Bisceglie (BAT), 19 aprile 2026. Nel fotogramma, uno degli istanti che precedono l'omicidio di Filippo Scavo, legato al clan Strisciuglio, al Divine Club.
Bisceglie (BAT), 19 aprile 2026. Nel fotogramma, uno degli istanti che precedono l'omicidio di Filippo Scavo, legato al clan Strisciuglio, al Divine Club.

A Bari la criminalità si è "gomorizzata": le nuove leve dei clan esibiscono la loro violenza

Gli arresti di tre ventenni legati al clan Capriati per l'omicidio di Filippo Scavo al Divine Club di Bisceglie, uomo legato al rivale clan Strisciuglio, riaccendono i fari su una "guerra" in corso da quasi 40 anni. Figli dei boss e nuovi affiliati, attratti da lusso e armi, hanno alzato il livello di scontro e di violenza. A rimetterci, in certi casi, anche persone estranee ai giri criminali, come Angelo Pizzi, ucciso il 30 aprile scorso

Luca Pernice

Luca PerniceGiornalista

11 maggio 2026

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Undici secondi. È il tempo che, secondo gli investigatori, separa l’ingresso dei killer nel Divine Club di Bisceglie dall’uscita dopo l’esecuzione di Filippo Scavo, 43 anni, uomo ritenuto vicino al clan Strisciuglio di Bari. Undici secondi immortalati dalle telecamere di sorveglianza all’alba del 19 aprile scorso. Undici secondi che raccontano meglio di qualunque relazione antimafia la trasformazione della criminalità barese: non più soltanto organizzazione silenziosa e territoriale, ma potere spettacolarizzato, esibito, condiviso sui social, consumato davanti a decine di testimoni come una dimostrazione pubblica di forza.

Nel locale c’erano centinaia di ragazzi. Musica alta, bottiglie sui tavoli, la movida della costa nord barese nel pieno della notte. Poi l’irruzione. Le immagini non riprendono il momento esatto dell’omicidio, ma documentano il resto: i presunti assassini entrano armati, attraversano il locale e riescono fuori undici secondi dopo. Scavo viene colpito alla base del collo e muore poco dopo. Per quel delitto il 5 maggio scorso la Direzione distrettuale antimafia di Bari ha disposto il fermo di Dylan Capriati, 22 anni, nipote di Raffaele “Lello” Capriati, insieme ai coetanei Nicola Morelli e Aldo Lagioia. La contestazione è pesantissima: omicidio volontario con l'aggravante mafiosa per aver agito in pubblico, a volto scoperto, accettando il rischio di colpire persone innocenti e utilizzando la violenza come messaggio di dominio verso il clan rivale e verso l’intera cittadinanza.

È il punto più recente di una guerra che dura da quasi quarant’anni. Una guerra che Bari conosce bene e che oggi sta vivendo una nuova, pericolosa metamorfosi.

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La vendetta come linguaggio mafioso

Per gli investigatori, l’omicidio di Scavo rappresenta la risposta all’assassinio di Raffaele “Lello” Capriati, ucciso il giorno di Pasquetta del 2024 a Torre a Mare. Capriati era una figura storica della criminalità barese. Aveva trascorso 17 anni in carcere per l’omicidio di Michele Fazio, il quindicenne innocente ucciso nel 2001 durante una sparatoria tra clan a Bari vecchia, il simbolo più drammatico della violenza mafiosa cittadina (leggi la sua storia su Vivi).

Scarcerato nel 2022, Capriati avrebbe cercato di svolgere un ruolo di mediazione tra i clan rivali. Ma secondo la ricostruzione della Dda quella tregua sarebbe saltata per questioni apparentemente banali: sguardi di troppo, provocazioni, pistole esibite nei locali della movida, tensioni nate tra i figli dei boss e giovani affiliati cresciuti nella cultura dell’ostentazione criminale.

