
Cosa prevede il nuovo regolamento Ue sui rimpatri



2 marzo 2026
Dalla notte del 26 febbraio 2026 l’Afghanistan è di nuovo in guerra con il Pakistan, che ha sferrato bombardamenti aerei sulla capitale Kabul, su Kandhahar, Ghazni e sulle rispettive province, in risposta agli attentati talebani oltre i confini orientali di Torkham. È la sera di venerdì 27 febbraio quando riesco a mettermi in contatto con Mohammad, amico e giornalista di Kabul: “Le bombe hanno colpito la zona dell’aeroporto e dell’Almond Palace, lontano dal centro. L’attacco era nell’aria, ma noi afghani sappiamo che in pentola bolle molto altro. Dopo una mattina di paura in attesa del peggio, la vita è tornata alla normalità, la nostra normalità che ci ha abituato alle esplosioni, anche se questa volta abbiamo temuto che la situazione potesse degenerare. Forse accadrà domani, magari appena oltre i nostri confini”.
La pericolosa ambiguità del Pakistan
Parole profetiche le sue. L’Iran è sotto attacco da Israele e Usa, e l’ayatollah Ali Kāmenei, da 37 anni guida suprema del clero sciita, è stato “neutralizzato” insieme ai vertici del regime. La fine della dittatura, secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sarà conclusa in una decina di giorni. Ma cosa succederà dopo? Chi occuperà il vuoto di potere lasciato dal regime? Sarà Ali Larijiani, politico e comandante delle guardie rivoluzionarie (ha represso nel sangue la rivolta dei giovani iraniani), o Reza Pahlavi, erede del defunto shah, gradito ad americani e israeliani? O la ricerca del nuovo leader condurrà alla guerra civile? Come reagiranno gli stati già coinvolti nel conflitto, dal Dubai, al Kuwait, al Qatar, all’Oman?
L’Afghanistan ci può aiutare a capire. Il suo territorio è come il prezzemolo, lo sfruttano tutti, da secoli, per la sua posizione strategica. Mohammad è già al lavoro dall’alba: “Questa mattina sono continuati gli attacchi aerei pakistani su Kabul – racconta – ed è entrata in azione la contraerea talebana. Si parla di numerose vittime, soprattutto verso i confini a Jalalabad, ma la notizia non è stata ancora confermata. C’è stato poi l’attentato all’ambasciata Usa a Islamabad. Ricordo che il Pakistan è sostenuto dalla Cina. Non è un caso che da tempo Trump ha manifestato la volontà di riprendersi la base militare di Bagram (100 chilometri a nord di Kabul) ceduta ai talebani nell’agosto 2021”.
L’Afghanistan ci può aiutare a capire. Il suo territorio è come il prezzemolo, lo sfruttano tutti, da secoli, per la sua posizione strategica
Trump avrebbe già pagato 45 milioni di dollari. La notizia non è stata confermata, ma il presidente degli Usa ha ripetuto più volte che è la cosa giusta da fare: “È una delle basi aeree più forti del mondo, in termini di potenza e di lunghezza della pista. Ci serve per la nostra sicurezza”. A meno di un’ora di volo vi è la fabbrica nucleare cinese dove si lavora a pieno ritmo per colmare, entro il 2030, il gap di missili con gli Usa (circa 500 a fronte di 5.000). Tornare a Bagram sarebbe un messaggio chiaro per Pechino. Siamo qui, vi teniamo d’occhio. “I talebani – continua Mohammad – sono reticenti per gli stretti rapporti americani con Israele. Alcune fonti danno però per scontato che i soldi siano già nelle loro tasche. ‘I nostri due Paesi hanno bisogno di interagire e possono avere relazioni economiche e politiche basate sul reciproco rispetto e su interessi comuni’, le parole di Zakir Jalaly, direttore del ministero degli Esteri afghano, sembrano confermare questa tesi”.
La guerra Pakistan-Afghanistan è in fondo questo: uno scambio di messaggi tra Usa e Cina. E anche all’India di Modi, che ha rafforzato i suoi rapporti con Israele e comprato il porto di Haifa per sottrarlo alle mire del Pcc. “L’Afghanistan dipende dai cinesi. Quasi tutti i prodotti di consumo sono made in China e così molti investimenti. La presenza americana rappresenterebbe una sfida non certo gradita a Pechino”.
Afghanistan, vent'anni fa la fuga dai bombardamenti Usa
Siamo tornati all’Ottocento, ai tempi del Grande gioco, più propriamente definito dai russi il Torneo delle ombre. Molte sono le ombre che muovono la politica mondiale. A subire sono però sempre e soprattutto i civili. Da anni gli afghani residenti in Pakistan sono espulsi con la forza. Considerati, famiglie comprese, terroristi talebani. “La polizia pakistana ci dà la caccia. Ci vengono a prendere a casa, nei nostri negozi. Molti miei amici sono stati torturati”, dice Asif, che vende stoffe al Saddar bazaar di Peshawar. “Non so cosa fare – continua –, in Afghanistan non ho più nessuno, i talebani mi hanno ammazzato i parenti. Qui non ci vogliono, la diplomazia internazionale ci ignora. Non contiamo per nessuno. Molti di noi scavalcavano i confini con l’Iran nella speranza di raggiungere la Turchia. Ma ora sarebbe come cadere dalla padella alla brace”.
Siamo tornati all’Ottocento, ai tempi del Grande gioco, più propriamente definito dai russi il Torneo delle ombre. Molte sono le ombre che muovono la politica mondiale
“Queste notti Kabul non ha dormito. La nostra vita era già dura, ora sarà ancora peggio. Vi prego, ascoltateci, dateci una mano”, dice Alina, che prima del ritorno dei talebani era infermiera all’Indira Gandhi Children Hospital. Da anni chiede aiuto: “La mia famiglia ha le carte in regola per ottenere i visti. Abbiamo il diritto di salire su un aereo, destinazione pace, ovunque essa sia. Forse adesso che ci bombardano ci prenderanno in considerazione”, aggiunge disperata. Non vuole capire che per l’Occidente il diritto internazionale viene dopo altri interessi.
Il cinismo, l’indifferenza, l’impotenza hanno corroso l’anima anche di chi tra noi vorrebbe fare qualcosa. Ci limitiamo a guardare. Così non può che fare anche l’Onu, sopraffatta dal Board of peace. Libertà dai tiranni, giustizia? Specchietti per le allodole. “Hi my friend please, please answer my message”, mi scrive Rose. Anche lei, figlia di un pashtun scappato in Turchia, in cerca di aiuto. Yalda, ancora bimba, mi invia i suoi disegni, ritratti degli eroi Manga giapponesi. “Mi piace tantissimo dipingere su tela. Questo significa che nel futuro diventerò una grande pittrice. Per questo mi fai venire nel tuo Paese?”. “L’Afghanistan e la sua gente sono solo una pedina nel gioco della pace. Un giorno potreste anche voi diventarlo, magari già lo siete”, mi saluta Mohammad sarcastico. Di questi tempi la parola pace fa paura. Ma noi abbiamo Sanremo.
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