I graffiti realizzati da Nannetti all'ospedale psichiatrico di Volterra. Foto di Paolo Lottini
I graffiti realizzati da Nannetti all'ospedale psichiatrico di Volterra. Foto di Paolo Lottini

Fernando Nannetti e i graffiti al manicomio di Volterra: l'arte oltre lo spazio

Internato all'ospedale psichiatrico di Volterra, Nannetti utilizzò una fibbia per incidere l'intonaco esterno dei padiglioni, realizzando un'opera lunga 180 metri che racconta di un universo parallelo, in cui le regole del mondo reale vengono stravolte

Livio Santoro

Livio Santoroscrittore

16 giugno 2022

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Fondato alla fine dell’Ottocento, l’ospedale psichiatrico di Volterra è stato per circa un secolo uno dei maggiori istituti italiani per la “cura” e il trattamento della follia e della malattia mentale. Costruito al margine della cittadina in provincia di Pisa, arrivò a ospitare contemporaneamente anche 4.500 internati, 530 infermieri, una ventina di medici e il resto del personale addetto all’amministrazione e alla gestione degli spazi. Una città, più che un manicomio; un luogo con regole proprie che solo grazie ai profondi cambiamenti introdotti con la Legge Basaglia del 1978 vide gradualmente declinare la sua terribile funzione.

Tra le migliaia di “ospiti” che nel tempo hanno occupato quegli spazi di disciplinamento e violenza istituzionale, ce n’è stato uno in grado di eternare la propria voce nonostante l’isolamento, dando vita a uno straordinario graffito di 180 metri sulle mura esterne del manicomio: un’opera figurativa e testuale grazie alla quale si valicano i confini della superficie mondana per sondare gli spazi siderali e le profondità minerarie della Terra. Si tratta di Fernando Nannetti, figura al centro del recente Nannetti. La polvere delle parole, libro dello scrittore e psicoterapeuta Paolo Miorandi pubblicato da Exòrma.

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La carriera “deviante” di Nannetti

Fernando Nannetti. Ovvero, suo malgrado, un perfetto compendio delle regole dell’esclusione fatto persona. Ma anche, e soprattutto, un uomo straordinario, un artista come pochi. Nato a Roma nel 1927, dall’indigente Concetta Nannetti e da padre ignoto, Fernando viene internato fin da bambino in diversi istituti cittadini, dando così avvio a una tipica carriera da “deviante”: siamo in un periodo nel quale gli orfani, i poveri, i malati, i vagabondi, i colpevoli e i folli erano sovente costretti a condividere gli stessi spazi istituzionali di esclusione, in una promiscuità di storture che spesso diventava contagiosa. Così fu per Nannetti, che da orfano e povero divenne malato, da malato divenne colpevole, e da colpevole divenne infine matto. Della sua infanzia e dell’adolescenza si conosce ben poco, se non che a sette anni venne affidato a un istituto di carità da cui fu trasferito all’ospedale Forlanini per un lungo ricovero causato da una spondilite. Si sa anche che, una volta uscito dal Forlanini, riuscì a conseguire la licenza elementare e a lavorare poi come elettricista.

Fernando Nannetti
Fernando Nannetti

In seguito a un’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale nel 1948, da cui fu assolto per “vizio totale di mente”, Nannetti venne fatto internare al Santa Maria della Pietà, grande ospedale psichiatrico romano in cui restò fino al 1958, quando fu infine trasferito nel manicomio di Volterra: prima nel padiglione giudiziario “Ferri”, poi in quello civile, lo “Charcot”, quindi di nuovo al “Ferri”. Complice la temperie basagliana, nel 1973 fu fuori dal manicomio, dimesso, per essere affidato a un altro istituto della cittadina: come la quasi totalità degli internati dell’ospedale psichiatrico, non aveva altro posto dove andare, nessun familiare che lo prendesse in carico. A Volterra Nannetti restò allora fino alla morte, sopraggiunta nel 1994. Ed è lì che adesso giacciono le sue spoglie.

