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25 febbraio 2026
Ma c’è davvero un allarme criminalità minorile in Italia? Se guardiamo ai dati, la risposta è molto diversa da quella che emerge dal racconto pubblico. A spiegarlo è Io non ti credo più, l’ottavo rapporto sulla giustizia minorile in Italia realizzato dall’associazione Antigone. Secondo Eurostat, in Italia i minorenni denunciati sono 363,4 ogni centomila abitanti, quasi la metà della media europea (647,9). Dei poco più di 2 milioni di reati denunciati ogni anno in Italia, solo circa 30mila sono commessi da minorenni, che sono quindi responsabili dell’1,5 per cento di tutti i reati denunciati nel Paese.
Decreto sicurezza, minori e "maranza" i nuovi nemici dell'ordine
Le serie storiche Istat mostrano un calo lungo trent’anni, con oscillazioni fisiologiche. È vero: nel 2024 le segnalazioni sono cresciute del 16,7 per cento rispetto all’anno precedente. Ma se scomponiamo il dato, l’allarme si ridimensiona in quanto le segnalazioni che l’autorità giudiziaria ha effettivamente trasmesso ai servizi della giustizia minorile crescono del 12 per cento. E gli ingressi reali nel sistema aumentano appena del 2 per cento. Una parte consistente delle denunce, dunque, si dissolve perché irrilevante. Intanto, però, si amplia il perimetro del controllo penale.
Non stiamo assistendo a un’esplosione della devianza giovanile, ma a un’espansione delle risposte penali
Al 31 dicembre 2025, i minori e giovani adulti in carico al sistema della giustizia minorile risultavano essere 17.027, mentre nel 2022 erano 13.658. In tre anni la crescita è stata quindi del 25 per cento. Negli Istituti penali per minorenni (Ipm) si è passati dalle 381 presenze registrate a fine 2022 alle 572 di fine 2025. Il punto è questo: non stiamo assistendo a un’esplosione della devianza giovanile, ma a un’espansione delle risposte penali.
Giustizia minorile: punire invece che educare
Il decreto Caivano, approvato nel settembre 2024, rappresenta una svolta simbolica e sostanziale, avendo ampliato le possibilità di interventocustodiale, irrigidito le misure cautelari e trasformato strumenti che prima erano temporanei in passaggi spesso definitivi verso il carcere. Prima della riforma, l’aggravamento della misura di comunità prevedeva un ingresso temporaneo in Ipm.
Oltre "Caivano": storie di minori che riparano il danno
Oggi quel limite è stato soppresso. I dati mostrano l’inversione: nel 2022 gli ingressi negli Istituti per aggravamento temporaneo erano stati 249, contro 40 trasformazioni definitive; nel 2025 gli aggravamenti sono scesi a 167, mentre le trasformazioni a 216. Non si attenua il ricorso al carcere, si stabilizza. Crescono anche i collocamenti in comunità: nel 2024 e nel 2025 sono aumentati di circa il 20 per cento rispetto al biennio precedente. Ma la rete è quasi interamente privata (637 strutture contro tre ministeriali) e profondamente disomogenea.
Il decreto Caivano ha ampliato le possibilità di intervento custodiale, irrigidito le misure cautelari e trasformato strumenti che prima erano temporanei in passaggi spesso definitivi verso il carcere
Colpisce la sovrarappresentazione dei ragazzi stranieri: sono il 23 per cento delle persone in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni (Ussm), ma il 42 per cento dei collocamenti in comunità e il 46 per cento delle presenze in Ipm. La selezione penale non segue solo la gravità del reato, ma la disponibilità di risorse familiari e sociali.
Eppure il dibattito pubblico racconta altro. Parla di baby gang, di emergenza, di città assediate. È stato costruito un vero e proprio panico morale attorno agli adolescenti e le segnalazioni aumentano anche perché aumenta la paura: comportamenti prima gestiti in ambito educativo diventano materia di denuncia. Qui entra in gioco l’agenda setting: i media non ci dicono cosa pensare, ma su cosa pensare. La ripetizione ossessiva di fatti di cronaca, la loro serializzazione e la densità anomala della cronaca nera nel sistema informativo italiano producono una percezione amplificata del rischio.
Così la “criminalità minorile” diventa il tema, mentre altri indicatori raccontano un disagio più profondo: la fascia di età 14-17 è quella con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti in italia. Sono 1,28 milioni i minori in povertà assoluta, il 13,8 per cento dei minori residenti, e il dato è comunque cresciuto moltissimo negli ultimi anni.
Secondo l’Istat, e in particolare nel “Rapporto Bes 2024 il benessere equo e sostenibile in Italia”, se si guarda all’indice di salute mentale “tra il 2016 e il 2024, il moderato miglioramento generale si differenzia per età: migliora per i più anziani, peggiora tra i più giovani”. E cresce l’uso degli psicofarmaci. Il Rapporto nazionale per il 2024 dell’Agenzia italiana del farmaco evidenzia che l’uso di psicofarmaci nella popolazione pediatrica è sostanzialmente raddoppiato tra il 2016 e il 2024, con la maggiore accelerazione dopo il 2020, da 31,49 confezioni ogni 1000 bambini nel 2020 a 59,3 confezioni ogni 1000 bambini nel 2024 (+88 per cento).
L’uso di psicofarmaci nella popolazione pediatrica è sostanzialmente raddoppiato tra il 2016 e il 2024
Temi complessi, che richiedono discussioni, analisi, tempo e risorse, presa in carico e responsabilità. Tutte cose lunghe e difficili, mentre il risvolto penale è semplice, inefficace a gestire i fenomeni, ma efficace a livello elettorale, con la politica che intercetta e alimenta questa narrazione criminale. L’attenzione mediatica diventa legittimazione per nuove norme, nuovi reati, nuove aggravanti. La sicurezza viene declinata come potere punitivo, non come investimento sociale.
Dentro gli Ipm, intanto, cambia il paradigma. Il modello italiano, a lungo considerato un esempio di “detenzione su piccola scala”, è messo alla prova da sovraffollamento, aumento degli eventi critici, omologazione al sistema per adulti. Le proteste dei ragazzi sono spesso raccontate come rivolte violente, mentre nascono da condizioni di disagio e frustrazione. Si costruiscono nuovi spazi detentivi, si rafforza il controllo, si limitano perfino gli sguardi esterni sulle celle.
Le proteste dei ragazzi sono spesso raccontate come rivolte violente, mentre nascono da condizioni di disagio e frustrazione
Ma resta inevasa la domanda di fondo: cosa sta succedendo alle nuove generazioni? Se davvero si volesse parlare di sicurezza, è da qui che si dovrebbe partire. Dalla povertà educativa, dalla salute mentale, dalla fragilità delle reti territoriali. Perché trasformare il disagio in colpa è la scorciatoia più semplice. E la meno efficace. L’allarme, oggi, non è l’esplosione della criminalità minorile. È la normalizzazione di una risposta penale sempre più ampia, sempre più precoce, sempre più accettata. E il silenzio su tutto il resto.
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