La miccia definitiva sarebbe esplosa nel pub Demetra di Bari, il 29 marzo 2024 quando Filippo Scavo avrebbe minacciato Christian Capriati con una pistola dopo un litigio. Poche ore più tardi, Christian e Sabino Capriati, insieme a Onofrio Lorusso, avrebbero organizzato una spedizione armata nel quartiere Carbonara contro giovani vicini agli Strisciuglio. Due ragazzi rimasero feriti.

A quel punto, secondo gli investigatori, il clan Strisciuglio decise di “salire di livello”. Non più ferimenti o intimidazioni: serviva una vittima eccellente. Serviva colpire il simbolo. Così, il 1° aprile 2024, Raffaele Capriati viene assassinato a Torre a Mare mentre si trova in auto con la sua amante. Gli arrestati per quel delitto sono Luca Marinelli – considerato dagli investigatori il vicario di Sigismondo Strisciuglio – e Nunzio Losacco, ritenuto il conducente della moto usata per il blitz. È da quel momento che la guerra torna a incendiare Bari.

“La terza guerra mondiale”

Le conversazioni intercettate restituiscono uno scenario quasi tribale: il sangue chiama altro sangue

In una telefonata intercettata poche ore prima dell’omicidio Capriati, un detenuto vicino agli Strisciuglio descrive il clima di quei giorni con parole che impressionano gli stessi investigatori: “La terza guerra mondiale”. Non è una frase casuale. Dentro le 850 pagine dell’ordinanza della Dda emerge il racconto di una città che, improvvisamente, riscopre il linguaggio delle faide degli anni Novanta.

Gli uomini dei clan parlano apertamente di spedizioni punitive, di “stese”, di “alzare il livello”. Le tensioni si propagano dai quartieri storici di Bari vecchia alle periferie di Carbonara, San Girolamo, Libertà, fino alla provincia nord. Le conversazioni intercettate restituiscono uno scenario quasi tribale: il sangue chiama altro sangue. Nei clan baresi lo chiamano la braciola n’gann, qualcosa che resta incastrato in gola finché non viene vendicato. La morte di Lello Capriati, secondo gli stessi sodali, sarebbe stata la conseguenza diretta dell’irresponsabilità delle giovani leve. “Sono andati a rompere un equilibrio per le cazzate dei ragazzini”, dice uno degli affiliati intercettati dalla Squadra mobile della polizia. Una guerra nata nei locali notturni, tra bottiglie, sguardi alle ragazze e sfide di ego, ma diventata rapidamente un conflitto armato.

La nuova mafia della movida

Secondo il gip, i social network rappresentano oggi “il territorio su cui esibire la fama criminale”

Il procuratore aggiunto Giuseppe Gatti lo ha spiegato con chiarezza: il baricentro della camorra barese si è spostato verso la movida. Discoteche, lounge bar, ristoranti e lidi sono diventati il nuovo palcoscenico mafioso. Luoghi di spaccio, di reclutamento, ma soprattutto di rappresentazione del potere criminale. Qui la mafia contemporanea non si nasconde. Si mostra. La generazione dei vecchi boss era cresciuta nel contrabbando di sigarette e nel controllo silenzioso del territorio. La nuova generazione vive invece di esposizione pubblica. TikTok, Instagram, video in diretta, brindisi in carcere, auto di lusso, champagne, pistole esibite come accessori identitari.

Il brand mafia, tra TikTok e dark web

Per il giudice per le indagini preliminari Vittorio Rinaldi, che ha firmato l'ordinanza di custodia cautelare sulla base della richiesta della Dda barese, i social network rappresentano oggi “il territorio su cui esibire la fama criminale”. Le indagini raccontano una criminalità quasi “gomorrizzata”: tatuaggi, codici estetici mutuati dalle serie televisive, desiderio di apparire. Giovani che cercano il riconoscimento del clan non solo per denaro, ma per costruire una reputazione online. Il procuratore Roberto Rossi parla apertamente di “fatto culturale”. Le giovani leve, dice, “sparano facilmente” e utilizzano il delitto come forma di autoaffermazione. Il problema, secondo gli investigatori, è aggravato dal ruolo delle carceri. I telefonini introdotti illegalmente, spesso con droni, consentono ai detenuti di continuare a comandare dall’interno delle celle. Le comunicazioni non si interrompono mai. Gli ordini circolano in tempo reale. È così che il carcere diventa parte integrante del sistema mafioso.