Dell'infanzia e dell’adolescenza di Nannetti non si hanno molte notizie: poco più che ventenne fu internato all'ospedale psichiatrico romano di Santa Maria della Pietà, quindi l'arrivo al manicomio di Volterra

Nome in codice NOF4

Proprio nel lungo soggiorno istituzionale di Volterra, Fernando Nannetti diventa Oreste Fernando Nannetti, o ancor meglio NOF4, come si firmava in sigla. Un “astronautico ingegnere minerario del sistema mentale” capace di captare i messaggi siderali che tramite “sistema telepatico” gli arrivavano dal cielo fino al manicomio, da lui definito “avamposto missilistico nucleare, telestazione catodica territoriale”. Esattamente questi messaggi daranno vita, nel corso degli anni di reclusione manicomiale, ai 180 metri del suo graffito. Un graffito che Nannetti poté creare sull’intonaco esterno dei padiglioni grazie alla fibbia del panciotto della sua divisa, unico pezzo di metallo accessibile agli internati di Volterra, i quali in genere lo utilizzavano per altri scopi, ovvero per improvvisare un acciarino con cui tentare di accendere sigarette su sigarette durante i lunghi giorni della loro vita reclusa. Per Nannetti, invece, quella fibbia fu penna e inchiostro, fu il tramite dell’arte e delle voci provenienti dal “sistema telepatico”.

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Nannetti incise disegni, bozzetti, schemi, appunti, numeri e lettere in caratteri cuneiformi che, facendo largo utilizzo di giochi di parole, tautogrammi, allitterazioni, assonanze e liste, parlano di altri mondi e delle profondità viscerali del nostro; oppure elencano l’inesistente dinastia della sua stessa famiglia o quelle di regine e di papi immaginari; sostengono la discendenza umana dai topi; o ancora riportano stralci biografici veri o presunti, genealogie, conflitti e acquisizioni tra Stati, lanci missilistici, coordinate minerarie e astrali. Tutto questo in una promiscuità lessicale e argomentativa che rende la cifra di un vasto universo parallelo intrapsichico in cui le regole del nostro, intersoggettivo, vengono riscritte. Insomma, sul muro di Volterra Nannetti incise quanto ben figurerebbe in un riuscito romanzo di fantascienza sperimentale degno di figurare tra gli Urania.

Nannetti incise disegni, bozzetti, schemi, appunti, numeri e lettere in caratteri cuneiformi che, attraverso giochi di parole, tautogrammi, allitterazioni, assonanze e liste parlano di altri mondi e delle profondità viscerali del nostro

Esponente dell'Art Brut

Un libro, allora, più che un semplice graffito. Un’estesa teoria di universi e di nomi di cui oggi possiamo beneficiare – nonostante l’opera originale sia ormai quasi completamente distrutta, abbandonata in larga parte all’incuria – grazie al lavoro di traduzione condotto dall’infermiere Aldo Trafeli, ex studente d’arte, unico tra gli abitanti del manicomio in cui l’incessante lavoro di Nannetti destò interesse e curiosità. Mentre i medici e gli altri infermieri della struttura non si curavano dell’attività di Nannetti, Trafeli intravide in quell’opera un’intenzione superiore, e per darle merito avvicinò Nannetti, gli chiese spiegazioni e ne ascoltò le parole, per pubblicare poi, nel 1985, il volume N.O.F. 4 Il Libro della Vita con le Edizioni del Cerro. Ne divenne dunque uno dei principali e primi divulgatori, accanto al gruppo di ricerca artistica Studio Azzurro, che proprio nel 1985 presentò il film L’osservatorio nucleare del Signor NANOF (ora visibile online). Seguì un riconoscimento sempre più generalizzato, che portò la USL 15 di Volterra a favorire la pubblicazione di alcune riproduzioni dell’opera di Nannetti sulla rivista Neopsichiatria, fatto di cui nel 1986 parlò anche Antonio Tabucchi sulle pagine de L’Espresso. Oggi NOF4, per nostra fortuna, è unanimemente considerato uno dei principali esponenti italiani dell’Art brut, e la sua opera è arrivata anche oltre confine, nella Collection de l’Art Brut di Losanna.

Ed è proprio grazie alle testimonianze di Trafeli che anche Paolo Miorandi, nel suo Nannetti. La polvere delle parole, ripercorre le vicende del più famoso internato del manicomio di Volterra. E lo fa con una prosa fluviale, che recupera e adatta le parole di NOF4 in un flusso continuo a cui si affiancano quelle dell’infermiere Trafeli, dando così vita a un’alternanza di voci evocativa e di gran fascino, capace di traslarci in una lunga immersione nello strano mondo dell’astronautico ingegnere. Ad arricchire ulteriormente il volume, che prende le mosse da un testo pubblicato in passato dallo stesso Miorandi (Nannetti, edizioni Il Margine), c’è Il diario del ritorno, una cronaca corredata dalle fotografie di Francesco Pernigo nella quale lo scrittore e psicoterapeuta, tornato dopo anni al manicomio di Volterra, testimonia con amarezza dello stato attuale di abbandono in cui versa l’opera di Nannetti. Un’opera che ormai, come recita il titolo del libro, si sta facendo polvere. La polvere delle parole.

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