
Corruzione legalizzata: massimizzare i profitti, minimizzando il rischio penale



1 gennaio 2026
Un merito va riconosciuto a Donald Trump e lo dico sottolineandone il paradosso: ha sciolto l’equivoco che ci ha accompagnato in questi ultimi due anni sull’uso della parola pace e sul modo di rapportarci alle guerre in corso.
Abbiamo assistito a una profonda dicotomia. Da una parte un movimento globale, spontaneo, alimentato soprattutto dal popolo che abbiamo visto scendere in piazza nei giorni più drammatici di Gaza. Un movimento che per me rappresenta una speranza e che esprime un desiderio autentico di pace, legato alla richiesta di rispetto del diritto internazionale.
Dall’altra, una presunta opposizione alla guerra che nasce dalla subalternità ai nuovi imperialismi che sono tornati a dominare la scena internazionale. La manifestazione più evidente di quest’ultima posizione è l’atteggiamento di alcuni capi di Stato, come il leader ungherese Viktor Orbán, e di esponenti politici italiani, a partire da Matteo Salvini.
Trump, che ambiva al Nobel, ha nel frattempo avviato una guerra commerciale mondiale tutt’altro che irrilevante. Ha sostituito la forza del diritto con la forza del denaro
La cosiddetta pace trumpiana è l’esempio più chiaro dell’uso strumentale e ambiguo della parola pace. Trump, che ambiva al Nobel, ha nel frattempo avviato una guerra commerciale mondiale tutt’altro che irrilevante. Ha sostituito la forza del diritto con la forza del denaro.
Trump è sempre più ricco. Gli Usa stanno a guardare
Tutti gli accordi siglati dalla sua amministrazione rispondono a un’unica domanda: quale vantaggio economico ne traggono gli Stati Uniti? Questo segna una rottura netta con una lunga fase della storia americana che, pur tra molte ambiguità e contraddizioni, rivendicava almeno formalmente il primato del diritto internazionale, della democrazia, della diplomazia. Oggi tutto questo viene platealmente negato.
Si nega il valore del diritto internazionale, della politica, degli organismi multilaterali, del dialogo che ha segnato ottant’anni di storia. Le paci politiche sono sostituite da paci economiche. È l’esito di un processo che dura da decenni: l’incapacità delle democrazie di governare il capitalismo finanziario. E Trump porta questo processo all’estremo, radicalizzando la subordinazione della politica e del diritto al mercato. E quando la politica abdica, arriva la guerra, che è sempre la negazione del diritto e della politica.
Il vero obiettivo è l’Europa, che entrambi i nuovi imperatori, Trump e Vladimir Putin, considerano un nemico
Lo vediamo chiaramente a Gaza, dove non c’è pace. Anche dopo la tregua si continua a morire ogni giorno. Se diminuiscono le bombe sulla Striscia, si è intensificato invece il conflitto in Cisgiordania. Siamo lontanissimi dal porre le basi della soluzione dei due popoli e dei due Stati mentre, al contrario, si asseconda la tesi del leader Benjamin Netanyahu e della destra israeliana secondo cui ai palestinesi non spetta uno Stato, né un territorio. Si nega la soggettività di un popolo che viene progressivamente disperso. Il paradosso è evidente: il popolo della diaspora sta producendo la diaspora di un altro popolo, quello palestinese.
Lo stesso vale per l’Ucraina. I 28 punti proposti per la tregua portano chiaramente l’impronta russa. L’Ucraina appare come un pretesto per obiettivi molto più ambiziosi rispetto al controllo del Donbass o dei confini tra Nato e Russia. Il vero obiettivo è l’Europa, che entrambi i nuovi imperatori, Trump e Vladimir Putin, considerano un nemico.
Trump perché vuole mani libere nella competizione economica con la Cina e, in questo senso, l’Europa potenza economica rappresenta chiaramente un ostacolo. Putin punta a ricostruire la “grande Russia” e vede nell’Europa un polo alternativo che ha attratto gli ex Paesi dell’Est.
Oggi convivono tre linee di politica estera: quella di Meloni, quella europeista di Tajani e quella trumpiana di Salvini
Da questa crisi si esce solo se l’Europa smette di illudersi di poter sostituire gli Stati Uniti nella fornitura di armi all’Ucraina. Cosa che peraltro sta facendo da tempo non solo spendendo per l’Ucraina più risorse degli Stati Uniti d’America, ma anche comprando armi americane per aiutarla. Se si limita a fare questo, l’Europa non ha futuro.
Deve sostenere il popolo ucraino, certo, ma soprattutto sedersi al tavolo della trattativa e imporre la propria presenza. Se l’America si sfila, tocca all’Europa assumersi questa responsabilità. Non si può lasciare il destino del continente a due leader che non trattano, ma si accordano sulla pelle dell’Ucraina e dell’Europa. Né affidare tutto agli Stati Uniti, come auspicato da Giuseppe Conte.
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Anche l’Italia è a un bivio. Il governo deve smettere di tenere comportamenti ambigui. Oggi convivono tre linee di politica estera: quella di Meloni, quella europeista di Tajani e quella trumpiana di Salvini. Una pluralità che consente alla premier di restare in equilibrio, ma non di mediare davvero.
La prova è l’opposizione all’abolizione del veto in Europa. Se l’Unione non compirà il passo verso una compiuta maturità politica, soccomberà. Non può piegare la propria economia alle esigenze della guerra senza perdere la sua forza di potenza economica nel mondo. Del piano di Mario Draghi non condivido che il futuro dell’Unione passi attraverso la politica degli armamenti, ma per il resto concordo pienamente con l’idea che l’Europa debba riqualificarsi come potenza manifatturiera e investire in ricerca. Poi dovrebbe ricordarsi che è nata per dire “mai più guerra”. La nostra vera sicurezza, la prima caratteristica, è sempre stata il benessere dei cittadini, l’apertura al mondo, l’investimento nella ricerca, l’accoglienza. L’Europa diventa competitiva anche se accetta di diventare multietnica accogliendo le forze giovani dagli altri paesi, di cui abbiamo tremendamente bisogno. Ma bisogna fare in fretta.
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