
Milano-Cortina. Ecco come verranno spesi i 450 milioni di euro delle paralimpiadi



Aggiornato il giorno 12 maggio 2023

Per la prima volta in Colombia le vittime del conflitto armato, lungo cinquant’anni, sono state messe al centro di un percorso di riconoscimento delle perdite subite e di riconciliazione attraverso l’accertamento della verità e l’applicazione della giustizia riparativa. Il lavoro della Commissione per la verità (Cev), guidata dal gesuita Francisco de Roux Rengifo, non è stato semplice. Lo sa bene Carlos Martín Beristain, medico e psicologo basco con una lunga esperienza di sostegno alle vittime di guerra, unico membro straniero e coordinatore del rapporto finale dell’organismo nato dopo l’accordo di pace del 2016 tra il governo e i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie (Farc). "Le pressioni sulla Commissione sono cominciate già nel 2018 per paura che la verità provochi ulteriori divisioni in un Paese lacerato dalla violenza", spiega Beristain, incontrato alla Fondazione Basso a Roma. "In realtà quelle pressioni erano tentativi di richiudere lo spazio di partecipazione democratica aperto in tre anni di impegno", continua. Le forze politiche che sostenevano l’ex presidente Ivan Duque, contrarie all’accordo di pace, ne hanno ostacolato l’azione.
Tra il 1958 e il 2018, ci sono stati 450mila morti e 120mila desaparecidos, otto milioni di persone costrette a lasciare le loro case e un milione di esiliati
Insieme all’incontro con migliaia di vittime della guerra e alla raccolta del contributo testimoniale volontario degli attori del conflitto (ex Farc, militari e paramilitari), la Cev ha acceso una luce sulle ragioni della violenza in Colombia. L’indagine è riassunta nel documento di 896 pagine Hallazgos y recomendaciones de la Comisión de la Verdad de Colombia, pubblicato nel giugno 2022, che pone al centro dell’agenda politica il rilancio degli accordi di pace del 2016, la deposizione delle armi e la rottura delle relazioni tra narcotraffico, politica ed economia. "Il risultato delle elezioni politiche del maggio 2022 è maturato nel contesto del dialogo inedito che abbiamo realizzato nel Paese – prosegue Beristain –. Ciò apre una strada al nostro lavoro per dare compiutezza alla democrazia colombiana". L’impegno della Cev ora alimenta le missioni degli altri due organi della giustizia transizionale nel Sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione: la Giurisdizione speciale per la pace (Jep) e l’Unità di ricerca dei desaparecidos (Ubpd).
Come definirebbe il lavoro della Commissione della verità?
È stato un ampio processo di dialogo sociale nazionale. La Cev ha raccolto 14mila testimonianze individuali che sono state trascritte. È diventato il più grande archivio sui diritti umani della Colombia. Nei territori si sentivano forti la paura e la speranza di partecipare. Il momento di vedere riconosciuti i crimini subiti nella guerra era atteso da decenni. Abbiamo svolto cinquanta sessioni di riconoscimento diretto tra gli autori della violenza e le vittime. Ventotto case della verità sono state disseminate nel Paese, affinché diventassero comunità in relazione con le realtà sociali.
Con quali esiti?
14mila le testimonianze raccolte: “Il 20% della popolazione è stata vittima diretta degli scontri, ma la società non si è mai mobilitata”
Il nostro obiettivo era generare una trasformazione nella società. Il patrimonio documentale di queste migliaia di testimonianze è uno specchio con il quale guardarsi dentro e guardare ciò che è stato sempre negato. Il documento finale parla di “Colombia ferita”: il 20 per cento della popolazione è stata vittima diretta del conflitto, ma la società non si è mai mobilitata integralmente.
Il dialogo nazionale ha prodotto una scossa?
L’indagine è andata oltre la prospettiva penale e la responsabilità individuale. Abbiamo cercato di determinare le ragioni e i fattori endemici della violenza: cosa ha permesso questo orrore su grande scala, quali sono stati gli ordini, il modus operandi, l’insabbiamento e occultamento dei crimini, il ruolo della giustizia penale militare e ordinaria.
Cosa ha significato e significa costruire la pace in Colombia?
“I tentativi di pacificazione sono sempre stati frammentati. In molte zone la guerriglia è ancora in corso”
I tentativi di pacificazione sono sempre stati frammentati. Dopo la Costituzione progressista colombiana del 1991, punto di riferimento per la ricostruzione della convivenza, è arrivato il periodo più duro della guerra: tra il 1995 e il 2006 si è registrato il 75 per cento delle vittime.
Mario Paciolla, professionista della pace
La violenza oggi è sempre il Paese. Perché le persone hanno scelto di partecipare ai vostri lavori?
In molte zone dove il conflitto armato è ancora in corso o è radicato in modo particolare, le persone vivono spesso nella paura ma è altrettanto sentita l’urgenza di parlare. La Colombia vive una transizione politica. L’orizzonte del processo di riconciliazione nazionale va contestualizzato in una situazione di guerra che non è finita con i guerriglieri dell’Ejército de liberación nacional (Eln) e non è conclusa nelle aree controllate dai paramilitari. Tra le fila delle ex Farc ci sono dei dissidenti.
