
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero



1 aprile 2026
Il cambiamento climatico influisce in maniera profonda sulle migrazioni, ma quasi sempre è un fattore che non viene preso in considerazione durante la richiesta di protezione internazionale. Così, in dipartimento di Giurisprudenza dell’università di Torino con il progetto Claim ha messo a punto un documento per gli addetti ai lavori che, a vario titolo, si interfacciano con le persone che chiedono di diventare rifugiati e che sono arrivate in Italia a causa di eventi estremi improvvisi o lenti cambi che rendono invivibili i luoghi d’origine.
“Abbiamo creato uno strumento pratico – conferma Valeria Ferraris, professoressa associata di Sociologia giuridica, che ha coordinato un team di lavoro composto da Valentina Bonavoglia, Giulia Actis Alesina e Giulia Cristiano – che ripercorre le cause e le tappe del cammino di una persona che richiede asilo nel nostro Paese, per comprendere come ascoltare davvero le storie che arrivano alle orecchie dei funzionari delle commissioni”. Molto spesso, infatti, gli operatori del sistema di accoglienza, ma anche gli avvocati e i giudici, non colgono i particolari che segnalano i motivi climatici per cui la persona sceglie o è costretta a spostarsi e questo, talvolta, porta al diniego della pratica e al rimpatrio. Il toolkit “La mobilità climatica nel procedimento di asilo. Riconoscere l’invisibile: strumenti operativi per il mondo del diritto” nasce per colmare questo vuoto.
Le ricercatrici hanno ripercorso le tappe affrontate da un richiedente asilo, dalla richiesta di protezione internazionale in questura o in frontiera all’audizione personale davanti alla commissione territoriale. A questo si aggiungono l’eventuale ricorso giurisdizionale, l’udienza davanti al giudice e, come ultima possibilità, il ricorso in cassazione.
Far affiorare la connessione tra degrado ambientale e violazione dei diritti non è facile. Ecco perché il gruppo di ricerca ha elencato una serie di domande guida da seguire per ripercorrere e valutare l’impatto della crisi climatica
Perché sia riconosciuto il legame tra le difficoltà che hanno spinto i migranti a spostarsi e il cambiamento climatico, è importante che questo sia segnalato sin dall’inizio e che gli operatori abbiano consapevolezza di come l’ambiente incide sulla vita delle persone. “Ciò che abbiamo evidenziato in modo forte – prosegue Ferraris –, anche grazie alle sentenze che cominciano ad accumularsi sul tema, è che la vulnerabilità ecoclimatica non è solo una questione individuale, ma incide sulla stabilità sociale e politica dei Paesi”.
Ma far affiorare la connessione tra degrado ambientale e violazione dei diritti non è facile. Ecco perché il gruppo di ricerca ha elencato una serie di domande guida da seguire per ripercorrere e valutare l’impatto della crisi climatica, partendo da riflessioni sul vissuto quotidiano, più dirette e familiari, per poi espandere il focus sulla situazione ambientale generale, sulle conseguenze concrete e sulle risposte statali.
Ad esempio, per capire meglio la situazione, può essere utile chiedere direttamente:
Aiutare operatori e migranti in questa fase delicata di ricostruzione dei fatti può compensare due grandi ostacoli che bloccano il riconoscimento dei migranti climatici come rifugiati. Il primo, è riuscire a connettere il degrado e i cambiamenti ambientali ai motivi di persecuzione, dimostrare cioè che siccità, alluvioni o l’innanzalmento del livello del mare minacciano la sopravvivenza in quel luogo. Il secondo, più complicato da inquadrare, riguarda l’indicazione del cosidetto “agente persecutore”, cioè di chi è responsabile della fuga dal Paese di origine.
Il cambiamento climatico moltiplica le disuguaglianze già presenti e può aumentare il rischio di condizioni di esistenza in cui i diritti sono gravemente minacciati
La crisi climatica, aggravando le condizioni di vita delle popolazioni locali, espone anche a contatti e sfruttamenti da parte di reti criminali. “Può incrementare – si legge nel documento – in modo significativo il rischio di tratta e sfruttamento, poiché gli impatti ambientali (perdita delle terre, distruzione dei mezzi di sussistenza, migrazioni interne forzate, impoverimento) colpiscono in modo sproporzionato le comunità già marginalizzate”. In altre parole, il cambiamento climatico moltiplica le disuguaglianze già presenti e può aumentare il rischio di condizioni di esistenza in cui i diritti sono gravemente minacciati.
All’interno del manuale è disponibile anche una sezione dedicata alla rassegna della giurisprudenza italiana sulla mobilità climatica e la protezione internazionale. A questa si aggiunge un altro allegato con le principali informazioni sui Paesi d’origine, documenti in cui emerge il nesso tra vulnerabilità ed eventi estremi e che possono essere richiamati da avvocati e operatori in sede decisionale per supportare l’istanza della persona richiedente asilo.
Nell’elenco, compaiono Stati come il Pakistan e il Bangladesh. Quest’ultimo, secondo la professoressa, è paradigmatico dello scollamento possibile tra giurisprudenza e realtà: “Il Bangladesh è uno dei luoghi a maggior rischio climatico del pianeta eppure è considerato paese sicuro dall’Italia”. Una miopia che mette in pericolo decine di migliaia di persone che decidono o sono costrette a fuggire e che, finora, non sono riuscite a beneficiare della protezione internazionale.
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