Carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Foto di M. Panzarella
Carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Foto di M. Panzarella

Dino Petralia: "Da giudice ho conosciuto l'imputato. In carcere ho incontrato l'uomo"

Bilancio amaro di due anni di attività. L'ex capo del Dap Bernardo Petralia rivendica il lavoro fatto, ma ammette "mi addolora non aver potuto fare abbastanza"

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

Aggiornato il giorno 29 aprile 2022

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"Ogni toga dovrebbe fare esperienza di qualche settimana di vita in carcere, per essere più attenta nei giudizi". Con questa convinzione Bernardo Petralia lascia la guida del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) dopo due anni di intenso lavoro. Magistrato dalla solida carriera, prima come inquirente poi come membro del Csm, Petralia è stato nominato a capo del Dipartimento a maggio del 2020 dall'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il suo arrivo seguì le improvvise dimissioni del predecessore Francesco Basentini, travolto dalle polemiche per la scarcerazione di alcuni detenuti per mafia nel corso della pandemia covid.

Petralia lascia l’incarico con un anno di anticipo rispetto alla data naturale del suo pensionamento, per rientrare in famiglia. Persona schiva e restia alle interviste, acconsente di fare con noi un bilancio di questi due anni a capo dell’universo penitenziario.

Bernardo Petralia, ex capo del Dap/Ansa
Bernardo Petralia, ex capo del Dap/Ansa

Petralia, lei è stato nominato alla direzione del Dap in risposta alle dimissioni di Basentini, nel pieno delle polemiche sulle presunte scarcerazioni di massa dei boss mafiosi. Che situazione ha trovato?

A metà maggio del 2020, quando sono stato chiamato alla guida del Dap, la situazione era incandescente: eravamo nel dopo rivolte del marzo scorso e la pandemia stava progredendo a grandi e pesantissimi passi; inoltre infuriavano le polemiche per alcune scarcerazioni e tutto ciò con grande disorientamento nell’amministrazione penitenziaria. Posso dire che è stato l’impegno più arduo e complesso della mia vita professionale, ma ho trovato uomini, donne e strutture in grado di reggere l’impatto con equilibrio e lucida pianificazione degli interventi. Sono stati comunque mesi di notti insonni e continue ansie, ma forse occorrevano proprio quelle.

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Al suo arrivo ha voluto subito incontrare il Garante dei detenuti e le associazioni che da anni monitorano il mondo del carcere, facendo anche arrabbiare alcuni rappresentanti della polizia penitenziaria. Ha poi fatto pace con loro?

Dopo pochi giorni dal mio insediamento è capitato che partecipassi a un convegno di Antigone, associazione impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti, che conoscevo da tempo e che ho sempre stimato per preparazione e competenza. Ne sono seguite polemiche intrise di presunta partigianeria, quasi che io intendessi contrappormi al ruolo della polizia penitenziaria; cosa talmente non vera che poi è bastato poco per entrare in sinergia con i sindacati del Corpo, ai quali devo peraltro gran parte delle mie attuali conoscenze dell’amministrazione. Non c’è stato un solo evento, positivo o negativo nella vita degli Istituti, in cui io non abbia chiamato e ascoltato personalmente poliziotti e direttori per rincuorare o per concordare rimedi, e comunque per esserci.

Qual è il suo bilancio dopo due anni di lavoro al Dap?

