Casal del Marmo (Roma), la targa all'ingresso dell'istituto penale minorile
Casal del Marmo (Roma), la targa all'ingresso dell'istituto penale minorile

Ipm di Casal del Marmo (Roma), violenze sui giovani detenuti. La giustizia minorile non protegge i più deboli

Dopo l'istituto Beccaria di Milano, anche nella Capitale si indaga sul trattamento riservato ai minori. Già un anno fa, Antigone aveva presentato un esposto e allertato le istituzioni. Senza tutele, questi giovani restano ai margini anche quando denunciano violenze gravissime

Andrea Oleandri

Andrea OleandriResponsabile comunicazione di Antigone

27 marzo 2026

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Nelle ultime settimane si è aperto un nuovo fronte di indagine su presunte violenze e torture all’interno dell’istituto penale minorile di Casal del Marmo, a Roma. Per Antigone non si tratta di una notizia inattesa. Già nella primavera scorsa l’associazione aveva raccolto segnalazioni e nel luglio 2025 presentato un esposto e allertato le istituzioni competenti. Quelle denunce hanno contribuito ad avviare un procedimento che oggi è entrato nella fase dell’incidente probatorio.

È una fase delicata, coperta da riservatezza, in cui le informazioni sono necessariamente limitate. Ma ciò che emerge, anche solo per frammenti, è sufficiente a delineare un quadro preoccupante. Soprattutto perché non si tratta di casi isolati.

A Milano, nell’istituto penale minorile Beccaria, un procedimento analogo è in corso da tempo e si trova oggi in uno stadio più avanzato. L’indagine riguarda, in quel caso, 51 persone, tra agenti, comandanti, due ex direttrici, un’ex vicedirettrice e medici. Anche lì si parla di violenze sistematiche, di pestaggi, di umiliazioni su almeno 33 ragazzi. Anche lì le testimonianze descrivono un contesto in cui la sopraffazione sembra diventare pratica ordinaria, più che eccezione.

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Senza tutele, i minori stranieri non accompagnati subiscono di più

Molte vittime sono minori stranieri non accompagnati: senza famiglie, né supporto, spesso spariscono dai radar. Nel processo milanese sui fatti del Beccaria molti giovani coinvolti risultano oggi irreperibili

C’è un elemento che accomuna profondamente queste vicende: le vittime. Parliamo in larga parte di minori stranieri non accompagnati. Ragazzi spesso privi di una rete familiare, di riferimenti stabili, di strumenti per orientarsi dentro un sistema complesso come quello penale. Giovani che, proprio per questa loro vulnerabilità, rischiano di diventare bersagli ideali. A Casal del Marmo, pochissime delle presunte vittime si erano costituite con un legale. Un dato che dovrebbe interrogare, per andare oltre qualsiasi ricostruzione giornalistica e scatenare una riflessione profonda.



Senza assistenza, senza tutela, senza qualcuno che traduca la loro esperienza in un linguaggio giuridico riconoscibile, questi ragazzi restano ai margini anche quando denunciano violenze gravissime. In più, in alcuni casi, si sta facendo fatica a trovare alcuni di loro. Spariti nel nulla, probabilmente ancora in Italia, ma fuori dai radar dello Stato. Anche quando lo Stato li cerca non per espellerli o per rinchiuderli, ma per far valere i loro diritti. Una situazione già riscontrata a Milano, nel processo al Beccaria, dove alcuni dei giovani coinvolti risultano oggi irreperibili. La loro assenza non è un fatto banale, perché rischia di trasformarsi nel dissolvimento anche di pezzi fondamentali di verità.

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Servono tutele per i ragazzi e occhi esterni che vigilino

Nel mese scorso, in questa rubrica, abbiamo provato a smontare l’idea di un’emergenza criminale legata ai minori. I dati raccontano una realtà diversa: non c’è alcuna esplosione incontrollata di reati giovanili tale da giustificare una torsione securitaria del sistema. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa sta accadendo davvero? Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi riflessione sulla giustizia minorile.

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Se gli istituti diventano luoghi in cui si moltiplicano episodi di violenza, se i ragazzi più fragili sono quelli più esposti, se la possibilità stessa di denunciare si inceppa o si perde, il problema non è la devianza giovanile. Il problema diventa la tenuta del sistema che dovrebbe prenderla in carico. La giustizia minorile italiana è stata a lungo considerata un modello, fondata su principi educativi, sulla centralità della persona, sulla funzione rieducativa della pena. I casi di Milano e Roma, pur nella loro diversità e nelle cautele che ogni indagine richiede, ci costringono a chiederci quanto di quel modello sia ancora vivo nella pratica quotidiana.

Serve interrogarsi ora sulle condizioni che rendono possibili certe dinamiche: la gestione degli istituti, la formazione del personale, il sovraffollamento, la presenza crescente di minori stranieri privi di supporto, la difficoltà di costruire percorsi individualizzati. Partendo da quegli anticorpi che il sistema dimostra ancora di avere. Il caso di Casal del Marmo è partito infatti dalle denunce che ad Antigone sono arrivate da alcuni operatori dell’istituto. Attenti e preoccupati per ciò che stava accadendo sotto i loro occhi. Racconti da cui emerge un fatto, spesso questi episodi si verificano anche davanti ad alcuni operatori, come a voler dimostrare che si contasse su un “muro di omertà” fatto di silenzi interni, scalfito invece dalle denunce. 

Anche da qui è fondamentale ripartire per riportare al centro le persone. Perché dietro ogni procedimento ci sono storie che rischiano di restare senza voce. E una giustizia minorile che non riesce a proteggere i più vulnerabili smette, semplicemente, di essere giustizia.

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