Foto di Germán Orizaola Pereda, professore di Zoologia dell'Università di Oviedo
Foto di Germán Orizaola Pereda, professore di Zoologia dell'Università di Oviedo

Quarant'anni dopo, Cernobyl è un laboratorio naturale

A quarant'anni dal disastro nucleare, flora e fauna selvatica hanno ricolonizzato l'area. L'esposizione prolungata alle radiazioni ha creato un luogo unico per studiare la tossicologia genetica

Giulia Assogna

Giulia AssognaBiologa e giornalista

1 aprile 2026

Oltre alla tragedia umana, le conseguenze immediate dell’incidente del 26 aprile 1986 hanno portato alla distruzione completa della natura e della biodiversità della zona circostante la centrale nucleare di Cernobyl (Ucraina). A lungo termine, l’impatto sulla fauna selvatica e sulla vegetazione ha creato un laboratorio naturale unico nel suo genere per lo studio della tossicologia genetica in condizioni di esposizione cronica alle radiazioni. Con il passare degli anni, però, l’assenza di attività umana ha offerto anche alla flora e alle specie selvatiche l’opportunità straordinaria di ricolonizzare in maniera indipendente la cosiddetta “zona di esclusione”.

Dal collasso ecologico all'adattamento

Alcune specie animali hanno mostrato anche problemi riproduttivi, malformazioni dello sviluppo, insorgenza di cataratta e un aumento della mortalità embrionale

L’esempio più eclatante dei danni generati nella fase acuta del disastro è stata la formazione della Foresta rossa, una pineta situata a circa quattro chilometri dal reattore, che ha ricevuto le dosi di radiazioni dirette più elevate. Nel giro di pochi giorni, gli alberi sono diventati di colore bruno-rossastro: la rappresentazione visiva di un’ecatombe annunciata. Insieme alla pineta hanno perso la vita tutte le specie, compresi i microrganismi del suolo. L’esposizione acuta alle radiazioni ha causato in quei giorni danni genetici diffusi nelle piante e negli animali, come hanno dimostrato le indagini sperimentali rivelando un’alta frequenza di aberrazioni cromosomiche, mutazioni genetiche e irregolarità nella divisione cellulare, oltre che una ridotta vitalità dei semi nella flora locale.

Alcune specie animali hanno mostrato anche problemi riproduttivi, malformazioni dello sviluppo, insorgenza di cataratta e un aumento della mortalità embrionale. Tutti questi segnali avrebbero fatto credere che l’area di Cernobyl sarebbe rimasta deserta e inabitata per sempre. In un tempo relativamente breve, la natura si è invece ripresa i suoi spazi e sono emerse prove di risposte adattative efficaci. Alcune popolazioni di insetti, anfibi e roditori hanno mostrato segni di tolleranza e adattamenti importanti alle nuove condizioni.

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Secondo l’esperto, tornare a vivere oggi nella zona di Cernobyl, con tutte le accortezze necessarie, non sarebbe più pericoloso che vivere in una qualsiasi grande città, inquinata e contraddistinta da diversi fattori di stress

Un caso significativo è quello delle raganelle orientali (rane delle specie Hyla orientalis), che hanno mostrato una pigmentazione cutanea più scura. "I nostri monitoraggi dimostrano che le rane di Cernobyl sono molto più scure di quelle che vivono in altre zone dell’Ucraina – spiega Germán Orizaola Pereda, professore di Zoologia dell’Università di Oviedo, che dal 2016 studia lo sviluppo degli ecosistemi nell’area –. Questa condizione non è legata ai livelli di radiazione attuali, ma a quelli esistenti nel momento dell’incidente. Le rane melaniche si trovano proprio nelle zone che avevano i maggiori livelli di radiazioni nel 1986. Non dobbiamo quindi pensare che siano avvenute mutazioni in conseguenza delle radiazioni, ma che all’interno della variabilità cromatica di questa specie gli individui più scuri sono stati favoriti nella sopravvivenza e nella riproduzione perché la melanina blocca parzialmente il danno delle radiazioni. In poche generazioni, le rane verdi 'normali' hanno lasciato il posto a queste più scure. Un esempio perfetto di selezione naturale, in piena ottica darwiniana". Sopravvivono, insomma, i più adattabili.

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Secondo l’esperto, tornare a vivere oggi nella zona di Cernobyl, con tutte le accortezze necessarie, non sarebbe più pericoloso che vivere in una qualsiasi grande città, inquinata e contraddistinta da diversi fattori di stress. "Quando parliamo di Cernobyl – insiste – ci riferiamo a una regione più grande di qualsiasi parco nazionale in Spagna o in Italia. Con la parte bielorussa al Nord e quella ucraina al Sud, parliamo di circa 4.500 km². Dopo l’incidente, la zona a Nord della centrale ha avuto impatti maggiori a causa del movimento dei venti. Ma oggi la zona sud, circa il 75 per cento della zona di esclusione, mostra livelli di radiazioni non particolarmente elevati. I composti radioattivi sono instabili e con il tempo si trasformano. Alcuni durano migliaia di anni, ma c’è una relazione diretta tra quanto rapidamente si trasforma un composto radioattivo e la sua capacità di generare danni: i più nocivi sono quelli che si trasformano più velocemente. Per questo – continua – a oggi la situazione è di gran lunga migliore di quanto pensavamo. C’è stato un processo di naturalizzazione che ha portato un’abbondanza di specie selvatiche".

Nell’area di Cernobyl si registrano alci, caprioli, cervi, cinghiali, linci, orsi e altri animali che prosperano in assenza di attività umane, come i cavalli di Przewalski e i lupi. Anche le popolazioni di questi predatori sono state studiate a livello genetico: alcuni marcatori associati alla resistenza a determinati tumori sono risultati maggiori rispetto agli individui che vivono fuori dalla zona. Significa che i lupi con questo tipo di costituzione genetica, più resistenti alle radiazioni, sono quelli che hanno avuto il miglior risultato adattativo. "La natura della zona di Cernobyl è molto complessa: ci sono alcuni punti con radiazioni ancora elevate, che potrebbero influire su soggetti specifici. Ma uno dei problemi maggiori nell’area è che ancora cerchiamo di associare ogni elemento a un fattore negativo, come a voler ricercare una nostra conferma. Così facendo spesso si tende a semplificare – conclude il professore –, quando invece bisognerebbe analizzare bene le situazioni e metterle in prospettiva"

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