
Cosa prevede il nuovo regolamento Ue sui rimpatri



17 febbraio 2026
Nel Centro de memoria di Bogotá (Colombia), uno spazio è dedicato alle madri che cercano verità e giustizia per i figli uccisi dai militari nei primi anni Duemila. All'interno dell'edificio, costruito nel 2020 per conservare e diffondere la memoria del conflitto armato colombiano, una grande sala dalle pareti di vetro accoglie un gruppo di donne che stanno cucendo. "Sui tessuti raccontiamo che cosa è accaduto. Comunichiamo una memoria che non è solo la storia delle nostre famiglie", dice a lavialibera Ana Páez. Suo figlio Eduardo Garzón è un "falso positivo", termine con cui in Colombia si indicano le vittime delle esecuzioni extragiudiziali commesse dall'esercito. Si tratta di un capitolo doloroso del Paese, ancora un tabù per una parte della società e una ferita di cui è difficile parlare.
Tra il 1998 e il 2014, membri dell'esercito hanno ucciso almeno 6402 persone innocenti, facendole passare per guerriglieri e criminali. La maggior parte degli omicidi è avvenuta durante il governo dell'allora presidente di destra Álvaro Uribe (2002-2010). L'obiettivo era gonfiare i numeri delle operazioni militari per dare l'impressione di stare vincendo il conflitto armato e la guerriglia. Persone vulnerabili, provenienti da contesti difficili e senza lavoro, erano attirate in luoghi lontani con falsi pretesti, come la promessa di un impiego, per poi essere assassinate. In alcuni casi i militari rivestivano i cadaveri con le uniformi dei guerriglieri. Soldati e ufficiali di alto rango ottenevano promozioni e riconoscimenti, come passaggi di grado e ore di permesso, perché le uccisioni venivano premiate come risultati operativi.

"Eduardo è scomparso il 4 marzo 2008. Aveva 32 anni, era padre di tre figli. L'ho ritrovato senza vita dopo più di cinque mesi nel dipartimento di Santander, a centinaia di chilometri di distanza da Bogotá. Da quel momento, è iniziata la mia lotta. Ho abbandonato il grembiule sopra una stufa e mi sono messa a indagare su cosa gli fosse successo. Ha lasciato un grande vuoto nel mio cuore", prosegue Ana Páez. Le autorità le avevano detto che suo figlio era morto in combattimento, cosa che l'aveva lasciata in uno stato di shock. Tuttavia al momento di riconoscere il corpo, aveva notato alcune stranezze come gli stivali messi al contrario e un'uniforme senza macchie di sangue.
Páez ha iniziato a incontrare altre madri di Soacha, la città a sud della capitale dove viveva, da cui erano scomparse decine di giovani con una modalità simile alla sparizione di suo figlio. Così si è unita alle Madres de los falsos positivos di Bogotá e Soacha (Mafapo), organizzazione composta anche dalle mogli e sorelle che chiedono giustizia per i propri familiari. Grazie a realtà della società civile come questa, nel 2008 il caso dei "falsi positivi" è diventato pubblico, scatenando uno scandalo nazionale e mettendo in evidenza il modello sistematico di esecuzioni commesse dall'esercito.
Oggi indagato per il caso dei "falsi positivi", nell'agosto 2025 l'ex presidente Uribe era stato condannato a dodici anni di arresti domiciliari per avere esercitato pressioni su alcuni testimoni per nascondere i legami della sua famiglia con gruppi paramilitari di estrema destra
Un passaggio decisivo è avvenuto con l’Accordo di Pace del 2016, firmato tra il governo dell'ex presidente Juan Manuel Santos e le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc). La Jurisdicción especial para la paz (Jep) – tribunale speciale che si occupa di giustizia di transizione, creato per indagare sui crimini commessi durante gli oltre 50 anni di conflitto armato – ha incriminato alti ufficiali tra cui il generale Mario Montoya, ex capo di stato maggiore dell'esercito oggi in pensione e considerato vicino a Uribe. Numerosi militari di medio e basso rango hanno riconosciuto le proprie responsabilità in cambio di pene alternative. Ma nel percorso della giustizia ordinaria, anche se migliaia di soldati sono stati condannati, i processi contro i vertici sono complessi, lenti e ancora in corso.
L'ex presidente Uribe ha sempre negato di avere favorito una politica sistematica di esecuzioni, sostenendo la tesi che si sia trattato di crimini individuali e di "mele marce" che operavano all'interno delle forze armate. Oggi indagato per il caso dei "falsi positivi", nell'agosto 2025 era stato condannato a dodici anni di arresti domiciliari per avere esercitato pressioni su alcuni testimoni per nascondere i legami della sua famiglia con gruppi paramilitari di estrema destra. A ottobre dello stesso anno è stato assolto in appello.
Nel 2023 l'attuale presidente di sinistra Gustavo Petro aveva chiesto pubblicamente scusa alle famiglie delle vittime, nel corso di un evento pubblico cui aveva partecipato anche il ministro della Difesa Iván Vásquez. Per le madri non è ancora sufficiente. "Giorno dopo giorno lavoriamo mano nella mano perché se una di noi cade, l'altra la aiuta a rialzarsi", aggiunge Páez. "Continueremo fino a quando otterremo la verità completa. Chi è stato a dare l'ordine di commettere gli omicidi?".
Mario Paciolla, professionista della pace

I familiari delle vittime hanno subito stigmatizzazione e minacce, oltre al peso economico della scomparsa dei loro figli. Le madri si sono indebitate per pagare i lotti di sepoltura. Hanno dovuto affrontare indifferenza e silenzio. "Lo Stato non ci sostiene, non ci garantisce alcun aiuto economico. Molte di noi non hanno nemmeno una casa", dice Idalí Garcera che fa parte di Mafapo. Suo figlio Diego Tamayo Garcera aveva 16 anni quando è stato ucciso. "Nella nostra ultima telefonata, mi ha detto che lo stavano portando a vedere la costa. Era il 23 agosto 2008, poi non l'ho più sentito. Ho saputo che era morto dai giornali. In un articolo si diceva che Diego era un guerrigliero ed era stato ucciso nel dipartimento di Santander. Non era un combattente, quella notizia era una bugia – prosegue Garcera –. Dalle ricostruzioni che sono state fatte, abbiamo saputo che era stato drogato e portato su un monte dove è stato ammazzato. Era un ragazzo molto buono, aveva tutta la vita davanti".
Da anni le madri organizzano incontri con le scuole e le università. Denunciano come funzionava il meccanismo delle esecuzioni extragiudiziali e raccontano la loro lotta per la giustizia e la verità. "Noi continuiamo con i nostri progetti – conclude Idalí Garcera –. Quando parliamo con gli studenti, diciamo loro: Siete il futuro della Colombia. Siete i figli che abbiamo perso".
Crediamo in un giornalismo di servizio ai cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti
Inchiesta esclusiva sui "luoghi idonei" delle questure, dove vengono rinchiusi i cittadini stranieri prima del rimpatrio
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti