Leonardo Di Costanzo, regista del cinema delle terre di mezzo

In Ariaferma, film doppiamente premiato ai David di Donatello, il regista Leonardo Di Costanzo esplora lo spazio tra bene e male, con un film sull'assurdità del carcere: "Ho scoperto una realtà che non immaginavo"

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

Aggiornato il giorno 3 maggio 2022

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Voler mediare tra gli opposti è posizione scomoda e poco comune di questi tempi. Leonardo Di Costanzo è un regista che dell’abitare le zone di mezzo ha invece fatto la cifra della sua arte e, forse, anche il suo modo di stare tra gli altri. Con l’applauditissimo film Ariaferma, vincitore di due David di Donatello (sceneggiatura e attore protagonista a Silvio Orlando) è tornato a frequentare l’intreccio tra bene e male come nei precedenti L’intervallo (2012) e L’intrusa (2017), cimentandosi questa volta con il complicato tema del carcere. Il capo delle guardie (Toni Servillo) e il boss (Silvio Orlando) sono bloccati con un manipolo di agenti e di detenuti all’interno di un penitenziario in dismissione, in attesa del trasferimento. In quella sospensione dal tempo che li tiene in ostaggio, gli uomini sperimentano una vicinanza inedita, che li mette a nudo nel gioco delle parti reciproche. Ariafermanon è un film sul funzionamento del carcere, ma sulla sua essenza. Lo stesso Di Costanzo si presenta essenziale nei gesti, nel sorriso, nel modo di parlare. Autenticamente aperto a rivedere le sue convinzioni, con i suoi "non lo so, non ci ho ancora pensato". Che non è una resa, ma un modo di guardare la realtà senza dare nulla per scontato. Non una posa, ma una posizione nel mondo conquistata una riflessione alla volta. 

"Aiuto, mio figlio è diventato violento"

Di Costanzo, perché un film sul carcere?
Non saprei dire come sono arrivato a fare un film sul carcere, ogni lavoro segue un percorso diverso. A posteriori, mi accorgo di essere attratto dalle zone di mediazione tra il dentro e il fuori, il bene e il male, e i personaggi che si muovono al loro interno. Mi interessano perché rapportarsi con gli aspetti più difficili della società costringe a rivedere continuamente le proprie convinzioni. In quest’ottica, è stato quasi naturale che io arrivassi al carcere. Anche se ho sempre avuto molta paura di avvicinarmi al tema, perché non sapevo cosa pensarne. Poi ho iniziato a leggere e a incontrare chi ci lavora, e ho scoperto una realtà che non immaginavo. 

Il regista Leonardo Di Costanzo
Il regista Leonardo Di Costanzo

Cos’ha trovato in quel mondo?
Sono rimasto sorpreso soprattutto da chi sta al di qua delle sbarre: il personale e i direttori. Pensavo di trovarmi di fronte a dei questurini, a degli esecutori di ordini, e invece ho conosciuto un mondo che riflette molto su se stesso. L’atto di chiudere qualcuno dentro è un gesto violento, pure per chi lo fa. O ti autoconvinci che quel gesto è giusto e accetti il tuo ruolo, oppure inizi a pensare ad altre possibilità. E in molti lo fanno. 

Chi ha incontrato per prepararsi?
Ho iniziato dai direttori. Ognuno di loro è diverso. Mi hanno molto segnato gli incontri con Lucia Castellano, la prima direttrice di Bollate. E un altro napoletano, Luigi Pagano, che è stato direttore dell’Asinara, provveditore a Milano e ha scritto cose molto belle sul carcere. È stato lui a farmi visitare prima San Vittore, poi le carceri di Lecco e di Varese. A lui chiedevo dettagli, conferme: "È possibile che questo possa accadere? Mi sto inventando cose che non esistono?", e lui mi rispondeva: "Guagliò, inventa, tanto in carcere succedono tutte cose, anche le più assurde". Ho incontrato il garante dei detenuti, Mauro Palma, e il direttore di Antigone Patrizio Gonnella. Ho letto le opere di Michel Foucault e alcuni libri scritti dagli stessi agenti. Con loro era più difficile trovare un dialogo, ma sono riuscito a incontrarne alcuni. Solo alla fine ho visto anche i detenuti. 

In che modo?
Ho iniziato a incontrare gli ex reclusi al momento del casting. E come altre volte, anche se avevo già scritto parte del racconto, nel contatto con chi avrebbe dovuto incarnare i personaggi del film, la sceneggiatura si è ulteriormente trasformata. Siamo andati a Torino, a Roma: erano giornate intense. Mi fermavo a parlare con ogni persona anche per tre, quattro ore di fila. Durante i colloqui ho avuto la sensazione che per molte di loro avere delle esperienze di colpevolezza sia stata una sorpresa. Non avrebbero mai pensato, da piccoli, di passare da lì: il male lo hanno incontrato, per una serie di motivi. E in questo è stato subito chiaro quanto è labile il confine tra il qua e il là della barricata.

“Durante i colloqui, ho avuto la sensazione che per molti detenuti avere delle esperienze di colpevolezza è stata una sorpresa. Non avrebbero mai pensato, da piccoli, di passare da lì”

Quali criteri ha usato per scegliere gli attori non professionisti per il film?
È come scegliere i luoghi: è la capacità romanzesca delle facce. Scegli qualcuno che ti fa pensare all'archetipo o al cliché, che poi sono concetti molto vicini. Il cinema si serve molto di cliché, perché è comodo: è una figura retorica che comunica immediatamente. Quando fai un film ti prepari, incontri persone, visiti i luoghi, leggi, ed è come se si costruisse al tuo interno un istinto. Un sentimento che ti permette poi di scegliere quale faccia, quale modo di recitare e quale inquadratura va bene e quale no. 

Il suo film ha convinto anche gli spettatori che il carcere lo conoscono bene, perché ci lavorano da anni. Tutti dicono: "sì, il carcere è proprio questo".
Ed è strano perché sono dovuto passare dalla finzione per raccontare la realtà. A un certo punto mi sono accorto che se avessi mirato a una rappresentazione mimetica di quel mondo non sarei riuscito ad arrivare alle fondamenta, all’essenza del carcere. Se avessi filmato il funzionamento degli istituti di pena, così come in passato per il funzionamento di un centro per ragazzi o la scuola, sarei rimasto ancorato al fattuale. Ho avuto la sensazione di dover andare più a fondo. Mentre scrivevamo ci dicevamo spesso: "Ci vuole meno carcere per riuscire a vederlo meglio".  E il carcere di Mortana del film è un carcere meno carcere, è un momento di sospensione dal tempo, dove la ritualità viene meno e dove il rapporto tra le persone è quindi più stretto. Tutti sanno che quel periodo dovrà finire e quindi si permettono di uscire dal ruolo che la vita gli ha imposto. Possono svelarsi. 

Il tema del superamento del ruolo ricorre anche in altri tuoi film. È un gesto rischioso che volge sempre al bene, anche se per un tempo sospeso. La società è una gabbia che ci rende peggiori?
Non solo la società, gli individui stessi sono costretti all’interno di gabbie. Dovute al ruolo, alla provenienza, alle condizioni che ciascuno si è costruito e che finiscono per chiuderlo in una routine che poi prende il sopravvento. Per fare uscire l’umanità bisogna sollevare le persone dalla loro quotidianità e dal loro ruolo: solo così riescono a inventare nuove forme anche di convivenza.

