Carcere Lorusso e Cutugno, Torino. Foto di Marco Panzarella
Carcere Lorusso e Cutugno, Torino. Foto di Marco Panzarella

Prigioni, discarica sociale

I 54mila detenuti delle carceri italiane vivono spesso in condizioni inumane e degradanti. Molti provengono da situazioni di marginalità e disagio che la reclusione non risolve, anzi aggrava

Massimo Razz

Massimo RazziGiornalista e scrittore

31 marzo 2022

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La privazione della libertà è la punizione prevista dal nostro ordinamento. Ma non è lo spazio dove affliggere una persona con punizioni diverse e aggiuntive». La frase è di Mauro Palma, garante delle persone private della libertà. Detenuti, migranti, ma anche persone allettate e private (dalla malattia e dall’età) della possibilità di essere autonome. È dunque una fragilità specifica e tremenda che le tiene insieme, le distingue dalle altre, che ci interpella su un punto dolentissimo del nostro (e non solo nostro) sistema carcerario il fatto che uno sia colpevole di un atto che la legge prevede come punibile, ci autorizza a fargli qualcos’altro che non sia privarlo della libertà di muoversi per un dato tempo? La risposta, a norma della Costituzione, è ovviamente negativa. Eppure, nella percezione generale del concetto di carcere c’è che un po' di sofferenza in più non guasta, perché «i carcerati stanno già troppo bene, tutto il giorno a non far niente, a guardare la televisione a nostre spese...».

Oltre il limite

Ma stanno davvero bene gli oltre 54mila detenuti rinchiusi nei 189 istituti di pena italiani? I loro diritti, per quanto compressi dall’esecuzione della pena, sono rispettati? Lavorano come previsto dalle norme? Studiano? Crescono culturalmente? Vengono sufficientemente osservati per capire come funziona il loro percorso di recupero previsto dall’articolo 27 della Costituzione? Qualche dato ci arriva dall’Osservatorio di Antigone che, anche nel 2021, ha visitato 99 carceri: da Poggioreale, il più grande con oltre duemila detenuti, a Lanusei e Grosseto che ne hanno 28 ciascuno. I dati che emergono da queste visite sono ancora preoccupanti: il 40 per cento delle carceri non ha acqua calda, in 15 istituti non c’è proprio riscaldamento, nel cinque per cento mancano le docce nelle celle (previste dal regolamento penitenziario del 2000), in un terzo delle celle i detenuti hanno meno di 3 metri quadrati a testa di pavimento calpestabile. Tutto questo nonostante la sentenza Torreggiani del 2013, con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il trattamento “inumano o degradante” riservato a sette persone recluse a Busto Arsizio e Piacenza.

Carceri sovraffollate, insalubri e over 60

In molti penitenziari italiani non c’è acqua calda, mancano il riscaldamento e le docce nelle celle. Le persone recluse hanno meno di 3 metri quadrati a testa di pavimento calpestabile

Non c’è da stupirsi, dunque, se a Sollicciano, in Toscana, si contino 105 atti di autolesionismo ogni 100 carcerati e se il suicidio riuscito riguardi un carcerato su 863, mentre fuori si toglie la vita un italiano su 17mila.
Eppure, rispetto alla fine del secolo scorso, le cose sono abbastanza cambiate. La cella (o camera di pernottamento) non è più il centro della vita del detenuto. Anzi, dovrebbe servire solo per la notte. Durante la giornata i carcerati dovrebbero vivere nelle aree comuni e dedicarsi alle diverse attività rieducative. Dal 2014, inoltre, vige il principio della sorveglianza dinamica: per muoversi all’interno del carcere il detenuto non ha più bisogno di essere accompagnato da un agente di polizia penitenziaria ma può raggiungere da solo la sua destinazione che, ovviamente, deve essere nota e giustificata da motivi di studio, lavoro o altro. Nella maggior parte degli istituti di pena italiani, però, la sorveglianza dinamica si limita agli spazi delle sezioni.. A Bollate e Rebibbia invece funziona. La chiamano “sconsegna”, è una targhetta verde che toglie ai detenuti una parte della loro infantilizzazione, quello stato, cioè, in cui sono ridotti quando arrivano in carcere, e viene negata loro la possibilità di agire, fare, muoversi, parlare, discutere, amare. Tutte cose che nella maggior parte degli istituti di pena il detenuto non è libero di fare senza permesso, senza accompagnatore, senza “domandina”.