Un bilancio positivo e negativo insieme. Ho imparato tanto e devo di questo sincera riconoscenza ai ministri che mi hanno dato fiducia. Io e il mio vice abbiamo gestito le emergenze e i tanti imprevisti, ma abbiamo anche aggiornato e velocizzato un’amministrazione che ai nostri occhi era apparsa lenta, timorosa e appannata da troppi disagi. E tutto questo non mancando mai di girare vorticosamente per gli istituti in lungo e in largo per l’Italia, pur in piena pandemia, e parlando ogni volta con poliziotti e detenuti. Tra le cose positive di questa esperienza, non va poi trascurato il clima di eccellente collaborazione che si è riusciti a instaurare con la magistratura, soprattutto di sorveglianza e requirente. Di contro, c’è ancora molto da fare per migliorare l’esistenza compressa della popolazione detenuta, eliminando afflizioni aggiuntive e non più in linea con i dettami della Corte Costituzionale. Sul punto, con l’ausilio del Garante e del ricco associazionismo che ruota attorno alle carceri - cito fra tutte Nessuno tocchi Caino, la collaborazione con la quale si è via via intensificata - abbiamo avviato un cammino importante, ma il solco tracciato va proseguito e ampliato; sono sicuro che il mio successore Carlo Renoldi, collega preparato ed esperiente, saprà fare benissimo.

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Lei ha istituito una commissione incaricata di indagare sulle proteste di marzo 2020. A quali conclusioni è giunta?

L’abbiamo chiamata “ispezione omnibus”, curioso conio lessicale per richiamare l’intenzione di indagare amministrativamente a fondo su eventuali scompensi e irregolarità del personale dislocato nei tanti istituti teatro delle rivolte del marzo 2020. Ho ritenuto di affidare il coordinamento della commissione a Sergio Lari, un collega magistrato in pensione che ho sempre stimato per doti di competenza ed equilibrio. Per quel che mi è dato sapere, allo stato non sembrano emerse responsabilità da parte di amministrativi e poliziotti penitenziari, ma tutto sarà chiaro al più presto quando verrà depositata la relazione ispettiva.

La soddisfano le risposte giudiziarie sulla morte dei tredici detenuti durante le proteste di marzo 2020?

Non esprimo giudizi in proposito. Rispetto fino in fondo le conclusioni cui è arrivata e continua ad arrivare la magistratura.

Che cosa le ha insegnato questa esperienza al Dap?

Ovviamente erano tante le cose che non conoscevo; è stata un’esperienza molto diversa da quella giurisdizionale che per quarant’anni ho praticato. Tuttavia, se dovessi dire cosa più mi ha toccato indicherei senz’altro la persona del condannato. Vede, noi giudici di merito conosciamo l’imputato col suo fardello indissolubile di crimini e di nostri pregiudizi; quando giri dentro il carcere non hai più nulla da valutare e da decidere e hai davanti l’uomo. E a lui ti avvicini per identità umana, vedendolo uguale a te. Soltanto un uomo sofferto e sofferente.

"Ho visto stanze fredde e umide, senza acqua calda, con scarichi non funzionanti, con spazi angusti per il trattamento e la ricreazione; al di là di alcune realtà d’eccellenza, soprattutto al centro nord, ho visto ambienti desolati e desolanti, detenuti prostrati e personale di polizia penitenziaria afflitto da troppi turni e incombenze"Bernardo Petralia, ex capo del Dap

Sia lei che il suo vice, Tartaglia, siete stati magistrati impegnati sul fronte dell’antimafia. Quanta mafia c’è in carcere?

In verità non ho visto mafia in carcere, se a questo vuole riferirsi. Ma mafiosi sì e di tutte le consorterie nazionali ed estere, condannati e in attesa di giudizio; e sono tanti e alcuni anche con gravissime responsabilità per fatti noti ed eclatanti, che hanno sconvolto il tessuto sociale e le istituzioni statali. Il loro controllo e la gestione in genere è affidata a un gruppo estremamente specializzato - il Gom - e di pari capacità ed eccellenza è il Nic, il Nucleo investigativo centrale alle dirette dipendenze del Capo Dipartimento, che si occupa di terrorismo e criminalità d’ambito carcerario.

Cosa avrebbe preferito non vedere e che invece ha visto?

