aggiornati all'11 marzo, ndr). Le famiglie faticano a trovare gli ingredienti di base per i pasti, perché l'ingresso di cibo rimane strettamente limitato e soggetto all'approvazione israeliana. Il poco che è disponibile ha prezzi ben al di là delle loro possibilità. E si vive sotto costante minaccia: Israele sembra terribilmente vicino a infrangere nuovamente il cessate il fuoco o a soffocare ancora una volta l'ingresso di cibo, come ha fatto l'anno scorso.

+972 Magazine, l'informazione fuori dal coro da Israele e Palestina

Dall'inizio della guerra, mi sono sempre rifiutato di lasciare il nord della Striscia. Nonostante i bombardamenti incessanti di Israele, le incursioni terrestri e le restrizioni agli aiuti, sono rimasto a Gaza City. Porto con me il pesante senso di colpa del sopravvissuto: mentre io sono qui a raccontare un altro Ramadan a Gaza, più di 72mila persone uccise negli attacchi israeliani negli ultimi due anni e mezzo non ci sono più.

Il primo Ramadan di fame

Il primo Ramadan dopo l'inizio della guerra è caduto in un periodo di gravissima (e forzata) carestia. Con l'assedio israeliano che impediva agli aiuti di raggiungere le mani affamate, trovare una sola pagnotta di pane era un miracolo. Ben prima dell'inizio del mese, la mia famiglia aveva già esaurito carne, pesce, frutta e verdura. Sfollati per la terza volta, stavamo stipati nella casa di mia zia nel quartiere di Al-Sahaba, nella parte orientale della città. Solo la mia famiglia era composta da 11 persone: i miei genitori, due sorelle e i loro figli. In totale, 48 persone condividevano l'appartamento di 120 metri quadrati, con un solo bagno. Lo spazio per festeggiare, quindi, era ben poco. Rompevamo il digiuno con qualsiasi cibo riuscissimo a trovare: lenticchie, fagioli, riso. Quando anche questo è finito, abbiamo iniziato a cucinare l'erba raccolta solo per avere qualcosa da portare a tavola per l'Iftar.

Eravamo in 48 in un appartamento di 120 metri quadrati con un solo bagno. Rompevamo il digiuno con qualsiasi cibo riuscissimo a trovare: lenticchie, fagioli, riso. Quando anche questo è finito, abbiamo iniziato a cucinare l'erba raccolta

Israele ha bombardato senza sosta molte delle moschee di Gaza, costringendo i fedeli a celebrare il Taraweeh in tende, aule scolastiche o rifugi allestiti negli ospedali. Ma nemmeno qui eravamo al sicuro: più volte l'esercito ha preso di mira le aree di preghiera improvvisate durante i momenti di preghiera. Un iftar dopo l'altro, le condizioni a Gaza peggioravano, così come la salute di mia madre. I farmaci per il diabete e l'asma non erano disponibili nelle poche farmacie ancora operative e presto si è presentato un nuovo dolore che tre mesi dopo, quando Israele le ha finalmente concesso il permesso per l'evacuazione in Egitto, i medici hanno diagnosticato come cancro al pancreas in fase terminale.

Il secondo Ramadan in guerra: l'illusione della tregua

L'anno scorso, il Ramadan è iniziato di nuovo durante una fragile tregua. Speravo che quei brevi e incerti giorni di calma potessero finalmente darci un piccolo spazio di riflessione e guarigione. Invece, la guerra genocida è ripresa meno di tre settimane dopo. Nei giorni che hanno preceduto il primo Iftar, che è caduto il 27 febbraio, ho camminato per Gaza City assaporando l'atmosfera del Ramadan che ci era stata negata l'anno prima. Alcune case, anche in parte distrutte, esponevano deboli luci colorate tremolanti dai balconi. Ma la maggior parte della città era senza elettricità costante, avvolta nell'oscurità.

I droni sorvolavano le nostre teste quasi ogni giorno, e soprattutto intorno all'Iftar, a dirci come un promemoria: a Gaza, il pericolo non è mai lontano

I droni sorvolavano le nostre teste quasi ogni giorno, e soprattutto intorno all'Iftar. Il loro ronzio costante ci seguiva mentre rompevamo il digiuno, a dirci come un promemoria: a Gaza, il pericolo non è mai lontano. E nonostante questo, i venditori ambulanti affollavano le strade, cercando di vendere qualsiasi verdura o dolce fossero riusciti a procurarsi.

