Referendum. Prima pm, poi giudice, Rosario Livatino era contro la separazione delle carriere

Rosario Livatino, il magistrato ucciso dalla mafia nel 1990 e diventato beato, era contrario alla riforma Vassalli e alla separazione delle carriere. Lo raccontano i colleghi che hanno lavorato con lui: "Temeva un pm sottoposto al governo"

Toni Mira

Toni MiraGiornalista e componente del comitato scientifico de lavialibera

18 marzo 2026

  • Condividi

Rosario Livatino, il giovane magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 e beatificato da Papa Francesco il 9 maggio 2021 come martire della Fede e della Giustizia, non era favorevole alla separazione delle carriere dei magistrati. Lui stesso dopo dieci anni, dal 1979 al 1989, come pm della procura di Agrigento, passò a fare il giudice nel tribunale nella stessa città. Tra l’altro fu uno tra gli ultimi perché poi fu possibile solo cambiando sede. La scelta di Livatino era dovuta alla sua netta contrarietà alla “riforma Vassalli”, che aveva profondamente modificato la figura del pm. Per la maggioranza di centrodestra e per chi sostiene il “Sì” al referendum, questa legge già anticipava la separazione, ma doveva essere completata, cosa che farebbe ora la riforma costituzionale firmata da Carlo Nordio e Giorgia Meloni.

Rosario Livatino, un martire laico

L'impegno di Livatino con l'Associazione nazionale magistrati

Testimoni della contrarietà di Livatino sono i magistrati a lui più vicini, sia in procura sia in tribunale, che raccontano anche il suo impegno sindacale. Livatino, infatti, pur non aderendo a nessuna corrente, era iscritto all’Associazione nazionale magistrati e con molta convinzione, fino a ricoprire per due anni, dal 1986 al 1988, la carica di segretario della sottosezione di Agrigento.

A raccontare quella scelta è Luigi D’Angelo, allora presidente del Tribunale: “A guidare l’Anm venivano scelti un giudice e un pm. Scelsero me come presidente. Andai a parlare in procura. Il primo fu Rosario perché era lui che desideravo accettasse. Mi ascoltò un minuto, gli spiegai che il mio programma era il rinascimento dell’etica. Cominciai a spiegare cosa voleva dire, cioè quello spazio che riunisce tutte le persone oneste e corrette, senza forme ideologiche che ognuno dentro di sé può avere, ma quando si giudica si deve essere assolutamente imparziali, mentre oggi lo si mette in discussione. Lui mi interruppe e mi disse sorridendo: 'Luigi, quando cominciamo?'. E si partì con tante iniziative. Facemmo molti corsi di aggiornamento e formazione professionale per magistrati. Vennero tutti, perché volevano ascoltarlo, era una figura molto apprezzata. Ma facevamo anche una forte attività sindacale, soprattutto per chiedere maggiore attenzione al nostro territorio che allora era colpito da una guerra di mafia con 300 morti in due anni”.

lavialibera ti offre il dossier gratuito "Riformata" per capire la riforma Nordio e votare consapevolmente

Temeva un pm sottoposto al governo 

“Livatino faceva il rappresentante dell’Anm in modo molto convinto perché era figlio di una generazione per la quale l’Anm era stata una grandissima conquista"Sebastiano Mignemi - Presidente di sezione della Corte d'appello di Catania

Ricorda bene questa attività Sebastiano Mignemi, presidente della prima sezione penale della corte d’appello di Catania. Allora fu uno dei pm che indagò sull’omicidio del collega. “Livatino faceva il rappresentante dell’Anm in modo molto convinto perché era figlio di una generazione per la quale l’Anm era stata una grandissima conquista. Ha rappresentato la voce di una magistratura che non era più supina al potere politico, che non decideva più le linee guida di politica del diritto in alcune stanze chiuse tra dieci persone, ma che dibatteva in pubblico, aveva posizioni culturali anche differenti. L’Anm di Livatino non rispondeva al potere politico, ma difendeva un’autonomia in cui credeva tantissimo. E in questo – aggiunge Mignemi – Livatino era molto determinato".

"Separando le carriere, il governo vuole controllare i pm"

Il giudice Mignemi aggiunge: "Erano gli anni in cui c’era una forte pressione da parte del mondo politico per una riforma che fortunatamente si bloccò e che riguardava la discrezionalità dell’azione penale e che avrebbe inevitabilmente posto la figura del procuratore della Repubblica come un’emanazione di un ministro della Giustizia o dell’Interno che avrebbe deciso cosa perseguire, come e quando e chi”.

