

Maria Chindamo, dieci anni fa l'omicidio. Il ricordo del fratello Vincenzo

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera



18 maggio 2026
Le richieste di denaro partivano persino dal carcere e viaggiavano attraverso i social network. In un caso, secondo gli investigatori, un estorsore avrebbe preteso 20mila euro indicando anche chi dovesse ritirare i soldi. È uno degli elementi più inquietanti emersi dall'operazione antimafia che l'11 maggio ha portato a 21 arresti tra Foggia e il Gargano, confermando ancora una volta quale sia il vero cuore economico della Società foggiana, la criminalità del capoluogo: le estorsioni.
Molti imprenditori continuano a pagare in silenzio, convinti che opporsi significhi mettere a rischio la propria attività o la propria famiglia
Non più soltanto bombe e kalashnikov, non più soltanto agguati e sangue. Oggi la mafia foggiana appare sempre più come un sistema economico e imprenditoriale capace di controllare il territorio attraverso la paura. Una paura talmente radicata che spesso non serve più neppure piazzare ordigni davanti ai negozi o incendiare automobili. L’intimidazione, ormai, è diventata strutturale.
Era già emerso anni fa nelle inchieste “Decimazione” e “Decimazione bis”, che avevano fotografato una città soffocata dalle bombe utilizzate per imporre il racket e terrorizzare imprenditori e commercianti. Oggi quello scenario sembra essersi evoluto: la violenza resta, ma viene usata sempre meno in maniera eclatante perché la reputazione criminale delle batterie mafiose continua a bastare per imporre il pagamento del pizzo.
L’indagine della Squadra mobile della questura foggiana è nata proprio dalla denuncia di un imprenditore foggiano vittima di tentativi estorsivi. Una scelta tutt’altro che scontata in un territorio dove, ancora oggi, sono pochi coloro che decidono di schierarsi apertamente dall’altra parte. Molti imprenditori continuano a pagare in silenzio, convinti che opporsi significhi mettere a rischio la propria attività o la propria famiglia.
Le mafie foggiane oltre il negazionismo
Io sono di una famiglia, tu dell’altra, ma dividiamo insieme”
Nelle carte dell’inchiesta emerge un sistema consolidato: tangenti periodiche, soldi destinati alle casse comuni delle batterie Moretti-Pellegrino e Sinesi-Francavilla (i principali clan del capoluogo dauno), contributi per mantenere detenuti e affiliati. Una mafia che, pur divisa in gruppi e famiglie, sa unirsi quando si tratta di fare affari.
“Affluire proventi in cassa comune per sostenere associati e detenuti. Poi anche per dividere i proventi”, ha spiegato la pm antimafia Bruna Manganelli, descrivendo un’organizzazione capace di mantenere unita la propria struttura economica anche tra batterie storicamente rivali. Una intercettazione citata dagli investigatori riassume perfettamente questa logica: “Io sono di una famiglia, tu dell’altra, ma dividiamo insieme”.
Ma c’è un altro elemento che rende particolarmente delicato il quadro criminale foggiano: la facilità con cui, secondo investigatori e magistrati, sul territorio circolano armi da fuoco. Pistole e revolver sembrano reperibili con estrema semplicità in una provincia dove la presenza mafiosa continua a manifestarsi anche attraverso una impressionante disponibilità di armi.
Lo dimostra anche il delitto ancora avvolto nel mistero di Dino Carta, il personal trainer ucciso la sera del 13 aprile scorso sotto la sua abitazione a Foggia. L’uomo stava passeggiando con il cane quando qualcuno lo ha raggiunto e freddato con quattro colpi di pistola. Un omicidio che, almeno ufficialmente, non avrebbe ancora un movente chiaro. Gli investigatori ritengono che quella sera possa esserci stata almeno una testimone, una donna che transitava nella zona al momento dell’agguato, ma che finora non si sarebbe fatta avanti.
È il segnale di una violenza che continua a restare presente e che spesso convive con una spregiudicatezza quasi ostentata. Emblematica, in questo senso, una conversazione via social finita agli atti di una recente inchiesta, nella quale uno degli interlocutori mostra in diretta un revolver all’altro interlocutore. Una sorta di “vetrina della mafia”, esibita senza timore attraverso gli strumenti della modernità.
L’ultima operazione antimafia ha inoltre incrociato anche un altro recente episodio di sangue avvenuto in città. Tra le persone arrestate compare infatti anche Saverio Bruno, fratello di Stefano Bruno, il 33enne ucciso il 29 aprile scorso alla periferia di Foggia durante una sparatoria in stile far west maturata, secondo gli investigatori, nell’ambito di una compravendita di droga degenerata nel sangue.
