
Inquinamento e sport, correre non fa sempre bene



1 aprile 2026
Esiste un’attrazione fatale tra ondata populista che monta e uno sfuggente, non meglio precisato, concetto di corruzione. Con poche eccezioni, nell’armamentario dialettico di tutti gli aspiranti capipopolo c’è una rappresentazione della loro eroica e spesso solitaria contrapposizione alla “corruzione del sistema”, la cui responsabilità ricade sulle élite che lo governano dietro le quinte. A ben guardare, si tratta di un concetto di corruzione che non ha contorni netti, di certo divergente da quello di uso corrente.
Nello scorso numero si è cercato di ricostruire alcune ragioni della banalizzazione ideologica e comunicativa che contraddistingue la retorica populista. In quella cornice l’epiteto di “corrotto” si traduce in un marchio infamante da applicare indistintamente ai soggetti ostili, a quell’entità astratta detta “popolo”, in quanto contrapposti alle sue virtù naturali, tra cui integrità e onestà. La “gente comune”, ossia le persone semplici – meglio se sempliciotte – che di quel popolo sono la spina dorsale, potranno allora convincersi che il loro crescente senso di insoddisfazione, insicurezza, paura vada imputata a chi ha pervertito le regole, corrotto, abusato della loro buona fede. Il consenso e la delega incondizionata di potere al leader di turno, che quelle ansie sociali rinfocola in modo instancabile, varranno dunque a ripristinare quell’equilibrio naturale – nazionale, cristiano, etnicamente puro – altrimenti a rischio, inquinato, pervertito.
Il modello orbàn-trumpiano sta minando le liberal-democrazie
Quando nel gennaio 2026 i vertici dell’esercito cinese sono stati decapitati dietro l’accusa di corruzione, al di là dei comunicati ufficiali nessuno ha finto di credere che le tangenti fossero la reale causa della defenestrazione dei generali
Questo passaggio permette di evidenziare una componente essenziale dell’attuale sfida neo-populista alle liberal-democrazie. Oggi più che mai il tema della corruzione risulta tanto più decisivo quanto meno le modalità con cui il tema viene impugnato nel dibattito pubblico risultano oggettive, “regolate”, condivise.
In questo i regimi autoritari, in modo paradossale, risultano più trasparenti. Quando nel gennaio 2026 i vertici dell’esercito cinese sono stati decapitati dietro l’accusa di corruzione, al di là dei comunicati ufficiali nessuno ha finto di credere che le tangenti fossero la reale causa della defenestrazione dei generali, così come dei tanti altri dirigenti o alti funzionari caduti in disgrazia negli anni precedenti. È pratica corrente che tutti i membri dell’élite intaschino bustarelle. Che questo si traduca nella formalizzazione di accuse e condanne ad opera di una magistratura asservita riflette solo l’esito di una lotta per il potere tutta interna al partito unico, cui viene sommata la vergogna dello stigma pubblico.
In linea di principio, vi è un accordo unanime nel ritenere un male la corruzione. Per questo chiunque riesca a modellare nell’opinione pubblica idee e convinzioni riguardo a cosa sia da considerarsi realmente corruzione esercita un gigantesco e irresponsabile potere.
Abbandonato il confortevole perimetro delle categorie del codice penale, nelle società contemporanee il concetto di corruzione prevalente – impugnato come arma di scontro politico – è la risultante di un processo conflittuale, sotterraneo, esposto a manipolazioni. Le vincenti strategie populiste si fondano così sulla capacità di plasmare le concezioni prevalenti, in virtù di sorta di neo-egemonia culturale esercitata da una ristretta oligarchia di attori politici, economici, finanziari.
Questi ultimi padroneggiano meccanismi di condizionamento occulto, impercettibile, talvolta imperscrutabile, in un ecosistema mediatico dove la voce – sempre più fioca – dei mass media tradizionali viene sovrastata dagli algoritmi delle piattaforme social. Esiste ancora, infatti, un vincolo insormontabile per i leader populisti nel loro sforzo di consolidare le moderne democrazie illiberali, ovvero “democrature”: il processo elettorale. Il loro popolo sta dimostrandosi capace di sopportare una progressiva restrizione dell’autonomia della magistratura, dell’operare di una reale opposizione, della libertà di stampa. È bastato convincerlo che i giudici, i politici e i giornalisti non allineati sono componenti o fiancheggiatori dell’élite corrotta.
Non a caso il presidente Usa Donald Trump da anni investe di contumelie sui social (e a volte di querele) le fake news media (che lo criticano), i giudici crooked (che si oppongono alle sue deliberazioni), i corrupt politicians (che appartengono al partito democratico).
Trump è sempre più ricco. Gli Usa stanno a guardare
Quello stesso popolo, però, difficilmente sarà disposto ad abdicare al proprio diritto di voto in elezioni aventi almeno una patina di regolarità. Queste ultime, nonostante i possibili brogli e manipolazioni, le intimidazioni e la propaganda, possono malauguratamente riservare sorprese: è successo in Polonia, rischia di accadere di nuovo in Ungheria. Può sembrare surreale che i leader populisti, vociferando contro l’intrinseca corruzione dei “nemici del popolo”, si avvantaggino in forme macroscopiche della loro “cattura dello Stato” assieme a ristrette cricche oligarchiche, con uno sfrenato arricchimento cleptocratico.
Ma finché è salda la loro capacità di amplificare, nella cassa di risonanza dei media e delle piattaforme social, la loro strumentale rappresentazione di cosa sia corruzione, e dunque chi sia corrotto, essi sapranno anche come acquisire e conservare il consenso elettorale. Contro l’involuzione autoritaria neopopulista in atto occorre per questo gettare luce sui meccanismi che forgiano a livello sociale quelle percezioni, generano o disinnescano reazioni e mobilitazione, formano i criteri di giudizio delle condotte giudicate corrotte” all’interno delle diverse cerchie sociali.
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