Una riforma di cui si torna a parlare oggi. Ma allora “per i magistrati fedeli alla Costituzione questo era inaccettabile e su questo Livatino si batteva moltissimo, con molta determinazione fatta di contenuti, di studi costituzionali, non di polemiche giornalistiche o di interviste a gogò, ma di ricerca di consenso attraverso la conoscenza, l’informazione”. Proprio per questo, ricorda D’Angelo, “lui non avrebbe voluto assolutamente la separazione delle carriere tra pm e giudici”.

Beato Rosario Livatino, il giudice giusto che si affidò al codice e al vangelo

Livatino "aveva un’idea del pubblico ministero parte imparziale"

“Livatino pensava che con la riforma Vassalli il pm diventava una sorta di avvocato dell’accusa o di superpoliziotto”Luigi D'Angelo - Ex presidente del Tribunale di Agrigento

Si fece, invece, la riforma processuale, la cosiddetta “riforma Vassalli” alla quale Livatino era contrarissimo, come ricorda Roberto Saieva, oggi procuratore generale a Catania, allora giovane sostituto procuratore, uno dei magistrati che più lavorò accanto e insieme a Rosario Livatino, anche nelle inchieste più importanti. “La separazione delle carriere era quasi consequenziale, se ne parlò ma allora non si fece. Ma a Livatino già quella riforma bastò. L’idea di dover lasciare lo scranno posto al livello dei giudici e scendere prendendo posto nel pretorio insieme agli avvocati e alle parti non la tollerava. Non per una questione di lesione del prestigio. Lui riteneva di svolgere una funzione che lo poteva collocare allo stesso livello del giudice. Aveva un’idea del pubblico ministero parte imparziale. Era legato a quel concetto e quindi immaginando di non potersi ritrovare nel nuovo ruolo che il nuovo codice disegnava, andò alla funzione giudicante”.

Perché, insiste anche D’Angelo, “Livatino pensava che con la riforma Vassalli il pm diventava una sorta di avvocato dell’accusa o di superpoliziotto”. Invece, ricorda Mignemi, “lui aveva una visione di sacralità della funzione del pm che doveva mantenere la guarentigia di appartenere all’ordine giudiziario perché solo in questo modo la sua funzione era cresciuta nella cultura di essere lontani da qualunque altro tipo di potere. Appena ci si stacca è chiaro che poi a qualcuno si dovrà rispondere. Col pericolo che si entri nell’orbita del potere esecutivo come avviene in tanti altri Paesi. L’unitarietà della magistratura era il verbo del suo agire quotidiano. La interpretava come indipendenza e terzietà”.

Gli avvocati dei mafiosi "dicevano che dopo essere stato pm se si passa a giudice non si è sereni e imparziali. Se lo erano legato al dito"Ottavio Sferlazza - Pm che indagò sull'omicidio Livatino

Chi fu duramente critico sulla scelta di Livatino di passare da pm a giudice furono gli avvocati dei mafiosi, come ricorda Ottavio Sferlazza, il pm che per primo indagò sull’omicidio del collega e che poi è stato procuratore in varie sedi. “Dagli atti dei processi emerge chiaramente un atteggiamento di prevenzione da parte loro perché ritenevano che dopo avere fatto per anni il pm si portasse dietro una carica di intransigenza che aveva già manifestato. Dicevano che dopo essere stato pm se si passa a giudice non si è sereni e imparziali. Se lo erano legato al dito. Ma erano fesserie, grandi come una casa perché chi ha fatto una scelta di vita come Rosario, o pm o giudice, non è che cambia atteggiamento. Per chi appartiene a un ordine giudiziario la cui caratteristica è l’imparzialità questa prevenzione è assolutamente pretestuosa”.

Crediamo in un giornalismo di servizio di cittadine e cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
  • Condividi

La rivista

2026 - Numero 37

Riformata

Riformata. Così il governo vorrebbe la magistratura, ma l'obiettivo è solo limitarne il potere

Riformata
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni seconda domenica del mese, Isole, un approfondimento speciale su spazi di educazione e disobbedienza civile

Ogni terza domenica del mese, CapoMondi, la rassegna stampa estera a cura di Libera Internazionale