
A Tor Bella Monaca c'è una comunità capace di educare e battersi contro la dispersione scolastica



1 gennaio 2026
L’Italia sta perdendo "una parte quantitativamente e qualitativamente importante della sua generazione giovane e qualificata". A parlare di "esodo strutturale" è il presidente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), Renato Brunetta, durante la presentazione, lo scorso dicembre, di uno studio sull’attrattività del nostro Paese. I numeri raccontano che sono tanti i giovani tra i 18 e i 35 anni che emigrano: dal 2011 al 2024 630mila, di cui circa 148mila laureati.
"Si assiste a un doppio divario: quello Sud-Nord all’interno della penisola e quello tra Italia e l’estero, dall’Europa al resto del mondo"
Però attenzione a etichettare questo fenomeno complesso come “fuga di cervelli”. Si assiste a "un doppio divario: quello Sud-Nord all’interno della penisola – sottolinea Gaetano Vecchione, consigliere scientifico dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez) e curatore del capitolo sull’università dell’ultimo rapporto dell’ente, pubblicato a fine novembre –, ma anche altri che riguardano le differenza tra Italia e l’estero, dall’Europa al resto del mondo".
Dal 2011 al 2024, il 33 per cento dei giovani (18-35 anni) che ha lasciato l’Italia aveva conseguito un titolo di studio superiore al diploma. Quasi due terzi dei giovani partiti da Milano ha la laurea. A seguire, troviamo Padova, Trieste, Bologna e Rovigo. Secondo il Cnel, il Centro-Nord sembra sia diventato "una sorta di tappa intermedia di un percorso migratorio" che spesso parte dal Mezzogiorno, per poi proseguire fuori dai confini. L’esodo verso paesi come Regno Unito, Germania, Francia e Stati Uniti ha creato quella che viene definita una "trappola italiana", che negli ultimi 25 anni ha avuto un costo per il nostro Paese calcolato in più di 50 miliardi di euro. «Gli atenei del Settentrione – continua Vecchione – recuperano dalle migrazioni interne del Sud, mentre il Mezzogiorno che li forma continua a perderli".
Negli ultimi due anni è aumentato il numero di studenti che rimangono al Sud, ma potrebbe essere dovuto all'impoverimento delle famiglie
Un’eccezione riguarda il Veneto, dove c’è una minore incidenza dei laureati rispetto ad altri territori e una quota relativamente alta di giovani laureati emigrati, che rende negativo il saldo tra arrivi e partenze. Dal Sud arriva invece un segnale positivo. Negli ultimi due anni accademici è aumentato del 2 per cento il numero dei ragazzi e delle ragazze che vivono nelle regioni meridionali e che decidono di rimanere nel Mezzogiorno a studiare, facendo segnare 94mila presenze contro le 220mila del Centro-Nord. Questo dato, però, è da monitorare. Come ricorda Vecchione, il numero può essere l’effetto di due processi diversi: il miglioramento dell’attrattività degli atenei o l’impoverimento delle famiglie, che non possono permettersi di mandare i figli a studiare fuorisede.
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