La morte di Angelo Pizzi: l’ennesima vittima innocente

Ma ogni guerra di mafia produce inevitabilmente vittime collaterali. Il 30 aprile scorso, a Bisceglie, un commando armato fa irruzione nella Spaghetteria N.1. Sparano almeno quindici colpi con pistole e una mitraglietta. Il bersaglio sarebbe stato il titolare del locale, ritenuto vicino ai Capriati.

A morire è invece Angelo Pizzi, 62 anni, cameriere, incensurato. La sua morte riapre una ferita mai rimarginata nella memoria collettiva barese: quella delle vittime innocenti di mafia. Il parallelo con Michele Fazio diventa inevitabile. Due uomini diversissimi – un adolescente e un lavoratore sessantenne – accomunati dalla stessa logica criminale: colpire il nemico accettando il rischio di uccidere chiunque. 

Ed è proprio questo il salto di qualità che preoccupa magistratura e forze dell’ordine. La violenza non è più “chirurgica”. È spettacolare, caotica, indiscriminata.

Dalla costola dei Capriati all’impero Strisciuglio

Per capire davvero cosa stia accadendo oggi a Bari bisogna tornare indietro di almeno quarant’anni. La cosiddetta “camorra barese” nasce tra gli anni Settanta e Ottanta nei quartieri popolari della città, alimentata dal contrabbando di sigarette nel porto e dai rapporti con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

I Capriati diventano rapidamente il clan dominante di Bari vecchia. Guidati storicamente da Antonio “Tonino” Capriati, costruiscono il proprio potere su droga, racket, usura e controllo del territorio. Alla fine degli anni Novanta, però, avviene la frattura decisiva. Dalla struttura dei Capriati emerge il gruppo degli Strisciuglio, inizialmente subordinato, ma destinato a diventare il clan più potente della città.

Le inchieste giudiziarie descrivono l’ascesa degli Strisciuglio come quella di una holding criminale moderna: articolazioni territoriali autonome ma coordinate da una regia centrale, affiliazioni rituali, controllo delle piazze di spaccio, estorsioni diffuse, investimenti nel gioco e nella ristorazione. La loro espansione avviene quartiere dopo quartiere: Libertà, San Girolamo, Carbonara, San Paolo. Dove gli altri clan arretrano, gli Strisciuglio avanzano. L’operazione Eclissi del 2006 colpisce duramente il gruppo con 181 arresti, ma non riesce a smantellarne la struttura. Negli anni successivi il clan continua a reclutare giovani, consolidando la propria fama criminale. “Si aderisce in ragione della fama”, scrive il gip Giovanni Anglana nelle sue ordinanze. È il prestigio mafioso a generare nuove affiliazioni.

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Bari tra rinascita urbana e paura

“Bari non può abituarsi alla violenza”Giuseppe Satriano - Arcivescovo di Bari

La contraddizione più evidente è che questa nuova escalation avviene mentre Bari vive una stagione di forte rilancio turistico e commerciale. La città dei lungomari riqualificati, dei b&b, degli aperitivi in piazza Mercantile e della narrazione “Sii felice, sii a Bari” convive con una criminalità capace di sparare in discoteca e nei ristoranti.

Ormai gli stessi clan investono nei settori della movida e del turismo. La zona grigia si allarga: locali, affitti brevi, ristorazione, riciclaggio. La paura è tornata palpabile. Una scuola superiore ha annullato attività didattiche a Bari vecchia per timore delle sparatorie. I commercianti raccontano di turisti che chiedono se il borgo antico sia diventato pericoloso. Alla vigilia della festa di San Nicola, l’arcivescovo Giuseppe Satriano ha rivolto un messaggio durissimo alla città: “Bari non può abituarsi alla violenza”. Ha parlato di una guerra che “avvelena il tessuto sociale”, denunciando non solo le armi ma anche il denaro sporco, il silenzio, i favori, il reclutamento dei giovani.

