Decreto sicurezza, rimpatri e più carcere. Così si alimenta solo la tensione sociale

Il presidente Mattarella chiede modifiche alla norma e la maggioranza pensa a un decreto correttivo da mettere in Gazzetta ufficiale il 25 aprile. Nel testo aumentano i reati, ma di nuovo non si affrontano le condizioni sociali che li producono

Andrea Oleandri

Andrea OleandriResponsabile comunicazione di Antigone

21 aprile 2026

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Ancora nuovi reati e più carcere, così il decreto sicurezza – in corso di approvazione alla Camera – produrrà invece ancora più insicurezza. Nove mesi dopo l’ultimo decreto in materia, il governo sta di nuovo discutendo un provvedimento “urgente” che amplia il diritto penale come risposta a problemi sociali. Non si tratta di interventi isolati, ma di una strategia coerente che porterà ad anticipare la soglia della punibilità, irrigidire le risposte sanzionatorie e aumentare il ricorso al carcere. 

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Al momento, la volata finale verso l’approvazione ha registrato una battuta d’arresto di cui si attende di conoscere l’esito finale. Ieri, infatti, è arrivata l’obiezione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sul passaggio del provvedimento che prevede un compenso agli avvocati che assistono i cittadini stranieri nelle pratiche dei cosiddetti “rimpatri volontari”, di fatto puntando a favorirli. Il capo dello Stato ha chiamato al Colle il sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano per discutere di questo e altri problemi del testo, che deve essere approvato entro il 25 aprile, pena la decadenza.

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Decreto sicurezza: anticipare e punire 

In primo luogo, il decreto amplia l’utilizzo di strumenti, come gli agenti sotto copertura, estendendone l’impiego a nuovi ambiti. È un passaggio tutt’altro che neutro: significa anticipare l’intervento penale sempre più ad un momento “prima” del reato, rafforzando una logica di controllo e infiltrazione che solleva interrogativi sul piano delle garanzie.

Con questa nuova norma nessuno potrà più credere in nessuno. Una persona detenuta non saprà se il nuovo compagno di cella, un volontario o un operatore, sono chi dicono di essere o invece sono agenti sotto copertura

Soprattutto perché la nuova norma si applica alle carceri, luoghi dove la costruzione della fiducia verso gli altri reclusi e gli operatori è fondamentale. Con questa nuova norma nessuno potrà più credere in nessuno. Una persona detenuta non saprà se il nuovo compagno di cella, un volontario o un operatore, sono chi dicono di essere o invece sono agenti sotto copertura. Un provvedimento che creerà diffidenza e ulteriore tensione.

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In secondo luogo, il provvedimento interviene su uno dei principali canali di ingresso nel sistema penitenziario: i reati legati agli stupefacenti. Le modifiche alla cosiddetta “lieve entità”, introdotte con un emendamento presentato al Senato e confermato poi alla Camera, rischiano di restringere uno spazio che negli anni ha funzionato, pur con molti limiti, come valvola di contenimento della detenzione.

Ridimensionando la “lieve entità” per piccoli e ricorrenti reati di spaccio di stupefacenti, si andranno a colpire le persone più marginali, molto spesso con problemi di dipendenza

Ridimensionando la “lieve entità” per piccoli e ricorrenti reati di spaccio di stupefacenti, si andranno a colpire le persone più marginali, molto spesso con problemi di dipendenza, che fanno del piccolo spaccio lo strumento “necessario” a procacciarsi le sostanze da utilizzare. Non è difficile prevedere come questa norma potrà produrre più carcerazione, per tempi più lunghi, di persone che invece avrebbero bisogno di essere prese in carico a livello sociale e sanitario.

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Non è così difficile prevedere anche come, proprio a partire da questa disposizione, si potrebbe avere in breve tempo un aumento esponenziale di persone detenute, a causa dei nuovi reati legati agli stupefacenti, raggiungendo livelli di sovraffollamento che l’Italia non registra dai tempi della condanna europea. All’epoca, su 69.000 detenuti, circa il 40 per cento erano in carcere per aver violato le norme sulle droghe. Oggi siamo a 64.000 persone detenute, di cui circa il 34 per cento per questo tipo di reati.