Da giornalista, ho parlato con decine di persone, chiedendo loro come si stavano preparando al Ramadan dopo più di un anno di guerra. Molti mi hanno detto di voler ritrovare la calma spirituale e il senso di comunità che caratterizzano questo mese, aggrappandosi ai ricordi di anni più felici e alla speranza di giorni migliori. Ma nessuno è riuscito a sfuggire al dolore del genocidio. Quasi tutti avevano perso qualcosa di inestimabile: parenti, vicini, intere famiglie. Anch'io pensavo costantemente a due dei miei amici più cari, cinque cugini e decine di parenti e amici uccisi dagli attacchi israeliani. Desideravo ardentemente ricongiungermi con la mia famiglia sfollata, in particolare con i miei genitori, che erano stati evacuati in Egitto per le cure di mia madre.

Cosa significa essere giornalisti a Gaza: la storia di Shrouq Aila e Roshdi Sarraj

Ad ogni Iftar, ricordavo le centinaia di pasti del Ramadan che un tempo ospitavamo a casa nostra, che traboccava di una caotica energia. Io apparecchiavo la tavola mentre mia madre si affrettava a finire di cucinare. Rompevamo sempre il digiuno insieme, pulivamo e poi preparavamo il caffè. Anche se durante il mese ci sentivamo spesso al telefono, la distanza fisica rendeva la negazione del Ramadan ancora più pesante.

Una città irriconoscibile

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Il 2 marzo, Israele ha nuovamente chiuso i confini di Gaza, bloccando tutte le consegne di cibo, aiuti, carburante e forniture mediche. Gli scaffali dei negozi di alimentari si sono svuotati. Il prezzo del poco cibo rimasto è schizzato alle stelle. Quando abbiamo finito il gas per cucinare, abbiamo ricominciato a preparare i pasti, per lo più cibi in scatola, su fuochi improvvisati alimentati a legna. Di solito, dopo l'Iftar la gente si riunisce all'aperto per passeggiare, chiacchierare con i vicini e condividere il cibo. Ma l'anno scorso, dopo il tramonto, il blackout imposto da Israele ha avvolto Gaza City nell'oscurità. Alcuni portavano con sé lampade a batteria, altri, come me e la mia famiglia, accendevano candele. Anche così, però, uscire dopo il tramonto era rischioso.

Gaza City, 17 marzo 2025. Ahmad Dremly e la sua famiglia consumano l'Iftar alla luce delle torce del telefono
Gaza City, 17 marzo 2025. Ahmad Dremly e la sua famiglia consumano l'Iftar alla luce delle torce del telefono

Una sera, sono andato in bicicletta a trovare il mio amico Ibrahim. Viveva in una casa mezza distrutta nella parte occidentale di Gaza City, a circa otto chilometri da casa mia. Nonostante usassi la torcia del telefono per illuminare la strada, sono caduto due volte a causa del buio e della strada dissestata. Avevo fatto quel tragitto centinaia di volte, ma il quartiere era così irriconoscibile che ho dovuto chiedere indicazioni ai vicini. Quando finalmente sono arrivato, Ibrahim ha sorriso con un velo di amarezza: anche lui faceva fatica a riconoscere casa sua di notte. Ci siamo seduti sulle macerie di quello che un tempo era il suo balcone, dove bevevamo il tè e ridevamo con il nostro amico Ahmed Kaid, ucciso in un bombardamento all'inizio della guerra. Abbiamo parlato poco. Il nostro silenzio e i nostri sguardi dicevano già abbastanza.

Condividere nonostante tutto

Siamo grati di essere sopravvissuti, ma niente potrà riportare in vita le persone che abbiamo perso. E non possiamo non chiederci: vivremo abbastanza per vedere il prossimo Ramadan?

Siamo grati di essere sopravvissuti, ma niente potrà riportare in vita le persone che abbiamo perso. Eppure continuiamo a sperare in un futuro di pace, in un Ramadan che non sia più segnato dalle ferite. Oggi, dove un tempo le tavole traboccavano di manicaretti condivisi tra parenti e vicini, gli abitanti di Gaza lottano per sfamare i propri figli con i pochi aiuti umanitari che ricevono. Eppure, la gente continua a benedire quel poco che hanno come pasto. Le famiglie continuano a rompere il digiuno insieme. I fedeli continuano a recitare il Taraweeh tra le rovine delle moschee o sui tappeti stesi per strada.

In questo terzo Ramadan nella Striscia distrutta, la gente continua a trovare il modo di appendere qualche luce, decorare le tende improvvisate e mantenere la dignità, la fede e la tranquilla determinazione a vivere tra ciò che resta. Ma noi che siamo ancora qui non possiamo fare a meno di chiederci: vivremo abbastanza per vedere il prossimo Ramadan?

Crediamo in un giornalismo di servizio alla cittadinanza, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
  • Condividi

La rivista

2026 - Numero 37

Riformata

Riformata. Così il governo vorrebbe la magistratura, ma l'obiettivo è solo limitarne il potere

Riformata
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni seconda domenica del mese, Isole, un approfondimento speciale su spazi di educazione e disobbedienza civile

Ogni terza domenica del mese, CapoMondi, la rassegna stampa estera a cura di Libera Internazionale