Washington D.C. - Il presidente Donald Trump mostra ai media il disegno di legge firmato dal Congresso che riapre il governo, mercoledì 12 novembre 2025, nello Studio Ovale. (Foto ufficiale della Casa Bianca di Daniel Torok)
Washington D.C. - Il presidente Donald Trump mostra ai media il disegno di legge firmato dal Congresso che riapre il governo, mercoledì 12 novembre 2025, nello Studio Ovale. (Foto ufficiale della Casa Bianca di Daniel Torok)

Scandalo Nba, la mafia italo-americana affascina ancora e Trump ne imita lo stile

Lo scandalo delle scommesse nella Nba ha dimostrato come la criminalità mafiosa di origine italiana sia ancora attiva a New York. In realtà non era mai uscita dall'immaginario e dalla cultura pop americana, plasmando anche modelli di leadership. Alcuni analisti hanno trovato nell'approccio di Trump al potere una modalità che appartiene ai boss: enfasi sulla lealtà personale, sul carisma e la forza individuale rispetto alle procedure istituzionali, negoziazioni aggressive

Anna Sergi

Anna SergiProfessoressa di Sociologia del Diritto e della Devianza, Alma Mater Studiorum di Bologna

17 novembre 2025

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Nella seconda metà di ottobre le autorità federali statunitensi hanno reso note una serie di accuse nell'ambito di una delle operazioni più sofisticate e vaste nel mondo delle scommesse sportive nella storia del Paese. L’indagine ha portato all’arresto di 34 persone, tra cui figure di spicco dell’Nba come Terry Rozier del Miami Heat e l’allenatore Chauncey Billups dei Portland Trail Blazers, oltre a membri e affiliati di quattro importanti famiglie della criminalità organizzata italo‑americana – la Cosa nostra: Bonanno, Gambino, Lucchese e Genovese – coinvolti in una frode da decine di milioni di dollari.

Il “Rigged Poker Scheme”

Il caso ha riportato alla luce il dibattito mai sopito sulla (r)esistenza della mafia italo-americana agli attacchi della magistratura, soprattutto a New York, negli anni Novanta e Duemila. La mafia italo‑americana, infatti, negli Usa è ancora fonte di un’attrazione profonda

La frode, soprannominata Rigged Poker Scheme, era articolata in due attività criminali distinte ma collegate. La prima riguardava scommesse sportive illegali basate sull’uso di informazioni riservate su giocatori e squadre Nba, sfruttate per manipolare esiti e profitti delle puntate. La seconda riguardava partite di poker truccate, realizzate con tecnologie sofisticate in sale clandestine prevalentemente nell’area di New York, e protette dalle famiglie della Cosa nostra.

Secondo i capi d’accusa, l’operazione combinava le modalità tradizionali di controllo e protezione tipiche delle famiglie mafiose con strumenti moderni capaci di leggere e trasmettere i dettagli delle carte, così da falsare i giochi di poker. L’atto d’accusa descrive inoltre la creazione di “cheating teams” – squadre coordinate che condividevano informazioni per massimizzare le perdite delle vittime – operando in alcuni casi su scala nazionale.

Il caso ha avuto una notevole risonanza mediatica negli Stati Uniti, con pagine Bbc e Cnn in continuo aggiornamento, e ha riportato alla luce il dibattito mai sopito sulla (r)esistenza della mafia italo-americana agli attacchi della magistratura, soprattutto a New York, negli anni Novanta e Duemila. La mafia italo‑americana negli Usa è ancora fonte di un’attrazione profonda. Avviene perché si tratta di un sistema di potere che incarna una narrazione semplice quanto efficace: ordine dove regna il disordine, una guida autorevole in un mondo incerto, codici di comportamento che premiano lealtà e disciplina più delle norme formali. Non sorprende che, in tempi segnati da precarietà economica, polarizzazione sociale e sfiducia nelle istituzioni, questi elementi offrono una rassicurazione narrativa: c’è un capo che prende decisioni nette, c’è un mondo dove la fedeltà conta più della burocrazia, c’è ancora la promessa di riscatto tramite mezzi rapidi e diretti – il sogno americano. È una fantasia consolatoria che attenua le ambiguità e i compromessi della vita collettiva in un paese che oggi attraversa una fase molto complessa della propria storia.

