
Inquinamento e sport, correre non fa sempre bene



1 aprile 2026
C’è un ingrediente delle politiche migratorie che tendiamo a sottovalutare, e che invece secoli di storia avrebbero dovuto insegnarci a monitorare con estrema attenzione. Si tratta dell’invisibilità. Il trucco è vecchio e collaudato: ciò che non si vede e non si sente non c’è. Più i luoghi e le procedure sono opachi e frammentati, meno entrano nella discussione pubblica e nella responsabilità istituzionale.
Ed è per questo che sottrarre alla vista il trattamento riservato alle persone migranti, fatto spesso di procedure irragionevoli, orrende detenzioni amministrative e mancate tutele, è il modo migliore per evitare reazioni pubbliche e proteste. L’invisibilità, voluta e difesa, attenua le risposte e produce indifferenza. Le tre inchieste del dossier di questo numero vanno ostinatamente in direzione contraria, e illuminano alcuni degli angoli più bui del sistema.

L’invisibilità, voluta e difesa, attenua le risposte e produce indifferenza
La prima, di Sofia Lo Mascolo, raccoglie testimonianze inedite di medici che da diverse parti d’Italia denunciano pressioni, telefonate e richieste di giustificazione quando certificano la non idoneità di una persona alla detenzione in un Cpr. A Ravenna il caso è esploso con l’indagine e la sospensione di alcuni di loro.
Per allentare la tensione, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici ha chiesto che gli operatori sanitari siano sollevati da questa responsabilità, separando l’idoneità clinica dalle valutazioni giuridiche sull’ingresso in Cpr. Ma c’è chi, come il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, vorrebbe risolvere la questione rendendola ancora più opaca, affidando la pratica direttamente al personale sanitario dei centri, in evidente conflitto di interessi perché pagato dal gestore del Cpr.
Servono dignità, pazienza e spesso fortuna per vivere in un Paese che non ti vuole. Lo dimostra la storia di Isaac, preso e rispedito nel paese d’origine, il Ghana, dopo anni di lavoro a Napoli, per essersi presentato in questura a regolarizzare i documenti scaduti. La sua espulsione era illegittima, ma è servito un anno di tempo, l’intervento del suo avvocato e la disponibilità del suo ex datore di lavoro per riuscire a riportarlo in Italia.
Isaac è stato preso e rispedito nel paese d’origine, il Ghana, dopo anni di lavoro a Napoli, per essersi presentato in questura a regolarizzare i documenti scaduti
La seconda inchiesta riguarda proprio storie come la sua. Indaga i cosiddetti “luoghi idonei”, spazi di detenzione amministrativa, alternativi ai Cpr, gestiti direttamente dentro le questure. In queste stanze vengono rinchiusi e poi rimpatriati migranti con i documenti scaduti o non in regola. Sono luoghi invisibili all’opinione pubblica, dato che l’accesso è consentito solo ai garanti delle persone private della libertà. Con il lavoro di Natalie Sclippa abbiamo ricostruito, con dati e documenti inediti, la loro collocazione e le condizioni in cui versano, scoprendo che sono oltre sessanta in Italia e che negli ultimi tre anni sono stati l’ultima tappa prima del rimpatrio, spesso senza adeguate tutele, per oltre 2.500 persone.
Chiude il dossier l’inchiesta di Paolo Valenti sui rimpatri volontari, che abbiamo scoperto essere spesso più indotti che volontari. Costretti da condizioni di salute o detenzione insostenibili. Lette insieme, queste inchieste raccontano un sistema che moltiplica gli spazi di trattenimento, incentiva i rimpatri “forzati” e reprime tutti gli ostacoli procedurali che potrebbero rallentarlo, persino quelli posti dall’etica medica. Il tutto senza che cittadine e cittadini possano essere consapevoli fino in fondo di ciò che viene fatto in loro nome, senza poter vedere cosa si nasconde dietro muri e ambiguità.
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