

Maria Chindamo, dieci anni fa l'omicidio. Il ricordo del fratello Vincenzo

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera



19 maggio 2026
In Italia non esiste un dato certo sul tasso di recidiva, ma esistono altri dati che in qualche modo ci aiutano a fotografare il tasso di ritorno alla criminalità per chi è già finito in carcere. Ad esempio quello che riporta Tutto Chiuso, il XXII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, presentato oggi, ci dice di come, tra le 63.499 persone detenute presenti al 31 dicembre 2025, solo 25.921 (il 40,8 per cento) erano alla prima carcerazione. Tutti gli altri avevano già conosciuto il carcere. Il 45,9 per cento era già stato detenuto da una a quattro volte. Il 10,6 per cento tra cinque e nove volte. Il 2,7 per cento addirittura oltre dieci volte.
Per il sistema penitenziario italiano lo Stato spende infatti circa 3,5 miliardi di euro l’anno, ma continua a produrre un risultato che dovrebbe allarmare chiunque parli di sicurezza
La recidiva da alcuni viene letta come propensione criminale di chi è in carcere o ci è finito. Invece sarebbe utile e necessario ribaltare questa visione e trattare questi dati per ciò che realmente rappresentano: il fallimento del sistema penitenziario italiano.
Pensiamoci bene, spostando un attimo il focus su un altro luogo dello Stato: la scuola. Immaginiamo se la scuola italiana, che costa miliardi di euro ogni anno, producesse studenti incapaci di leggere e scrivere. Probabilmente parleremmo di un fallimento nazionale. Apriremo commissioni parlamentari, assisteremo a speciali televisivi e editoriali indignati. Ci chiederemmo come sia possibile continuare a finanziare un sistema che non raggiunge il suo obiettivo principale.
Eppure facciamo molta più fatica a indignarci per ciò che il carcere produce. Ignorando quanto ci riguardi. A partire dal costo. Per il sistema penitenziario italiano lo Stato spende infatti circa 3,5 miliardi di euro l’anno, ma continua a produrre un risultato che dovrebbe allarmare chiunque parli di sicurezza: moltissime persone che entrano in carcere ci tornano. E ci tornano più volte. Un fatto che sottintende il vero mandato anticostituzionale del carcere, ossia vessare e punire quale esito di una vendetta sociale.
Qui si torna ai dati con cui l’articolo si apriva. Quel circa 60 per cento di persone che in carcere già ci erano state, molte delle quali più e più volte. Che, tradotto altrimenti, significa che il carcere non sta interrompendo le traiettorie criminali, spesso le sta semplicemente attraversando, senza modificarle davvero. Questo dovrebbe essere il cuore di qualsiasi discussione pubblica sulla pena.
Sorprende che chi, come l’attuale governo, abbia prodotto recentemente due decreti sicurezza sia incurante degli studi, le analisi, le esperienze che raccontano di come una pena che offre possibilità di reinserimento sociale abbatta la recidiva
L’articolo 27 della Costituzione dice che le pene devono guardare al reinserimento sociale del condannato. Spesso questa frase viene trattata come un principio etico, quasi astratto, una concessione umanitaria dentro un sistema inevitabilmente punitivo. In realtà è anche una norma profondamente pragmatica.
La recidiva ha costi economici e umani altissimi. Economici per lo Stato: per le carceri certo, ma anche per il sistema di ordine pubblico e per i processi. Umani per le persone: quelle detenute, che spesso non trovano opportunità diverse da quelle criminali; per tutti gli altri cittadini, che possono ritrovarsi potenziali future vittime. Insomma, la recidiva costa tanto e non fa bene alla sicurezza pubblica.
Sorprende che chi, come l’attuale governo, ha prodotto recentemente due decreti sicurezza sia incurante degli studi, le analisi, le esperienze che raccontano di come una pena che offre possibilità di reinserimento sociale abbatta la recidiva. Lo ricordava qualche tempo fa anche il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) guidato dall’ex ministro di Forza Italia Renato Brunetta che, nell’ambito del programma “Recidiva Zero”, stimava che il dato della recidiva potesse calare fino al 2 per cento per le persone detenute che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale.
E invece il carcere italiano continua a essere prevalentemente uno spazio di contenimento.
Decreto sicurezza, rimpatri e più carcere. Così si alimenta solo la tensione sociale
Solo il 29,3 per cento delle persone detenute lavora. E nella maggior parte dei casi lavora per l’amministrazione penitenziaria stessa con mansioni spesso poco spendibili una volta fuori
Le celle si riempiono, il sovraffollamento cresce, le ore trascorse chiusi aumentano, ma gli strumenti per costruire un ritorno reale nella società restano drammaticamente insufficienti.
Solo il 29,3 per cento delle persone detenute lavora. E nella maggior parte dei casi lavora per l’amministrazione penitenziaria stessa con mansioni spesso poco spendibili una volta fuori. Solo il 4,9 per cento lavora per soggetti esterni. Appena il 7,9 per cento frequenta corsi di formazione professionale. Il 31 per cento partecipa a percorsi scolastici e appena il 3 per cento è iscritto all’università.

Numeri troppo bassi per pensare che il carcere possa davvero cambiare le traiettorie di vita delle persone che ospita. Dal 2024 al 2025 poi sono scesi anche i numeri delle persone che usufruiscono di misure alternative alla detenzione, che sappiamo essere più economiche per lo Stato e avere un impatto migliore sull’abbattimento della recidiva.
Nel 2025 le prese in carico per affidamento in prova ai servizi sociali sono scese da 26.151 a 24.627. Anche la detenzione domiciliare è diminuita: da 14.247 a 13.519 nuovi casi.
Piano carceri di Nordio, operazione ideologica senza strategia
Dunque anche quegli strumenti utili per combattere il sovraffollamento vengono usati meno. E sappiamo che laddove le carceri sono piene oltre le loro capienze è più difficile costruire percorsi individuali e offrire opportunità.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Per questo, se un “piano carceri” serve, questo non riguarda certo l’edilizia penitenziaria, ma dovrebbe interessare investimenti in attività e spazi utili per promuovere percorsi che portino le persone a costruire traiettorie che le allontanino da quelle che in carcere le hanno portate. Sapendo che un carcere che produce recidiva non è solo un carcere più ingiusto, ma è anche inefficiente.
Non è un fatto di buonismo, ma di consapevolezza che una pena che restituisce alla società persone più fragili, più marginali e spesso più arrabbiate non sta proteggendo nessuno.
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