Il cast di Mare fuori 4, dal 1° febbraio 2024 su Raiplay e dal 14 febbraio in prima serata su Rai 2
Il cast di Mare fuori 4, dal 1° febbraio 2024 su Raiplay e dal 14 febbraio in prima serata su Rai 2

"Mare fuori", per i minori il carcere non è come in tv

"Mare fuori", la serie tv della Rai, torna con una nuova stagione. È stata capace di accendere i riflettori sugli istituti penali minorili, ma ne ha fornito anche un'immagine deformata. La detenzione degli adolescenti dovrebbe essere l'extrema ratio, non una sfida di sopravvivenza

Ennio Tomaselli

Ennio TomaselliScrittore, ex magistrato

Aggiornato il giorno 1 febbraio 2024

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Il grande successo di Mare fuori, serie tv della Rai ambientata in un carcere minorile di Napoli, apre gli occhi su una realtà sconosciuta ai più. Si tratta di un buon prodotto, anche se dovrebbe maneggiare con maggiore attenzione certe materie per evitare rappresentazioni semplificate, se non proprio alterate, di situazioni complesse. Da ex magistrato minorile, ritengo che ci sia ancora margine per alcune considerazioni critiche: nessuna stroncatura, semmai una chiave di lettura più approfondita in vista della prossima stagione, la quarta, prevista nel febbraio 2024.

Nei dodici episodi della terza serie ragazzi e ragazze di Napoli o altrove, finiscono nel carcere minorile per il coinvolgimento, di solito, in fatti di sangue e storie per lo più all’insegna del degrado e della violenza. Appartenenza a famiglie camorristiche rivali, vendette, amori impossibili ma anche storie di amicizie e riscatto, si intrecciano in un mix che coinvolge anche le figure istituzionali della struttura: la direttrice (interpretata da Carolina Crescentini) , il comandante della polizia penitenziaria (Carmine Recano), un educatore che si scopre padre di una detenuta (Vincenzo Ferrera), una agente che nasconde in casa un ragazzo (Anna Ammirati).

L’immagine deformata del carcere minorile

Alcuni dei protagonisti di "Mare fuori" (Foto Sabrina Cirillo/Ufficio stampa Rai)
Alcuni dei protagonisti di "Mare fuori" (Foto Sabrina Cirillo/Ufficio stampa Rai)
Il rischio è che il carcere appaia come una palestra di vitaper diventare “veri” uomini e donne. Il carcere è, invece, un luogo di una durezza diversa e assai meno “colorita”

Il gioco della fiction, sapientemente orchestrato, finisce per prendere più o meno tutti. C’è però qualche problema e riguarda in particolare l’immagine del carcere minorile, una sorta di super protagonista, che ne esce alquanto deformata. Il rischio maggiore è che appaia come una palestra di vita, un luogo in cui, per tutte le prove di coraggio e “ardimento” sostenute per sopravvivere, occorre quasi passare per diventare “veri” uomini e donne. Il carcere è, invece, un luogo di una durezza diversa e assai meno “colorita”, dove bisogna fare i conti anche con la solitudine e con regole da rispettare sul serio. Entrarci non può essere vissuto come una sfida, un’occasione per emergere e diventare, se non già dei boss, più fighi. Contro questo rischio, effettivo, nella realtà si combatte, pur nelle ristrettezze di personale e risorse, con programmi di recupero a cui ciascun giovane è chiamato a partecipare in maniera attiva: l’obiettivo è aiutarlo a costruirsi un’alternativa, con il sostegno e l’empatia di operatori che sanno cosa davvero significhi “sporcarsi le mani” con i ragazzi. Una cosa ben lontana dal ricorrere agli espedienti e dall’infilarsi negli inghippi di cui la fiction abbonda.

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Il lavoro corale

In Mare fuori mancano pressoché tutti gli agganci positivi con l’esterno, indispensabili perché i progetti possano concretizzarsi nella vita fuori dal carcere, come ad esempio gli operatori che accompagnano i ragazzi almeno nelle loro prime uscite e seguono le messe alla prova (cioè la sospensione del processo e l’affidamento a un servizio sociale, ndr). Nella realtà non tutto ciò, purtroppo, funziona. Una fiction, dal canto suo, ha contenuti e fini diversi rispetto a un documentario o programma d’inchiesta, ma la complicata scommessa di fare presa sul pubblico con una narrazione di fantasia agganciata a un piano di realtà poteva risolversi con meno “effetti speciali” sul piano tragico e sentimentale.

Vanno poi considerati altri aspetti, non secondari. È vero che il condannato non è il suo reato e che in carcere, tanto più se minorile, bisogna guardare soprattutto avanti, alla costruzione di una personalità più solida e a un futuro diverso. Ma per dei ragazzi che spesso hanno esigenze non solo rieducative ma più radicalmente educative, quello della rielaborazione delle azioni delittuose è un discorso importante, che non può essere eluso, affidato solo alle relazioni amicali e sentimentali o alla dedizione di qualche figura istituzionale. Si tratta di un lavoro complesso e di rete, che richiede una pluralità di apporti anche specialistici, e non può passare solo attraverso il carcere e l’operato di pochissimi che nella fiction, invece, si occupano di tutto.

