

Maria Chindamo, dieci anni fa l'omicidio. Il ricordo del fratello Vincenzo

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera


8 maggio 2026
"Scoppia la guerra, io me ne scappo.
Ma quale patria, io me ne sbatto
Tu mi imponi le divise, io me le strappo
Ho due bottiglie, tu combatti, io me le stappo.
Disertore a vita e me ne vanto
Se foste come me non ci sarebbe guerra in atto
La cadenza e il passo sono demodé
Io la sera me la spasso al Cabaret Voltaire! "
(Comunque Dada - Caparezza)
L’8 maggio del 2025, affacciandosi dalla Loggia delle benedizioni, in piazza San Pietro, per il primo saluto da Papa, il neo eletto Leone XIV rivolse urbi et orbi un messaggio semplice ma carico di implicazioni politiche: “la pace sia con voi”. E subito aggettivò quella pace: disarmata e disarmante, umile e perseverante. Concetti su cui è poi tornato più volte durante il suo primo anno di pontificato, l’ultima pochi giorni fa, in occasione del botta e risposta a distanza con il connazionale Donald Trump. Una pace disarmata e disarmante, dunque, è l’auspicio di Prevost. Ma perchè, potrebbe essere altrimenti? Può esistere, cioè, una pace armata e provocatoria? Evidentemente per qualcuno si. Basti pensare all’arguta operazione di maquillage che ha trasformato il piano ReArm Europe nel piano Preserving Peace, senza però intaccarne la sostanza.
Un pacchetto di riarmo europeo che la premier Giorgia Meloni ha giustificato agli italiani andando a scomodare lo scrittore romano Flavio Vegezio Renato ed il suo celebre (e stra-citato) “si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra). Che poi, a ben vedere, si potrebbe imbastire un interessante dibattito a distanza e in latino, facendogli rispondere da Tacito: “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (dove fanno il deserto, lo chiamano pace). Ma è meglio fermarsi qui e tornare all’italianissimo presente. Perché di altri curiosi ossimori è lastricata la strada della politica. C’è la pace che si arma, appunto, ma anche la legalità che diventa repressione, o l’educazione che si fa indottrinamento. Binomi tutt’altro che fantastici, che sembrano attraversati da un unico filo rosso: la (malcelata) violenza del potere.
Nell’ultimo numero della rivista scientifica Educazione Aperta, Enrico Euli, ricercatore in Didattica e pedagogia speciale e docente di Metodologie del gioco all’Università di Cagliari, sostiene che “le tre dimensioni della violenza (culturale, strutturale, diretta) (...) vivono attualmente un’espansione esponenziale ed apparentemente inarrestabile”, al punto che “(...) la guerra ritorna ad essere la condizione di sopravvivenza degli stati nazionali, che non smettono di emettere funebri richiami all’unità di patria contro il nemico, per preservare così il controllo politico interno”. Di questa deriva, Euli identifica molteplici cause: la neutralizzazione dell’idea stessa di non violenza da parte di un “pacifismo generico e imbelle” che non rimette in discussione interessi economici e stili di vita e di consumo; la crescente criminalizzazione delle azioni di protesta e di disobbedienza civile; il dominio di valori individualistici, ipercompetitivi e funzionalistici all’interno di istituzioni che dovrebbero essere invece orientate all’educazione, alla conoscenza, alla formazione ed alla mediazione nonviolenta dei conflitti; il controllo sociale sempre più stringente e soffocante; la virtualizzazione delle relazioni che rende sempre più rara l’emersione di movimenti socio-politici organizzati ed attivi; la trasformazione delle democrazie in democrature.
Difficile non scorgere in questo elenco più di un rimando alla scuola e alle diverse dimensioni educative. Riferimento che affiora poi prepotente quando Euli prova a tracciare le possibili vie d’uscita dalle secche di questa violenza insensata. Soluzioni tra cui annovera la pratica di “un’educazione aperta e all’aperto, non richiusa in sé stessa e non al chiuso di mura, che siano reali, mentali o immaginarie”. E poi un invito a tutti coloro che, a vario titolo si sentono coinvolti in un impegno educativo: “(...) nel lavoro formativo ed educativo (...) possiamo iniziare a (...) vedersi come persone e non come ruoli, depotenziare le gerarchie staticamente definite, cercare il senso delle regole e rifiutare una cieca obbedienza ad esse, non accettare di essere colpevolizzati per responsabilità che dovrebbero ricadere sul sistema, limitare l’uso della tecnologia digitale e incontrarsi in presenza, ridarsi tempo, sperimentare nuovi giochi relazionali e sociali”.
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