Marco Verch, licenza CC BY 2.0 DEED
Marco Verch, licenza CC BY 2.0 DEED

La felicità non è quella finta dei social

A 14 anni Ismaele è stato accusato di un reato orribile e ha pagato. Oggi, dopo un percorso di messa alla prova, ha sconfitto l'ansia sociale e non si preoccupa più di quello che gli altri pensano di lui

Ismaele Cardile

Ismaele CardileStudente 19enne

6 novembre 2023

  • Condividi

Nella vita sono stato profondamente infelice. È accaduto qualche anno fa, quando avevo 14 anni, un’età in cui non si è più bambini, ma neppure adulti. L’adolescenza è un limbo, le persone sono vulnerabili, indefinite, non hanno piena coscienza delle proprie azioni e sbagliare, anche senza volerlo, è facile.

Generazione Z, la rubrica de lavialibera dedicata agli under 30

Improvvisa vertigine

Frequentavo il primo anno delle Superiori e una mia compagna, una delle mie migliori amiche, ha denunciato la diffusione di alcune sue foto private “spinte” su social e whatsapp. Sono andato in questura insieme ai miei genitori per testimoniare, ma non credevo che presto la situazione sarebbe precipitata. Durante l’indagine, infatti, la polizia postale ha analizzato il mio smartphone e ha trovato uno sticker raffigurante un’immagine pedornografica. Non ricordo da dove fosse arrivata, ma l’avevo salvata in memoria e questo è bastato per incriminarmi.

Così sono entrato in un incubo fatto di avvocati, processi e una messa alla prova di un anno: per fortuna i giudici hanno deciso che potevo continuare a vivere a casa mia, senza trasferirmi in comunità. Chi sbaglia è giusto che paghi, ne sono sempre stato convinto, ma una cosa è trovare un’immagine simile sul telefono di una persona adulta, un’altra se c’è l’ha un ragazzino. Oggi ho capito di essere stato leggero, so bene che una fotografia di quel tipo bisogna cancellarla subito, ma all’epoca non ero abbastanza maturo e così è successo che la mia vita è cambiata.

Giovani e carcere: "Non siamo i reati che abbiamo commesso"

Concorso di colpa

In molti si chiedevano se fossi io solo il colpevole, o lo erano anche mio padre e mia madre perché responsabili della mia educazione

Per i miei genitori è stata una mazzata. La gente non fa altro che giudicare e se io ero il colpevole principale, lo erano anche mio padre e mia madre, in quanto responsabili della mia educazione. Loro non c’entravano nulla, ma il tritacarne non li ha risparmiati. All’inizio non potevano credere a quanto accaduto, mi dicevano: "Ti abbiamo cresciuto bene, con dei valori e tu hai fatto questa cosa qui". Solo dopo qualche mese è arrivata la comprensione. Mia madre, che sa benissimo come sono fatto, mi ha capito. Sono sempre stato un tipo sensibile, ma quell’episodio mostrava un’altra persona, inedita. Ero un ragazzo a cui una cosa simile non sarebbe mai dovuta accadere. 

Gli amici più stretti, le persone care, chi ha potuto ascoltare la mia versione dei fatti, ha compreso e mi è stato vicino. Tutti gli altri mi hanno isolato. Mi sono sentito meno accettato, le persone sapevano e mi evitavano. È stato allora che ho cominciato a soffrire di ansia sociale e il covid ha contribuito a peggiorare la situazione. La pedopornografia, un po’ come la violenza sessuale, è peggio della rapina: la società, anche giustamente, non tollera quei reati. L’isolamento è inevitabile e poco importa se sei soltanto un ragazzino, le persone quando vogliono possono essere molto crudeli.

Alcuni parenti li ho sentiti sempre meno, mi sono allontanato da molte persone, anche se a dire il vero non ho mai ricevuto offese dirette. Sicuramente in tanti hanno espresso commenti negativi, ma sempre alle mie spalle. Notavo che mi guardavano male, quello sì. La grande cerchia di conoscenze di colpo si è ristretta, sono rimasti in pochissimi a frequentarmi.

