Da sinistra, Giovanni Bachelet insieme a Bruno Paparella, dirigente dell'Azione cattolica (Di Francesco Paparella - Opera propria, Pubblico dominio, su Wikicommon)
Da sinistra, Giovanni Bachelet insieme a Bruno Paparella, dirigente dell'Azione cattolica (Di Francesco Paparella - Opera propria, Pubblico dominio, su Wikicommon)

Rosy Bindi: "La lezione di Vittorio Bachelet nell'impegno dei laici cattolici nella comunità politica"

Ucciso dalle Brigate rosse nel 1980, il professore Vittorio Bachelet, vicepresidente del Csm, aveva imparato a non separare vita della Chiesa e servizio alla comunità civile e politica. Nel centenario della nascita, il ricordo di un "martire civile"

Rosy Bindi

Rosy BindiEx ministra, presidente Commissione antimafia nella XVII legislatura

1 aprile 2026

A cento anni dalla nascita di Vittorio Bachelet, professore universitario di cui ero assistente, ucciso dalle Brigate rosse alla Sapienza di Roma il 12 febbraio 1980, vorrei ricordare la sua figura. Quella di un martire laico, per parafrasare il cardinal Carlo Maria Martini: "Non fu colpito nell’esercizio delle sue responsabilità ecclesiali, né per esse fu ucciso, né in rapporto esplicito con la sua professione di fede, bensì nel cuore della sua professionalità e della sua fedeltà a servizio della città degli uomini, a servizio della pace, della giustizia, della democrazia".

Con la sua uccisione, siamo stati privati troppo presto di un maestro. Non ci è stato concesso di chiederci cosa penserebbe oggi Vittorio Bachelet e come si comporterebbe. Possiamo solo attingere al suo insegnamento. Bachelet è stato il testimone di una generazione di laici cattolici cresciuti nella Federazione universitaria cattolica italiana di monsignor Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI) e di Aldo Moro, che ha dato un contributo indelebile alla vita del nostro Paese. Aveva imparato a non dissociare, pur nella distinzione, vita della chiesa e servizio alla comunità civile e politica.

Era anche uno di quei giovani nelle cui mani Pietro Calamandrei consegnò idealmente la Costituzione con l’invito a "darle il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la vostra coscienza civica". Bachelet non verrà meno a questo invito, con la sua originale sensibilità e coscienza civica. In una stagione difficile, segnata dalla fine dell’immane tragedia bellica, l’Italia appariva ancora un paese lacerato e per il quale il giovane laureato in giurisprudenza avvertiva in primo luogo l’urgenza di una ricostruzione insieme materiale e spirituale. Con questa tensione morale e civile, è stato un costruttore della democrazia italiana.

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Al servizio della democrazia

La sua concezione della politica era funzionale alla sua concezione di democrazia, che vive della partecipazione di tutti, come singoli e nelle formazioni sociali

Bachelet era animato da un’autentica passione politica che però non fu mai monopolizzata né dalla militanza di partito, né dalle responsabilità istituzionali. La sua concezione della politica era funzionale alla sua concezione di democrazia, che vive della partecipazione di tutti, come singoli e nelle formazioni sociali. Si alimenta della fatica di ciascuno nel costruire il bene comune attraverso l’esercizio della propria professione, l’animazione sociale, lo studio, l’elaborazione culturale, la crescita economica, la partecipazione sindacale.

Per il Professore nessuno può sottrarsi alla responsabilità di valutare le conseguenze pubbliche del suo agire privato. "Il più totalitario dei dittatori – scriveva in un commento all’enciclica Pacem in terris – ha oggi bisogno alla lunga di persuadere i suoi sudditi con la propaganda, perché non gli è sufficiente ordinare per essere ubbidito (anche se ha molti mezzi per farsi ubbidire comunque con la forza e con il terrore). Il più democratico dei governi ha oggi poteri di condizionamento e di influenza nei confronti del complesso dei cittadini, maggiori di quelli che non avesse il Re Sole (anche se i diritti dei cittadini sono oggi ben più garantiti e fatti valere negli Stati democratici)".

È con queste preoccupazioni che va compresa l’appartenenza convinta di Bachelet alla Democrazia cristiana, nelle cui file fu eletto al consiglio comunale di Roma nel 1976. In quel partito, caratterizzato da una pluralità di correnti di pensiero, potrebbe apparire naturale la sua vicinanza al gruppo dei più giovani costituenti quali Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, che come lui riconoscevano allo Stato democratico anche il ruolo di promotore e garante dei diritti e delle libertà di ciascuno, e di costruttore di uguaglianza.

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Giurista e cattolico

L’impegno politico, era questa la lezione di Bachelet, è una responsabilità personale che il cristiano svolge senza che nelle sue scelte venga chiamata in causa la Chiesa

Vittorio Bachelet ha esercitato la sua responsabilità democratica anche da studioso di diritto amministrativo. Nessun giurista si è adoperato come lui per legare l’Amministrazione alla Costituzione, per rendere vivi i principi costituzionali e verificare la loro attuazione nella regolamentazione delle strutture dello Stato. Un lavoro svolto con rigoroso metodo giuridico, ma con lo sguardo rivolto ai problemi del Paese.

Per queste ragioni, vorrei condividere quello che a me sembra il contributo più prezioso offerto da Bachelet alla democrazia del nostro Paese. La testimonianza di una vita nella quale troviamo la sintesi di essere cristiano laico nella Chiesa ed essere cristiano servitore delle istituzioni in uno Stato laico. L’impegno politico, era questa la lezione di Bachelet, è una responsabilità personale che il cristiano svolge senza che nelle sue scelte venga chiamata in causa la Chiesa che invece deve restare libera di annunciare il Vangelo a tutti, anche a chi fa scelte politiche diverse. Bachelet ha contribuito così a far crescere nei cattolici italiani un autentico senso dello Stato.

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