L’approccio della Cev è stato qualitativo e quantitativo. Possiamo dare dei numeri indicativi?
Tra il 1958 e il 2018 contiamo 450mila morti e 120mila desaparecidos. Sono otto milioni le vittime del desplazamiento (spostamento forzato delle persone). Un milione di persone è in esilio a causa della guerra. Riguardo agli autori di questi crimini, la Cev ha identificato come principali responsabili i gruppi paramilitari, ai quali vengono attribuite il 45 per cento delle vittime, seguono i gruppi della guerriglia (27 per cento) e la forza pubblica (12 per cento).
Otto milioni di persone hanno patito lo spostamento forzato, un delitto che genera altri tipi di crimini. Che cosa determina tuttora il controllo della ricca terra colombiana?
Il legame tra la guerra e il possesso della terra, con i fallimenti delle riforme agrarie, è diretto. Il conflitto permanente ha trasformato i territori in luoghi controllati con la violenza, che è uno strumento per l’accentramento della proprietà della terra. Milioni di sfollati interni ci parlano della spoliazione e sottrazione della terra: il 60 per cento delle vittime sono contadini ai quali è stata sottratta la loro identità e sono diventati poveri urbanizzati. Il movimento contadino degli anni Ottanta è stato sterminato.

La riforma agraria è ancora attuale?
La redistribuzione della terra è fondamentale. La Colombia del Pacifico e del sud, dei contadini, delle comunità indigene, afrodiscendenti conta solo come fonte delle risorse estrattive. Senza servizi per le persone esiste solo una sicurezza legata alle attività delle imprese. La crisi nel controllo delle aree rurali e della sovranità alimentare, così come il freno ai tentativi di riforma agraria, spiegano l’espansione delle coltivazioni di cocaina nel Paese. La cocaina è diventata un’alternativa produttiva e un’opportunità di lavoro, ma ha innescato anche forme di sfruttamento, violenza e disuguaglianze. I narcotrafficanti hanno stravolto la vita dei contadini.
Il narcotraffico è stato anche la benzina del conflitto, fonte di finanziamento dei gruppi armati e di corruzione dell’autorità pubblica. I paramilitari sono diventati cartelli della droga. L’accordo di pace non ha modificato l’incidenza del narcotraffico nelle vicende del Paese. Qual è la vostra analisi economica?
“L’economia ha una relazione organica con il traffico di cocaina e marijuana. Il conflitto armato è correlato alla violenza di questi mercati illegali”
La Colombia è il principale produttore al mondo di cocaina per un mercato di venti milioni di consumatori. L’economia colombiana ha una relazione organica e strutturale con la rendita del traffico di cocaina e marijuana. È un fenomeno stabile da decenni e la sua influenza nella storia economica del Paese è stata taciuta. Al contempo, il conflitto armato è correlato alla violenza di questi mercati illegali.
Il narcos Salvatore Mancuso Gomez, capo di una milizia, era in contatto con la 'ndrangheta
Perché?
Il finanziamento dei gruppi armati e dei guerriglieri, il coinvolgimento di settori dello Stato, dell’economia e della politica, lo sviluppo del paramilitarismo sono alcuni dei motivi della persistenza e dell’aggravamento della guerra. Dalla nascita dei cartelli, dei clan e delle famiglie locali con i traffici illeciti si sono costituite nuove élite.
Quanto incide l’economia della cocaina sul Prodotto interno lordo?
È calcolata tra l’1 e il 4 per cento del Pil. Il narcotraffico è stato un regolatore dell’economia tanto per i ceti popolari e i contadini, quanto per la macroeconomia e i settori dominanti dell’élite imprenditoriale. Negli anni Settanta il narcotraffico ha raggiunto dimensioni internazionali e relazioni con alcune élite che hanno garantito nuove infrastrutture per le rotte della droga, come piste per aerei, controllo dei porti marittimi, contatti e reti.
L’inchiesta e il rapporto finale dimostrano come il narcotraffico sia implicato non solo nell’economia, ma nel potere politico almeno dagli anni Sessanta. Fino a quale livello?
Le interviste con noti narcotrafficanti del Cartello di Cali hanno confermato una relazione consolidata e un appoggio economico a diversi politici, in particolare membri del parlamento. Secondo le testimonianze raccolte, l’ingresso dei capitali del narcotraffico nelle campagne per le elezioni presidenziali, è stato un modo per ottenere il controllo della politica.
Quali sono gli effetti sulla democrazia colombiana?
Il modello di accumulazione di capitali con la cocaina è stato così diffuso e profondo da trasformarsi in un attentato alla democrazia e alla indipendenza delle istituzioni. Il finanziamento delle campagne elettorali, la corruzione e il controllo della politica sono stati utilizzati come meccanismi di riciclaggio del denaro e hanno creato una forma clientelare e mafiosa del potere.
