Il brutto viaggio di chi non può scegliere nella ballata di Andrea Buffa

'Il sogno di volare' è un brano del cantautore Andrea Buffa che racconta la storia di un incidente su lavoro, ma non solo: racconta la storia di un viaggio e soprattutto racconta la storia di una persona

Carlo Lucarelli

Carlo LucarelliScrittore, sceneggiatore e conduttore televisivo

Aggiornato il giorno 26 aprile 2021

VIAGGIO

sost. masch.
1. Trasferimento da un luogo a un altro con uno o più mezzi di trasporto (v. turistico; essere in v. per le Antille; v. interplanetari)
2. Giro attraverso luoghi o Paesi diversi dal proprio, con soste e permanenze più o meno lunghe, allo scopo di conoscere, istruirsi, sviluppare o consolidare rapporti, divertirsi

Un giorno, qualche anno fa, ero nei camerini di un teatro ad aspettare il mio turno per uno spettacolo di beneficenza, ripassavo mentalmente quello che avrei dovuto dire e intanto ascoltavo distrattamente il brano di un cantautore che si esibiva sul palco, Andrea Buffa, che allora non conoscevo. Da giovane avevo un sogno/ volare come un uccello/ ma adesso che schiaccio l’aria/ col mio peso non mi pare bello.

Era una ballata lenta e ritmata alla chitarra, sembrava una canzoncina ironica e un po’ demenziale, di quelle da scuola di cabaret lombardo, e infatti Buffa viene dalle parti di Como, carina, divertente, leggera, ma io avevo le cose mie da ripassare, mica volevo andare su e fare una figuraccia, così la lasciavo scorrere senza pensarci troppo, io volo come un mattone/ come un sasso, una chiave inglese/ volare senza le ali/ è un problema mi sembra palese/ volare senza le ali/ è un problema mi sembra palese, sì, divertente, carina, sì. E questa mattina alle sei/ con il buio ed un vento gelato/ sfrecciavo con il mio Ciao/ sembravo un ghiacciolo impazzito/ carina, sì, non volevo far tardi/col capo che rompe i maroni/ ci paga tre euro e settanta/ all’ora se stiamo buoni/ all’ora se stiamo buoni.

Il cantautore Andrea Buffa (Foto da Facebook)
Il cantautore Andrea Buffa (Foto da Facebook)

Un momento. Carina e divertente, va bene, però questo piccolo richiamo al sociale è una nota dissonante che colpisce, per cui va bene che devo pensare anche alle cose mie, ma un po’ mi distraggo a sentire la voce gentile di Buffa. Così Fatima e Mohamed Roberto/ Fatima e Mohamed Roberto? stamane non ho salutato/ ieri sera ero troppo stanco/ però un poco abbiamo giocato/ poi li ho guardati dormire/ per un’ora coprendo la luce/ han sorriso per tutto il tempo/ questa vita ancora gli piace/ questa vita ancora gli piace. Aspetta un momento. Qui c’è una storia, e le storie vanno ascoltate. Perché anche senza volerlo intanto le orecchie mi si sono drizzate da sole, per cui mi fermo, con i miei fogli in mano, tutto il mio discorso da ripassare, e ascolto. E volo che volo lento/ dal sesto giù al primo piano/ ho paura che mai più potrò/ dire a mia moglie quanto la amo/ quanto mi piace quando i capelli/ raccoglie insieme sopra la nuca/ che io il canto dell’universo/ lo sento quando la vedo svestita.

Altro che canzoncina demenziale su un tizio che vola, questa è la storia di un incidente sul lavoro. Una di quelle cose che succedono a chi se ne sta sulla cima di un palazzo, sfruttato e sottopagato, in nero e senza condizioni di sicurezza magari perché appartiene alla fascia più debole dei lavoratori. Cose che succedono non perché sia normale che accadano, naturalmente, ma che succedono, e anche spesso, perché c’è un sistema criminale che le fa accadere. Ma non finisce qui, Buffa va avanti e io mi sposto dietro le quinte, per ascoltare meglio. E c’è qualcosa che non mi torna/ nel poco tempo che mi rimane/ che fine ha fatto quel bel ragazzo/ che una mattina ha preso il mare/ sopra una zattera con altri cento/ per non morire di guerra o di fame/ dentro una bara semiaffondata/ sicuro soltanto di non tornare.

Non è soltanto la storia di un incidente sul lavoro. È anche la storia di un viaggio. Un viaggio. Perché diciamoci onestamente/ crepare a trent’anni è proprio un peccato/ perché a quel punto almeno a quaranta/ nel mio Paese sarei arrivato/ e questo senza prendere il mare/ veder mio fratello morire annegato/ e dopo poi venire rinchiuso/ senza aver mai commesso un reato/ e dopo la fuga finire schiavo/ tra i pomodori dal sole bruciato. E mentre la ascolto mi viene una rabbia. Perché non è solo un viaggio per mare, è un viaggio attraverso tutto il nostro Paese, tutto il suo sistema sociale e mentale, ed è uno di quei viaggi che non ci stanno nella definizione di Google premessa all’inizio, perché ci sono persone per cui viaggiare significa una cosa molto diversa, che fa male ascoltarla e che fa ancora più rabbia proprio perché non finisce sulla spiaggia ma continua anche sulla terra, nei campi, nelle città, nei cantieri, per tutta una vita assediata da squali che hanno la faccia di politici disonesti, imprenditori senza scrupoli, cittadini stupidi e spesso di veri e propri mafiosi. È un brutto viaggio, che finisce male. Nonostante la voglia di aggrapparsi a quello di buono che ci può essere, è un viaggio che finisce male, e quando l’ho sentito, oltre a farmi rabbia, mi ha anche fatto piangere.

E così adesso che il sole si spegne/ sopra il cantiere ed il cielo tutto/ sono incazzato e ho molta paura/ ma dire male mi pare brutto/ voglio che l’ultimo dei miei respiri/ si stringa attorno a ciò che ho di più bello/ il viso di Laura, il riso dei bimbi… Il sogno di volare, di Andrea Buffa, racconta la storia di un incidente su lavoro, racconta la storia di un viaggio, e soprattutto racconta la storia di una persona. Lo fa meglio di come avrei fatto io in ogni caso, per questo l’ho usata. Si trova in giro facilmente, in cd o su internet, e se vi capita di ascoltarla, magari può farvi venire in mente qualche altra definizione, più concreta, più intensa e più vera, di una parola, viaggio, che è bellissima, affascinante e ricca, quando a sperimentarla è quella parte del mondo che lo fa per scelta e senza troppi problemi.

Da lavialibera n° 3 maggio/giugno 2020

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