Ma l’emergenza criminale foggiana, spiegano magistrati e investigatori, non può essere letta isolatamente. Va inserita dentro un quadro regionale sempre più preoccupante. Non soltanto Bari, dove negli ultimi mesi si registra una nuova escalation di violenza e la ripresa dello scontro tra clan della cosiddetta “camorra barese”, ma anche altre aree della Puglia dove emergono forme diverse di brutalità criminale e degrado sociale.
Il pensiero corre anche a Taranto, dove il bracciante agricolo Bakary Sacko, 35 anni, è stato pestato e ucciso senza un apparente motivo da una baby gang composta da quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni e da un ventenne. Un’aggressione feroce avvenuta davanti a una ragazza del gruppo che, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe assistito senza intervenire. Un episodio che racconta una violenza diffusa, sempre più giovane e spesso priva persino di una logica criminale tradizionale.
A Bari la criminalità si è "gomorizzata": le nuove leve dei clan esibiscono la loro violenza
“Gli omicidi e le estorsioni sono semplicemente gli strumenti per mantenere in vita la reputazione violenta di un’organizzazione che però è molto più complessa”Giovanni Melillo - Procuratore nazionale antimafia
Secondo il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, ridurre la mafia foggiana a un semplice problema di ordine pubblico sarebbe un errore gravissimo. “La mafia è una questione troppo seria per essere considerata semplicemente questione dei magistrati e delle forze di polizia”, ha detto durante la conferenza stampa. “La dimensione violenta e intimidatoria è strumentale a strategie criminose molto più complesse, che sono essenzialmente strategie di espansione affaristica”.
Melillo ha descritto una mafia che controlla settori interi dell’economia della Capitanata, dall’agricoltura all’imprenditoria, parlando apertamente di “agromafia” e di sfruttamento del lavoro agricolo: “Gli omicidi e le estorsioni sono semplicemente gli strumenti per mantenere in vita la reputazione violenta di un’organizzazione che però è molto più complessa”, ha aggiunto.
Il procuratore nazionale antimafia ha poi lanciato un allarme ancora più pesante: “La situazione a Foggia è persino più grave di quella che si rivela nella Sicilia occidentale o in Calabria. Qui non è ancora avvenuta in maniera aperta e definitiva la rottura del patto di omertà che regge i rapporti tra mafiosi e vittime”. Un passaggio che fotografa perfettamente la realtà foggiana. Se da un lato alcune vittime hanno trovato il coraggio di denunciare, dall’altro il numero resta ancora limitato rispetto alla vastità del fenomeno estorsivo.
Il modello fondato sul familismo e sulla violenza spregiudicata si combina in maniera perfetta con la modernità”Giuseppe Gatti - Procuratore aggiunto di Bari
Ma la nuova mafia foggiana non è soltanto racket. È anche capacità di fare sistema, di costruire alleanze e joint venture criminali con altri gruppi del territorio. Lo ha spiegato chiaramente il procuratore aggiunto di Bari, Giuseppe Gatti: “Queste mafie hanno avuto la capacità di mettere a sistema la tradizione. Il modello fondato sul familismo e sulla violenza spregiudicata si combina in maniera perfetta con la modernità”.
Secondo Gatti, oggi la Società foggiana e la mafia garganica sono “sempre più coinvolte in una unitaria joint venture che punta all’espansione affaristico-imprenditoriale, al controllo di nuovi mercati e a proiettarsi oltre gli stessi ambiti geografici della provincia foggiana”.
Un quadro confermato anche dalle indagini sul duplice omicidio di Apricena del 2017, che secondo la Dda sarebbe stato funzionale alla conquista criminale dell’Alto Tavoliere attraverso l’alleanza tra clan garganici e batterie foggiane. E proprio l’espansione oltre i confini provinciali è uno degli aspetti che più preoccupano gli investigatori. “I processi di accumulazione della ricchezza delle mafie foggiane vanno ben oltre i confini della provincia di Foggia – ha avvertito Melillo –. Hanno letteralmente invaso regioni circostanti come Molise, Abruzzo e parte della Campania”.
Per il procuratore di Bari Roberto Rossi siamo davanti a “una mafia in continua evoluzione. Una mafia di affari, una mafia che unisce la violenza alla capacità di inserimento all’interno della società”. Rossi ha poi acceso i riflettori sul ruolo delle carceri, dopo che una delle estorsioni sarebbe stata organizzata direttamente da un detenuto: “Le carceri non sono più luoghi dove non si comunica. Occorre impedire il rapporto tra chi è all’interno e chi è all’esterno mediante dispositivi elettronici che entrano tranquillamente negli istituti”.
Parole che raccontano una mafia capace di adattarsi ai tempi, di usare i social network per intimidire e gestire il racket, ma che continua a fondare il proprio potere sul controllo del territorio e sul silenzio delle vittime. Un sistema criminale che non vive più soltanto di violenza visibile, ma soprattutto della forza invisibile della paura.
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