
Strage di caporalato in Calabria: non chiamiamola tragedia



1 aprile 2026
A fine gennaio 2026 la Sicilia è stata investita da una violenta ondata di maltempo legata al ciclone Harry. Strade spezzate dalle mareggiate, infrastrutture compromesse, case invase dal fango, famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Ciò che è accaduto non è soltanto l’effetto di un evento atmosferico estremo, ma l’esito prevedibile di anni di manutenzione rimandata, pianificazione fragile e prevenzione insufficiente.
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A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, una frana ha reso irraggiungibili intere aree del paese e ha costretto oltre 1.500 persone all’evacuazione. Il fronte franoso si estende per diversi chilometri, con edifici già collassati e altri a rischio imminente. Interi quartieri sono stati dichiarati in zona rossa, con un livello di criticità idrogeologica elevato.
A febbraio il governo ha stanziato oltre un miliardo di euro per l’emergenza maltempo in Calabria, Sardegna e Sicilia, destinando 150 milioni agli interventi su Niscemi. Nella narrazione istituzionale l’evento appare oggi come risposta alla crisi, ma la sicurezza territoriale, intesa come prevenzione strutturale, di fatto è mancata e la gestione emergenziale si innesta sulle ferite già aperte causate da anni di negligenza e sottovalutazione dei rischi.
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Eppure, la cittadinanza non è rimasta immobile. Dopo il passaggio del ciclone, in tutta l’isola si è formata rapidamente una rete spontanea di solidarietà che ha visto oltre 1.600 volontari attivi in Sicilia organizzarsi tramite gruppi Whatsapp, associazioni del terzo settore e gruppi di protezione civile locali, per ripulire strade e offrire sostegno alle comunità colpite, con una partecipazione significativa di studenti e giovani lavoratori.
Sono nati comitati di volontari, composti soprattutto da giovani, per sostenere le aree più colpite. Questa è la forma più autentica di sicurezza, nata dal basso e dalla responsabilità condivisa
Questo impegno volontario nato dal basso ha dato forma a una risposta comunitaria concreta che, in molti casi, ha sopperito alle lentezze istituzionali. Accanto agli interventi immediati (dalla raccolta di beni di prima necessità al supporto logistico e umano) è emersa una mobilitazione civica diffusa che ha restituito centralità alla responsabilità condivisa e alla cura del territorio come bene comune. Ancora una volta è stata proprio la generazione più giovane a dimostrare che la partecipazione è fondamentale per considerarsi parte della comunità e di riflesso, prendersene cura.
Nelle stesse settimane in cui il ciclone colpiva l’isola, nel Mediterraneo si perdevano le tracce di centinaia di migranti partiti dalla Tunisia. Corpi restituiti dal mare, famiglie senza notizie, numeri incerti. Il Mediterraneo continua a essere una frontiera instabile e la Sicilia ne è il baricentro geografico e politico. Questa tragedia, che poco ha interessato i media nazionali e internazionali, si inserisce in un quadro più ampio. All’inizio del 2026, centinaia di persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere l’Europa.
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Il mare d’altronde è intriso di una ambivalenza ambigua: per noi siciliani è una risorsa economica, turistica, elemento dell’identità culturale. Ma è anche spazio di attraversamento e di morte. Noi che lo abitiamo non possiamo rivendicarlo come “nostro” quando genera ricchezza e considerarlo un problema quando restituisce corpi.
L’uragano Harry ha colpito più duramente chi vive in contesti fragili, territori a rischio idrogeologico e migranti. Ma negli ultimi mesi la Sicilia si trova ad affrontare anche e di nuovo la violenza armata e la sempre più crescente debolezza delle istituzioni nell’ascoltare e sostenere iniziative civiche, ultimi strumenti democratici e di resilienza collettiva. Il concetto di sicurezza non può essere confinato solo a una questione di ordine pubblico, piuttosto diventa un tema trasversale che attraversa diritti, comunità e responsabilità collettiva.
Ripensare la sicurezza in Sicilia significa compiere una scelta politica precisa, investire in prevenzione prima che in riparazione, in inclusione prima che in repressione simbolica e in pianificazione prima che in decreti emergenziali
Se la sicurezza è tutela della vita, allora non può fermarsi al perimetro urbano. Ripensare la sicurezza in Sicilia significa compiere una scelta politica precisa, investire in prevenzione prima che in riparazione, in inclusione prima che in repressione simbolica e in pianificazione prima che in decreti emergenziali. Significa riconoscere che le fragilità sociali e del territorio sono parte dello stesso problema. E che nessuna pattuglia può sostituire una politica strutturale.
La Sicilia ha sete di buona politica
Perché la sicurezza non si giudica solo dalla presenza o meno di crimini, ma anche nella qualità dell’abitare un luogo. Sono quindi importanti servizi quali l’illuminazione pubblica, trasporti funzionanti, la presenza di presìdi sociali: è fiducia nelle istituzioni. Quando un quartiere viene dimenticato, una strada resta dissestata per anni, un centro aggregativo chiude per mancanza di fondi, quando mancano gli asili, l’acqua viene razionata e le armi circolano tra i più giovani, la percezione di insicurezza aumenta e con essa il senso di abbandono.
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