NextGeneration cosa? Le risposte mancate al senso di vuoto degli adolescenti

L’esperienza Amunì

È stato molto strano passare da volontario a persona da assistere. Di colpo mi sono ritrovato dall’altra parte della barricata

La messa alla prova può essere considerata una pena leggera, e sicuramente rispetto al carcere è così. Ciò non toglie che è comunque una condanna, qualcosa da scontare, con tutto ciò che ne consegue. Ho avuto un colloquio con l’assistente sociale e sono stato inserito nel progetto Amunì, coordinato da Libera, insieme ad altri ragazzi minorenni con problemi penali di vario tipo. È stato molto strano passare da volontario – lo avevo fatto per i senzatetto di Sant’Egidio – a persona da assistere. Di colpo mi ritrovavo dall’altra parte della barricata.

La messa alla prova, dovermi confrontare con altri ragazzi, è stata un’esperienza intensa e costruttiva. Non abito in centro, ma in un quartiere periferico di Messina, abbastanza degradato, dove ho sempre frequentato tutti i tipi di persone, di estrazione sociale diversa. Con i ragazzi di Amunì mi sono sentito a mio agio, parte di loro. Al contrario di chi molte volte lavora in ambito giudiziario e conosce solo la parte buona della società, so come funzionano certi ambienti e quanto sia difficile svincolarsi. Il ragazzo che spacciava non è peggiore di me, se nasci in un quartiere abbandonato commettere reati è facile. Non mi è mai piaciuta la gente che giudica, per quello c’è Dio. Con Amunì ho partecipato ad alcuni laboratori di gruppo, dove non parlavamo mai di quello che ci era successo, semmai erano l’occasione per confrontarci. Altri incontri, invece, erano dedicati alla legalità. Ho capito cos’è la mafia, conosciuto le storie delle vittime innocenti, il meccanismo dei beni confiscati.

Amunì, il progetto di Libera per minori autori di reato

La messa alla prova si è conclusa questa estate. Sono stato bene, ho visto il male, ho sofferto, ma penso di essere uscito più forte da quest’esperienza. Di sicuro, ho sconfitto l’ansia sociale e cambiato l’approccio su molte cose. Oggi, anche prima di leggere un messaggio, prendo mille precauzioni. Sono il primo che sta attento e consiglia agli altri di stare attenti. Sui social ci sono, li utilizzo quotidianamente, ma ho imparato a gestirli. Sono convinto che andrebbero usati solo a una certa età e moderatamente, perché portano alla depressione. È un continuo confronto con gli altri, vedo ragazzi che mostrano belle ragazze, soldi e macchine, come se la loro vita fosse una continua esplosione di felicità. Allora succede che puoi sentirti inferiore, ma quello non è il mondo reale, è solo finzione. Per citare Pirandello, sui social puoi essere uno o centomila persone, ma poi quasi sempre sei nessuno.

Cercando la libertà

Oggi ho 19 anni e fatico a spiegare cosa sia la felicità. È una domanda che mi sono posto tante volte, senza mai trovare una risposta certa. Forse perché una definizione netta non esiste. Poco tempo fa, insieme a un amico, abbiamo girato un video per Tik Tok dove chiedevamo alla gente di Messina cosa fosse per loro la felicità. Ognuno ha risposto a modo suo, tirando in ballo la salute, il lavoro, la famiglia. Le esperienze personali, il proprio vissuto, influenzano l’idea che abbiamo di questo sentimento: molti desiderano soltanto quello che non hanno.

Se proprio dovessi rispondere, direi che la felicità è essere liberi di essere se stessi. Di frequente mi capita di sentirmi oppresso, per questo voglio andare via dalla Sicilia e viaggiare, scoprire nuovi posti e gente diversa. Ci saranno momenti duri, perché solo un incosciente può pensare di vivere perennemente felice. Farò di tutto per esserlo, ma non sempre sarà possibile. Anche l’infelicità in fin dei conti fa parte della vita.

Da lavialibera n°23

  • Condividi

La rivista

2026 - numero 39

Santa Marta aiutaci tu

Mentre in Europa il Green deal è sotto assedio, e le destre spingono per smontarlo pezzo dopo pezzo, dall'altra parte del mondo, diverse nazioni europee partecipano al gruppo di cinquantasette paesi "volenterosi" che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per avviare una reale uscita dal fossile

Santa Marta aiutaci tu
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni seconda domenica del mese, Isole, un approfondimento speciale su spazi di educazione e disobbedienza civile

Ogni terza domenica del mese, CapoMondi, la rassegna stampa estera a cura di Libera Internazionale