Ho visto stanze fredde e umide, senza acqua calda, con scarichi non funzionanti, con spazi angusti per il trattamento e la ricreazione; al di là di alcune realtà d’eccellenza, soprattutto al centro nord, ho visto ambienti desolati e desolanti, detenuti prostrati e personale di polizia penitenziaria afflitto da troppi turni e incombenze; se parliamo di diritti, che forse vengono prima dei doveri, per essere vivi e vegeti devono potere avere risorse e strutture adeguate! Di tutto ciò mi dolgo per non aver potuto fare abbastanza; e questo dico per l’intera comunità penitenziaria, nessuno escluso, e ovviamente compresi i pochi educatori che presto, per specifico impegno della Direzione generale del personale e delle risorse, saranno a pieno organico.

Del carcere mi sento di difendere l’abnegazione e la compostezza delle migliaia di poliziotti in servizio negli istituti i quali, al netto di qualche esuberanza sindacale tendente a esasperare il disagio, svolgono in silenzio un lavoro duro, penoso e usurante, non esitando in molti casi a sostenere la morale dei ristretti e arrivando anche a sventare suicidi e atti autolesivi.

Difendo anche e strenuamente l’affidamento della guida del Dap a un magistrato, che si tratti di un pm o di un giudice fa lo stesso, purché però sia un magistrato che, in quanto tale, dia garanzia di equilibrio e di indipendenza. Non per nulla la sorveglianza dei detenuti e delle carceri è affidata istituzionalmente a un settore della magistratura.

"uno dei principali motori della rieducazione è la cultura; musica e teatro se vissuti in prima persona dai detenuti contribuiscono a offrire una potente vibrazione di libertà e indipendenza. Che è esattamente il prodromo del migliore reinserimento nella società dei liberi"Bernardo Petralia, ex capo del Dap

I tassi di recidiva nel nostro Paese sono alti. Che cosa risponde a chi vorrebbe superare il carcere perché fallimentare sul piano della rieducazione del detenuto prevista in Costituzione?

Alla sua domanda rispondo che occorrerebbe invece potenziare l’aspetto trattamentale e rieducativo, attraverso un numero più congruo di personale specializzato, adeguatamente preparato, con spazi più ampi e occasioni di lavoro e di guadagno per tutti. Su quest’ultimo punto abbiamo notevolmente potenziato il settore lavorativo carcerario, sia esterno che interno. Abbiamo inoltre potenziato il settore della pubblica utilità, concludendo accordi e convenzioni con enti pubblici per attività d’interesse sociale, attività tutte condotte dai detenuti all’esterno (pulizie di giardini, parchi, coste, digitalizzazione di processi importanti e altro).

In ultimo, mi lasci dire che uno dei principali motori della rieducazione è la cultura; musica e teatro se vissuti in prima persona dai detenuti contribuiscono a offrire una potente vibrazione di libertà e indipendenza. Che è esattamente il prodromo del migliore reinserimento nella società dei liberi. Sul punto mi sono notevolmente speso per elezione personale e convinzione professionale.

Quali interventi avrebbe fatto subito, se fosse stato nelle possibilità di realizzarli?

Se lei mi chiede cosa avrei fatto non appena insediato la mia è allora una risposta complessa: intanto, cosa che effettivamente ho fatto, mi sono posto in ascolto di tutte le istanze del mondo penitenziario; a seguire – e solo se avessi avuto una bacchetta magica – avrei incrementato di colpo l’organico della polizia penitenziaria e del personale dedito alle attività trattamentali a livelli adeguati ai bisogni generali e del momento pandemico. Nei fatti e senza supporti prodigiosi non ho invece nulla da recriminare: io e il mio vice, in perfetta simbiosi, abbiamo fatto l’impossibile per scongiurare un disastro pandemico dentro gli istituti. E ci siamo riusciti.

Ha raccontato che suo suocero penalista, il giorno della vittoria del concorso, le ha detto che «sarebbe importante per ogni toga vivere per qualche settimana la vita del carcere». Se fosse successo, il suo lavoro da magistrato sarebbe stato diverso?

Prendere coscienza di cosa sia la vita carceraria servirebbe in verità a ogni magistrato per essere più attento e consapevole nei giudizi, anche quelli interlocutori; la giustizia è anche quella del prima e del dopo sentenza, ecco perché gioverebbe all’intera magistratura

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