Lo Stato penale

Una politica criminale

Insomma, nonostante le buone norme e la buona volontà degli operatori, il sistema carcerario italiano si è trasformato sempre di più in quella «discarica sociale» di cui, per primo, parlò Sandro Margara, un grande magistrato, scomparso nel 2016, che dedicò tutta la vita a questi temi e fu tra gli autori della riforma penitenziaria e della legge Gozzini. «Discarica sociale» è una definizione che corrisponde ai dati della popolazione carceraria formata, per la maggior parte, da uomini abbastanza giovani, con livelli di istruzione molto bassi, dispersione scolastica, migrazioni, storie di precariato nel lavoro, tossicodipendenza e disagio mentale. Insomma, quello che la società non riesce a integrare, prima o poi finisce inevitabilmente dietro le sbarre ed entra in un circuito molto spesso fatto di recidive, che continua ad avvitarsi su se stesso. Lo spiega bene il professor Marco Ruotolo, costituzionalista all’Università Roma Tre, che ha presieduto la Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario istituita nel settembre del 2021 dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e che ha consegnato ai primi di gennaio la sua relazione finale. «All’origine del fenomeno – dice Ruotolo – c’è una politica criminale che ha puntato a dare ai cittadini una sensazione di sicurezza colpendo l’emergenza visibile, tossicodipendenti e migranti. L’idea è di punire l’escluso con l’unico sistema che si conosce, il carcere. Il motivo di fondo è che non siamo capaci di includerlo». Il risultato è che ci entrano molti (troppi) cittadini che non dovrebbero starci.

Percorsi in comunità e messa alla prova sono valide alternative alla reclusione, ma nella maggior parte dei casi la sentenza prevede mesi o anni di detenzione, così il condannato finisce in galera e difficilmente ne esce

La «politica criminale» di cui parla Ruotolo ha seguito le ondate giustizialiste e ha messo dentro migliaia e migliaia di persone condannate per piccolo spaccio o perché immigrate clandestinamente. Per vivere in un istituto di pena (e trarne qualche vantaggio o, almeno, non peggiorare la propria condizione) è necessaria una certa struttura mentale: avere dei punti fermi nella propria vita, una famiglia, qualche riferimento che serva a “pensarsi” in un futuro diverso. Persino un riferimento delinquenziale può servire. I veri criminali sono sempre stati capaci di vivere tranquillamente i loro inevitabili periodi dietro le sbarre, comportandosi bene per guadagnarsi sconti o organizzandosi per conquistare fette di potere interno e affermare il proprio status. È chiaro che un migrante extracomunitario (oltre il 30 per cento dei detenuti) o un giovane tossicodipendente non sono adatti a un carcere italiano, anche per motivi di lingua e di cultura. Anna Angeletti, che per alcuni anni è stata vicedirettrice del carcere circondariale di Regina Coeli, racconta: «Una volta mi sono trovata di fronte a un detenuto nordafricano, dopo un po’ ho capito che questa persona non aveva nemmeno la percezione di essere in prigione. Pensava di essere finito in un centro di prima accoglienza e il fatto che cercassimo di trattarlo bene lo confermava in questa idea».  Allora, come affronta il carcere un detenuto che non sa perché è dentro (migrare non gli sarà sembrato un reato) e non ne comprende lo scopo? Ma anche un giovane italiano proveniente da una periferia dimenticata, con il classico percorso di drop out scolastico, tossicodipendenza, spaccio e altri piccoli reati collegati, è “strutturato” per affrontare una detenzione in modo che questa serva a qualcosa? A Roma, nel pub Vale la pena (dove lavorano ex detenuti) abbiamo incontrato Kevin, 22 anni, una sfilza di reati iniziata quando ne aveva 16. E un lungo percorso carcerario: da Casal del Marmo (minorile) a Regina Coeli, quindi Rebibbia. Il suo percorso negativo si è infranto contro una piccola suora che gli ha dato considerazione e amore, le cui parole gli sono entrate dentro e lo hanno accompagnato fuori. Ma lo stesso Kevin è certo che, senza quell’incontro, sarebbe ancora a girare da un carcere all’altro, da un reato a una cella. «Lei, la suorina, mi ha fatto capire che quello che andava contromano ero io. E questo è stato il mio punto di partenza. Adesso penso solo a lavorare e a farmi una vita, la suora la sento tutti i giorni». Perché il carcere in quanto tale, a Kevin e a tanti come lui, non serve a nulla.