Ogni nuova fattispecie, ogni aggravante, ogni restringimento degli spazi di discrezionalità giudiziaria si traduce in più ingressi in carcere o in permanenze più lunghe

E qui emerge il nodo più significativo. Ogni nuova fattispecie, ogni aggravante, ogni restringimento degli spazi di discrezionalità giudiziaria si traduce in più ingressi in carcere o in permanenze più lunghe. Il problema è che questo impatto si inserisce in un sistema già oggi al limite. Le carceri italiane sono strutturalmente sovraffollate, con istituti ben oltre la capienza regolamentare, carenze di personale e difficoltà nell’accesso ai percorsi trattamentali. È un sistema che fatica a garantire condizioni dignitose e che, soprattutto, non riesce a svolgere la funzione rieducativa prevista dalla Costituzione.

Il decreto sicurezza aumenta le pene, ma non affronta le cause 

In questo contesto, intervenire ampliando l’area del penale significa aggravare una crisi già conclamata. Ma c’è di più. Il carcere italiano, così com’è oggi, produce un tasso di recidiva che si aggira intorno al 70 per cento. È forse il dato più rilevante quando si parla di sicurezza: la maggior parte delle persone detenute, una volta uscita, torna a commettere reati. Se l’obiettivo è ridurre la criminalità, questo dovrebbe essere il punto di partenza.

Il decreto non investe in misure alternative, non rafforza i percorsi di reinserimento, non interviene sulle condizioni sociali che stanno a monte dei comportamenti devianti

E invece il decreto si muove nella direzione opposta. Non investe in misure alternative, non rafforza i percorsi di reinserimento, non interviene sulle condizioni sociali che stanno a monte dei comportamenti devianti. Al contrario, amplia il ricorso al carcere, alimentando un sistema che già oggi fatica a ridurre la recidiva. È una contraddizione evidente: si adottano misure che rischiano di produrre più insicurezza nel medio periodo.

Contro il conflitto sociale 

Un altro asse del provvedimento riguarda il conflitto sociale. Diverse norme introducono o rafforzano fattispecie legate alle manifestazioni, alle condotte in contesti di protesta, si potenzia il daspo e i poteri dei Questori, si introduce uno scudo procedurale pensato per le forze dell'ordine e si rivoluziona la disciplina dei respingimenti. Anche qui, il segnale è chiaro: il diritto penale viene utilizzato come strumento di gestione del dissenso.

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Non è un elemento secondario. Antigone già per il decreto sicurezza approvato l’estate scorsa aveva parlato del “più grande attacco alla libertà di protesta nella storia repubblicana”. Il nuovo decreto si inserisce in quella traiettoria, ampliando ulteriormente il perimetro della repressione. Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un diritto penale sempre più esteso, anticipato e rigido. Un diritto penale che interviene su ambiti diversi, dalla marginalità sociale alla protesta, fino ai reati di droga legati alle droghe, ma con un tratto comune: trasformare problemi complessi in questioni di ordine pubblico.

Se la sicurezza significa ridurre i reati, a cosa serve continuare a investire su un sistema che produce alti tassi di recidiva e che viene ulteriormente appesantito da nuove fattispecie?

Quello di forzare su temi come questi è una scelta politica precisa, che solleva anche una domanda di fondo: se la sicurezza significa ridurre i reati, a cosa serve continuare a investire su un sistema che produce alti tassi di recidiva e che viene ulteriormente appesantito da nuove fattispecie? Soprattutto quando restano sullo sfondo le politiche che potrebbero incidere davvero: lavoro, welfare, istruzione, inclusione.

Una società è più sicura non quando punisce di più, ma quando riesce a ridurre le condizioni che portano a delinquere. Il decreto sicurezza, ancora una volta, sembra scegliere la strada più sbagliata.

Il nodo dei rimpatri volontari assistiti

C’è poi un altro tassello problematico, su cui si è creata l’impasse delle ultime ore. La maggioranza vuole dare un premio agli avvocati che convincono i migranti a tornare nel proprio paese. È scritto in un emendamento proposto da Fratelli d’Italia e approvato al Senato, che prevede un compenso di 615 euro al legale che assiste un cittadino straniero nella procedura di rimpatrio volontario assistito. Il Consiglio nazionale forense, menzionato come attore chiave, ha dichiarato di non essere mai stato consultato e ha chiesto di modificare il testo.

Per accelerare, il Governo porrà la fiducia: in ogni caso la scadenza è il 25 aprile

Ora, dopo la convocazione al Quirinale i tempi diventano strettissimi. Il decreto sicurezza, passato venerdì scorso al Senato in prima lettura, deve ora essere approvato alla Camera, e la seduta è prevista per venerdì, ma se il testo fosse modificato servirebbe un altro passaggio al Senato. Per accelerare, il Governo porrà la fiducia: in ogni caso la scadenza è il 25 aprile.

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