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Conseguenza (in)evitabile

In Mare Fuori il carcere appare come un luogo di socialità spinta all’estremo e di irreale promiscuità fra ragazzi e ragazze

In carcere, del resto, un ragazzo dovrebbe entrare e starci il meno possibile, trattandosi di una extrema ratio. In Mare fuori, invece, sembra la conseguenza naturale e inevitabile del reato. La messa alla prova può talvolta arrivare, ma come da un altro pianeta, tale e tanta è la distanza dei ragazzi rispetto alle procedure giudiziarie, di cui pure sono i protagonisti. I giudici sembrano altrettanto lontani, come se non avessero mai visto in faccia quei ragazzi né fossero interessati a loro se non per qualche istanza avvocatesca. In Mare fuori sfuma la stessa distinzione fra sottoposizione a misure cautelari (la cui durata è dimezzata o, per chi ha meno di 16 anni, ridotta di due terzi rispetto agli adulti) e detenzione per condanna definitiva.

Ambiente e regime detentivo riflettono, assai più che la realtà, esigenze di sceneggiatura e regia che privilegiano un miscuglio fra un luogo dove le violenze e le intimidazioni grandi e piccole, per lo più a sfondo camorristico, sono continue (mentre chi dovrebbe sorvegliare è costantemente altrove o impotente) e, all’opposto, un luogo di socialità spinta all’estremo e di irreale promiscuità fra ragazzi e ragazze. La realtà, soprattutto in istituti sovraffollati e con problemi di personale, può essere diversa rispetto a quanto previsto dalle norme. E infatti i problemi non mancano. Ma quanto rappresentato in Mare fuori è ancora diverso e non in linea nemmeno con l’intento di svelare al grande pubblico il carcere minorile e le storie di chi ci finisce, come la serie prometteva al suo esordio.

Nei commenti qualcuno, a fronte di ciò, ha argomentato che Mare fuori è molto più di una fiction sul carcere: "Un racconto del carcere attraverso la sua umanità". Questo giudizio suggestivo sarebbe condivisibile se tale umanità venisse esplorata in maniera genuina e senza troppe forzature, invece si insiste molto sul piano degli intrecci, degli intrighi, delle immagini e delle emozioni forti a ogni piè sospinto. La fiction, così, può anche funzionare benissimo, come in effetti funziona. Ma allora bisogna, oltre che applaudire, avere chiaro che la realtà è diversa. Non “eroica”, ma da apprezzare comunque per quanto uomini e donne delle istituzioni (fra cui varie e bravissime direttrici di carcere) riescono a fare.

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Il riscatto fuori dalle mura

Carolina Crescentini interpreta la direttrice del carcere in "Mare fuori" (Foto Sabrina Cirillo/Ufficio stampa Rai)
Carolina Crescentini interpreta la direttrice del carcere in "Mare fuori" (Foto Sabrina Cirillo/Ufficio stampa Rai)

In Mare fuori i ragazzi non sono lontani soltanto dalle procedure giudiziarie e dai giudici. Anche il loro carcere è distante, isolato come una fortezza e paradossalmente distante dalla giustizia. In particolare, da una percezione di questa che dia senso al tutto. Nella fiction, le scelte che contano sembrano prescinderne e anche l’incontro “riparativo” fra un giovane omicida e i genitori della vittima non è, per le sue modalità, dei più convincenti. Il più delle volte ragazzi e ragazze prendono decisioni sulla base di emozioni e legami tra di loro, con le famiglie o con le pochissime figure significative del mondo delle istituzioni. Tra queste figurano la direttrice dell’istituto e soprattutto l’onnipresente comandante della polizia penitenziaria ("Il comandante è comandante sempre, anche quando siete fuori"), eroe votato alla salvezza dei ragazzi ed emblema di quel carcere “palestra di vita” che è un messaggio (certo non l’unico, ma piuttosto discutibile) trasmesso da Mare fuori.

Il futuro del carcere minorile dovrebbe essere all’opposto di quanto mostrano nella serie tv, quindi formato da strutture più piccole, meglio gestibili e dove chi è ristretto sia meno esposto a dinamiche carcerarie negative e peggiorative. Le parti migliori mi sono parse, in questa stagione come nelle precedenti, quelle in cui i personaggi si muovono su un territorio – fisico, psicologico e affettivo – più ampio: la città, i congiunti, gli amici e gli avversari, la bellezza del mare e di certi scorci urbani, ma anche la casualità spesso crudele degli incontri e degli scontri, la frequenza e quasi fatalità di occasioni per la commissione di reati. Compiuti non di rado al di là delle intenzioni e dell’effettiva personalità “deviante” di giovani che, solo in qualche caso, hanno compiuto una scelta criminale effettiva e autonoma. Ed è sul territorio, al di fuori delle mura carcerarie, che possono realizzarsi storie di autentico riscatto.

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