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La cultura pop e il “mito” della mafia italo-america

È stata la cultura popolare a cristallizzare e amplificare questa mitologia della mafia americana. Dal cinema de Il Padrino alle serie tv dei Soprano, la fiction ha trasformato boss e affiliati in figure epiche: anti‑eroi tragici, leader carismatici dotati di un proprio codice morale. Queste rappresentazioni non si sono mai solo limitate ad intrattenere: hanno plasmato l’immaginario pubblico, hanno costruito e consolidato stereotipi, rafforzando simboli di mascolinità, onore e identità comunitaria. Ripetute all’infinito, le storie dei mafiosi di Goodfellas sono diventate una forma di memoria condivisa che oggi rende la mafia contemporanea ancora un elemento narrativo attraente e persistente.

La cronaca giudiziaria recente – soprattutto nel caso del Rigged Poker Scheme – ci ricorda però che il fascino non equivale a innocuità. In questo ultimo caso, il mix di intimidazione tradizionale e innovazione tecnologica fa apparire questa mafia come un soggetto capace di reinventarsi: non più solo estorsione e racket alla vecchia maniera (che non sono mai mancati negli anni), ma uso di dispositivi wireless, spionaggio e strategie organizzative sofisticate. Questa modernizzazione narrativa rende il racconto ancora più avvincente – e più pericoloso, perché facilita la penetrazione in contesti apparentemente legittimi.

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Donald Trump e la leadership “mafia-style”

Uno studio traccia un parallelo esplicito tra la leadership politica di Trump e le strutture gerarchiche e basate sulla lealtà, tipiche della criminalità organizzata americana

E qui dobbiamo introdurre un altro fattore: la sovrapposizione culturale tra il mito mafioso americano e i modelli politici contemporanei del paese. Un articolo uscito sulla rivista Social Sciences nel 2024 e scritto da Najja K. Baptist and Kenneth A. Clark, Unmasking the Authoritarian Mob Boss: A Critical Analysis of Donald Trump’s Political Leadership (reperibile qui), traccia un parallelo esplicito tra la leadership politica di Trump e le strutture gerarchiche e basate sulla lealtà, tipiche della criminalità organizzata americana, mafia-style. Questo studio sottolinea come l’approccio di Trump al potere e alla leadership rispecchi quello delle figure apicali della criminalità organizzata: stile decisionale basato sulla lealtà personale, negoziazioni aggressive, enfasi sul carisma e la forza individuale rispetto alle procedure istituzionali.

Non si possono ovviamente imputare a Trump reati specifici relativi alla criminalità organizzata, se non magari quelli che, a detta anche sua, sarebbero storicamente legati ai suoi investimenti nell’immobiliare a Manhattan come per esempio riporta Eric Dezenhall nel suo Wiseguys and the White House: Gangsters, Presidents and the Deals They Made, edito da Harper Collins. Si vuole piuttosto evidenziare una sovrapposizione di stile e simboli che contribuisce a rendere il modello mafioso culturalmente più credibile e anche appetibile. La retorica del capo che “fa” e che risolve bypassando le regole istituzionali risuona con lo stesso substrato narrativo che rende attraente il boss di finzione: efficienza apparente, ordine immediato, protezione riservata a chi sta dalla parte giusta, cioè col capo stesso. In questa direzione si muove, ad esempio, l'interpretazione del potere di Trump proposta su un articolo comparso sul The Atlantic a firma Adam Serwer: "Se doni abbastanza denaro a Trump, potresti ricevere un trattamento di favore, inclusa l'immunità. Se ti opponi a Trump, potresti essere perseguito. Non è così che funziona un governo rappresentativo. È così che funziona la mafia", si legge nell'articolo, che cita Salvatore Lupo e la sua opera, Storia della mafia.