Il carcere di Ariaferma è un luogo distrutto e abbandonato, che conserva le tracce di un'umanità precedente. Non è la prima volta che sceglie di girare tra le rovine, in ambienti degradati. Perché?
Me lo chiedo anch'io, forse devo pagare qualcuno perché me lo spieghi (ride ndr). Forse scelgo i ruderi perché mi aiutano a costruire il romanzo. Il rudere evoca, apre a qualcos'altro che non c'è. Il carcere di San Sebastiano di Sassari, dove abbiamo girato il film, è stato chiuso nel 2013 dopo una protesta dei detenuti che si è conclusa con una mattanza. Ne è nata forse la più grande inchiesta per maltrattamenti nelle carceri italiane, con un processo a quasi cento tra agenti e dirigenti. Con quell’episodio l’opinione pubblica ha conosciuto le condizioni fatiscenti di quel posto, che poi sono quelle in cui abbiamo girato.

Ergastolo ostativo, il diritto alla speranza sia per tutti

In Ariaferma, ma anche negli altri film, assume una posizione che sta nel mezzo per essere vicino a tutte le parti in gioco. Eppure il suo sguardo non risulta né neutro né distaccato.
Non mi sento neutro infatti. La realtà ti prende, ti sorprende, ma tu non devi filmare tutto, se lo fai vengono immagini molli perché non contengono una scelta. È ciò che dal documentario porto nella finzione. Penso che a un certo punto in
Ariaferma sia uscita la radice cristiana della nostra cultura, anche se io non sono credente. E quindi la compassione, che è una dimensione di grandissima apertura. Lo abbiamo scoperto lavorando, non è stata cercata o voluta. A un certo punto ci siamo accorti che stavamo girando una cena con dodici persone, di sera. C’era il lavaggio del corpo e una serie di riferimenti emersi in modo spontaneo. Quando il musicista Pasquale Scialò ha letto la sceneggiatura, e ci ha visto un'anima cristiana, ha deciso che quello sguardo andava aiutato. Perciò in apertura del film ci sono i canti della passione.

È vero che voleva fare l'insegnante di scuola media?
Sì, ma non ci sono riuscito. Fare film è molto più facile che fare l'insegnante di scuola media. Adesso insegno cinema ai ragazzi più grandi, ma è diverso.

“Ho sempre avuto molta paura di avvicinarmi al carcere, perché non sapevo cosa pensarne. Poi ho scoperto una realtà che non immaginavo”

Perché proprio le medie?
Perché l'adolescenza è l'età più confusionaria e la più mobile. È la più pericolosa e spesso la più dolorosa, ma anche quella più piena di aspettative. Io che non sono un tipo che va a cercare l'avventura, forse la cerco nella normalità dello sviluppo umano. Nella nostra quotidianità. 

Nel 2006 lei ha girato il documentario Odessa, che racconta la drammatica sorte dell’equipaggio di una nave ucraina ferma nel porto di Napoli, lì abbandonata dopo il fallimento della società. Ha ripensato a quella vicenda in questi giorni di guerra?
Sì, ho ripensato spesso a quel film in questi giorni. Mi è tornato alla mente il capitano, che era del Donbass, quindi un russofilo. Ricordo che un giorno mi disse: "Una volta non sarebbe stato mai possibile che una nave sovietica potesse rimanere ferma in un porto, abbandonata". Aveva molta nostalgia per un impero di cui tutti loro si sentivano orfani. Quando poi sono andato alla proiezione del documentario al festival di Kiev, lui si presentò in divisa. La proiezione avveniva in una sala enorme, bellissima, durante l’ultima sera del festival. Ma a vedere il documentario nella grande sala c’erano solo dieci persone. Le altre erano a festeggiare la fine del festival in un’altra ala dell’edificio. Il capitano piangeva. Fu terribile. Forse è successo perché il documentario non era molto conosciuto. Forse anche perché in quella storia era chiara la responsabilità dello Stato ucraino.

A cosa sta lavorando adesso?
Ho molte cose sulla scrivania, molti libri, vari argomenti, ancora niente di deciso. Per ora leggo. Sono un po' lento. Bisogna costruire quell'istinto che ti dicevo prima e per quello ci vuole tempo. 

Da lavialibera n°13 

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