Parole che fotografano il vero nodo della questione: la mafia barese non è soltanto criminalità organizzata. È consenso sociale, fascinazione culturale, economia parallela.

“Gli ultimi omicidi e le sparatorie avvenute a Bari e nella provincia barese riportano al centro una questione mafiosa che non può essere letta soltanto come una guerra tra clan storici per il controllo dello spaccio. Certamente pesano le rivalità tra i gruppi Strisciuglio e Capriati e le dinamiche di vendetta che si trascinano da anni, ma oggi emerge con forza anche un altro elemento: il coinvolgimento delle nuove generazioni, dei figli e dei nipoti delle famiglie criminali, dentro un contesto di forte disagio giovanile”, dichiara don Angelo Cassano, coreferente di Libera, commentando gli arresti e gli episodi di violenza che hanno riacceso l’allarme mafie a Bari.

“Questi ragazzi – continua don Angelo – cercano di affermarsi non solo attraverso la violenza, ma anche costruendo consenso e fascino attorno a modelli criminali che si diffondono nella movida e sui social network. È preoccupante vedere come riescano ad avvicinare anche giovani che non provengono da contesti mafiosi, creando un clima di dominio e intimidazione che alimenta paura nella città. Il rischio è quello di tornare al clima che Bari ha conosciuto negli anni Novanta e nei primi anni Duemila”.

Don Cassano richiama anche il valore del percorso civile compiuto dal territorio pugliese negli ultimi anni: “Bari, la provincia e tutta la Puglia hanno fatto molto sul piano repressivo e soprattutto nella costruzione di una coscienza civile contro le mafie. Ma oggi non possiamo abbassare la guardia. La criminalità organizzata continua a essere viva nell’immaginario di tanti ragazzi e tenta di riorganizzarsi proprio facendo leva sulle fragilità sociali ed educative”. Per il referente di Libera, la risposta deve essere soprattutto culturale ed educativa: “Serve un grande patto educativo tra istituzioni, scuole, associazioni e famiglie. Dobbiamo offrire ai giovani alternative concrete: lavoro, spazi sociali, occasioni di crescita, luoghi sani di aggregazione. Le periferie non possono essere lasciate sole. Se ai ragazzi viene proposta soltanto una movida fatta di spaccio, alcol e logiche criminali, le mafie continueranno a trovare terreno fertile”. Infine l’appello al dialogo tra generazioni: “Come ci ricorda sempre don Luigi Ciotti, bisogna tornare a parlare tra generazioni. Solo attraverso percorsi educativi e culturali possiamo contrastare una mentalità mafiosa che, agli occhi di alcuni giovani, rischia ancora di apparire vincente”.

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Il rischio di una nuova stagione di sangue

Gli arresti degli ultimi giorni – dunque – rappresentano un colpo importante, ma gli investigatori sanno bene che non basta. Perché il problema, come spiega don Angelo Cassano, non è più soltanto eliminare i vecchi boss. Il problema è la sostituzione continua delle leve criminali. Ventenni pronti a raccogliere il testimone, cresciuti nell’idea che il potere mafioso sia sinonimo di prestigio, denaro e identità. La guerra tra Capriati e Strisciuglio, iniziata negli anni Novanta, è diventata qualcosa di diverso da una semplice faida territoriale. È il simbolo di una criminalità che si rigenera continuamente adattandosi ai tempi: dal contrabbando ai social, dai vicoli di Bari vecchia ai privé delle discoteche.

E mentre la città prova a raccontarsi come capitale del turismo del Sud, nelle notti della movida continuano a muoversi ragazzi armati che trasformano una lite in una sentenza di morte. Undici secondi. A volte bastano quelli per capire in che direzione sta andando una città.

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