Quando leader politici adottano modalità decisionali e relazionali che privilegiano legami personali e transazioni opache, con venatura autoritaria verso chi non concorda con loro, il confine tra illegittimità e pragmatismo si assottiglia

Virginia Di Gaetano in un long-read apparso su ItalicsMag nell’ottobre del 2020 (disponibile qui), titolato Donald Trump and his Italian American Supporters, scrive che Donald Trump “mostra lo stesso sfacciato disprezzo per le convenzioni che hanno i nostri personaggi mafiosi preferiti, sia nell'arte che nella vita reale, durante l’era più prolifica del crimine organizzato negli Stati Uniti”. Trump viene paragonato favorevolmente a un boss mafioso dalla comunità italo-americana “proprio per il suo palese disprezzo per quelle barriere che avrebbero dovuto tenerlo lontano dalla carica pubblica”.

È la volgarità di Trump a renderlo popolare presso una specifica sottocategoria di americani che votano sempre più a destra perché come osservano Pascal Bruckner e Mary Byrd Kelly, “la volgarità nasce nel momento in cui il popolo, almeno in linea di principio, passa dall'essere soggiogato a diventare protagonista della vita politica. Essa costituisce la terribile dissonanza che emerge dalla contaminazione reciproca di ambienti diversi e dalla commistione di classi separate che non sanno abbastanza bene come rimanere al proprio posto”.

Le conseguenze di questa volgarizzazione in stile mafioso nella figura di Trump sono concrete. Alcuni studi, infatti, discutono anche di come la campagna elettorale e le presidenze di Trump abbiano reso mainstream alcune tattiche escludenti o autoritarie, talvolta tracciando analogie con i metodi utilizzati dalla criminalità organizzata per consolidare il proprio potere. Ma quando leader politici adottano modalità decisionali e relazionali che privilegiano legami personali e transazioni opache, con venatura autoritaria verso chi non concorda con loro, il confine tra illegittimità e pragmatismo si assottiglia. Questo favorisce la normalizzazione di pratiche che erodono la fiducia nelle istituzioni: nepotismo, scambi di favori, decisioni prese in base alla fedeltà piuttosto che alla legge. Anche dal punto di vista delle relazioni internazionali, la stessa logica può tradursi in rapporti bilaterali gestiti come accordi personali, con rischi per alleanze e norme multilaterali.

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La cronaca e l’intrattenimento amplicano il mito e la violenza

Inoltre, il consumismo mediatico del fenomeno mafioso per cui la cronaca diventa intrattenimento tanto quanto film e serie tv, amplifica il mito e, talvolta, edulcora la violenza e il danno reale che sia la criminalità organizzata provoca alle comunità. Questo stesso consumismo mediatico conferisce a chi si comporta da mafioso, come viene detto per il presidente Trump, un’esposizione pubblica a metà tra la realtà e la finzione e lo stesso effetto di diluizione del danno, a beneficio dell’intrattenimento. Se mitizzare la mafia oscura le vittime, mitizzare i mafiosi, o coloro che ci appaiono come mafiosi, banalizza la loro corruzione e fornisce narrazioni che possono solo risultare consolatorie per gruppi sociali stanchi delle frustrazioni quotidiane.

Il caso del Rigged Poker Scheme è un ammonimento netto: la mafia italo‑americana non è soltanto un mito nostalgico o un modello narrativo affascinante, ma un’organizzazione reale in grado di rinnovarsi tecnologicamente e, come tutte le mafie, di insinuarsi in ambiti apparentemente legittimi. La seduzione di storie e simboli mafiosi – rafforzata dalla cultura pop e dalla sovrapposizione retorica con certe figure politiche – rischia di normalizzare pratiche di potere personali, opache e autoritarie, sbiadendo il confine tra spettacolo e reato.

Difendere la democrazia americana oggi significa dunque non solo perseguire con rigore i crimini della sua classe dirigente, ma smontare la loro mitologia: privilegiare la memoria delle vittime e del danno sociale di politiche basate sulla gloria fittizia del capo, rafforzare trasparenza istituzionale e responsabilità pubblica, e coltivare un racconto civico che rifiuti l’idea che l’efficacia valga più della legalità. Solo così si sbarra la strada a chi vuole trasformare il consenso in protezione e il fascino in impunità.

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