"Aiuto, mio figlio è diventato violento"

Percorsi diversi

Giovani destrutturati, migranti, autori di piccoli reati. Per loro deve esserci un’alternativa. Può essere la comunità, la messa alla prova. Funziona, ma uno dei problemi è che la sentenza nella maggior parte dei casi (soprattutto se non si tratta di minori) viene ancora comminata in mesi o anni di carcere. Il condannato finisce, dunque, in galera e da lì è difficile uscire per intraprendere altri percorsi. «Ne abbiamo discusso nella Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario con riguardo al giudizio direttissimo – dice Ruotolo – e vi abbiamo dedicato la prima delle venticinque azioni che il nostro documento suggerisce. L’idea è di allargare a tutta Italia il cosiddetto “sistema Milano”». Di cosa si tratta? Da un po’ di tempo la Sezione direttissime del Tribunale del capoluogo lombardo ha messo in piedi una procedura che sembra funzionare.

La popolazione carceraria è composta da uomini tra i 25 e i 50 anni, con livelli di istruzione bassi, dispersione scolastica, migrazioni, storie di precariato nel lavoro, tossicodipendenza
e disagio mentale

Quando il giudice si trova davanti un imputato dipendente da alcol o droghe, che abbia in corso un programma terapeutico, la pratica viene passata al Serd interno (la struttura sociosanitaria che segue questo genere di problemi). In tempi brevissimi e grazie a un buon sistema informatico, la persona viene valutata, si verifica l’esistenza della dipendenza e del programma terapeutico e si definisce, in accordo con le strutture territoriali, un programma alternativo al carcere. In poche decine di minuti, il giudice si trova in mano una proposta alternativa e la applica direttamente. In questo modo un migliaio di persone all’anno vengono avviate su percorsi che non comportano la prigione. «L’idea – dice Ruotolo – è di allargare a tutta Italia il modello milanese». Alcuni tentativi ci sono già stati ma si sono arenati su questioni economiche e organizzative. Il fatto che la proposta venga dalla commissione a cui la ministra dà grande importanza, potrebbe aiutare a superare gli ostacoli. Se a Milano sono state mille le persone che hanno evitato una carcerazione inutile e controproducente, allargando il sistema a tutto il Paese non sarebbe difficile tener fuori di prigione diecimila cittadini ed evitare loro di passare nel tritacarne dell’istituzione carceraria. «Non si tratta di buonismo o di mancanza di volontà di punire certi reati  – conclude Ruotolo –  togliere di prigione queste persone servirebbe a tutti, alla sicurezza dei cittadini, al reinserimento dei piccoli delinquenti, al calo della recidiva e al funzionamento delle carceri». Le «discariche sociali» potrebbero tornare a occuparsi di quelle poche decine di migliaia di persone per cui il carcere può ancora avere un senso. Nell’attesa che anche quel senso sparisca e si trovino altre strade per rispettare l’articolo 27 della Costituzione. 

Da lavialibera n°13 

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