In che periodo i narcotrafficanti hanno fondato eserciti con potere territoriale?
È successo dalla fine degli anni Settanta. In origine la loro violenza era legata all’attività illegale, alla sua protezione e al confronto con i concorrenti. La mutazione da attori narcotrafficanti a esercito narcoparamilitare spiega l’estensione della guerra. Il paramilitarismo come gruppo armato è nato dalla somma di forze militari dal narcotraffico con settori della forza pubblica.
Che cosa è accaduto dagli anni Ottanta con la cosiddetta guerra al narcotraffico?
Le élite colombiane hanno mostrato un doppio volto rispetto al narcotraffico nella “guerra contro le droghe”, mirando alle guerriglie e ai contadini cocaleros (che coltivano la pianta della coca, ndr), mentre intrattenevano relazioni coi trafficanti. Le istituzioni hanno dato risposte parziali al fenomeno. Numerosi trafficanti sono stati arrestati e spesso estradati, ma questo non ha fermato la filiera produttiva. I gruppi criminali si sono frammentati con nuove gerarchie che hanno mantenuto le proprie reti e influenze.
La Colombia è il primo paese produttore di coca al mondo, ma produce anche una marijuana omg
La commissione ha ascoltato anche Dario Antonio Úsuga, detto Otoniel, capo degli Urabeños, tra i più potenti narcotrafficanti al mondo, arrestato nell’ottobre del 2021. Che cosa vi ha detto?
Ci ha spiegato che la sua cattura non modificherà le dinamiche, altri prenderanno il suo posto. Il narcotraffico protrarrà la guerra. Queste operazioni mediaticamente eclatanti non hanno smontato i traffici, riciclati in altre forme e nuove strutture organizzative.
Cosa comporta la sua estradizione negli Stati Uniti?
Le estradizioni di narcotrafficanti, che proseguono da decenni, limitano la capacità di investigazione in Colombia.
La Commissione propone di demilitarizzare la guerra al narcotraffico. Perché?
Dopo decenni di errori e fallimenti la soluzione non può essere una visione militarista che persegue solo i più deboli della catena produttiva al posto del denaro e dei meccanismi del riciclaggio dei capitali nella dimensione nazionale e internazionale. Lo sguardo va spostato sulla politica e sull’economia di questa attività. Occorre anche interrogarsi sul fallimento delle politiche proibizioniste. L’inquinamento dei terreni con le fumigazioni, l’estradizione dei capi narcotrafficanti e la guerra ai territori non hanno risolto nulla.
Uno degli obiettivi del processo di pace è la decostruzione della figura del “nemico interno”. Di che cosa si tratta?
“Leader contadini, sindacalisti e difensori dei diritti umani sono stati trasformati in nemici e uccisi”
Il leader contadino e sociale, il sindacalista, il difensore dei diritti umani sono stati trasformati e identificati nel nemico interno e successivamente uccisi. Abbiamo tante prove di questo. L’opposizione politica e la dissidenza non possono essere eliminate in questo modo.
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Nel cuore degli anni Ottanta, durante la presidenza di Belisario Betancur, il primo grande cantiere di dialogo tra il governo e le Farc consentì l’ingresso in politica di ex guerriglieri con una formazione politica, la Unión patriótica (Up). Quali furono le conseguenze?
L’Up incorporava movimenti sociali, sindacali e alla prova elettorale funzionava. Per dissolvere questa forma di organizzazione e l’accoglimento di istanze politiche, fino a quel momento rimaste senza una rappresentanza parlamentare, è stato attuato un genocidio. Il potere delle armi ha prevalso sulla democrazia plurale che costringe ad ascoltare tutte le voci della società. Attraverso le indagini della Cev, sono state accertate 5.763 persone morte a causa del genocidio della Unión patriótica e complessivamente sono 8.300 quelle vittime di violazioni.
In Colombia, l’alba del fenomeno della Desaparición forzada risale al 1977. Il Paese come affronta il fantasma di 120mila desaparecidos?
Al lavoro c’è l’Unità di ricerca dei desaparecidos, che ha un mandato ventennale, ma l’intensità della sua ricerca deve crescere. Serve una svolta nell’attività della banca dati del dna. Ci sono i resti di 25mila corpi a cui restituire l’identità. La sfida della Ubdp, che va nei cimiteri, scava nelle fosse comuni, costruisce nuove relazioni di fiducia coi familiari dei desaparecidos, è immensa e deve diventare una lotta collettiva.
Da commissario ha lavorato sulla diaspora colombiana e sulla raccolta delle storie degli esiliati. Che cosa emerge?
Esiste una “Colombia fuori dalla Colombia” che è stata coinvolta nel processo di pace come non era mai avvenuto. L’evento di riconoscimento ha interconnesso 24 Stati. La Commissione ha registrato duemila testimonianze di esiliati. Le ferite di chi è stato costretto a lasciare il Paese sono profondissime, ma il legame con la terra madre è incancellabile
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