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30 gennaio 2026
Sei pacchetti sicurezza negli ultimi 18 anni, l’ultimo approvato solo nel giugno scorso. Un altro, il settimo, è stato annunciato poche settimane fa dal governo, attraverso due differenti provvedimenti, un disegno di legge e un decreto legge, che interverranno sulla gestione delle migrazioni, dei minori, delle proteste e sulle forze dell’ordine.
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Secondo il Governo, la ragione di questo inasprimento delle regole è “dare risposte rapide ai cittadini”. In realtà, dietro l’ennesima misura emergenziale, non si può che riscontrare assenza di visione e incapacità di anticipare le questioni sociali. E rinunciando a risolvere i problemi alla radice, si producono solo risposte di natura penale e criminalizzante.
Ogni fase politica ha qualche “elemento di disturbo” su cui intervenire con provvedimenti spot e frammentati che introducono forti elementi di repressione, riducono le garanzie, e propagano un’idea di sicurezza sempre più sganciata dallo Stato di diritto
La presentazione dell’ultimo decreto sicurezza è solo l’ultimo atto di mesi di campagna martellante contro borseggiatrici e attivisti, in particolar modo quelli che protestano per l’inattivismo dei governi nel rispondere al riscaldamento globale. Oggi il “nemico pubblico” sono i minori e i cosiddetti “maranza”. Negli anni passati furono le persone rom e chi vive senza fissa dimora.
Ogni fase politica individua qualche “elemento di disturbo” su cui intervenire con provvedimenti spot e frammentati che finiscono per introdurre nuovi e ulteriori elementi di repressione, ridurre le garanzie, propagandando un’idea di sicurezza sempre più sganciata dallo Stato di diritto.
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In tal senso, se sommato al decreto sicurezza approvato definitivamente nel giugno scorso, l’attuale pacchetto si configura come uno degli attacchi più significativi scagliati degli ultimi decenni alla libertà di protesta, al controllo giurisdizionale e all’equilibrio tra i poteri, con un cambio di paradigma profondo. La sicurezza viene sempre più identificata come l’espansione del diritto penale, la compressione delle garanzie e la riduzione degli spazi di dissenso.
Nel disegno di legge emerge un marcato inasprimento delle pene per reati contro il patrimonio. Il furto in abitazione, ad esempio, potrà portare a fino a dieci anni di reclusione, con soglie sanzionatorie paragonabili a quelle previste per delitti di ben altra gravità. Un fatto che stride con altri provvedimenti, come quello sul reato di violenza sessuale: proprio in questi giorni, nel passaggio al Senato è scomparso il riferimento al «consenso». Rispetto al testo passato alla Camera, approvato in maniera trasversale dopo un accordo tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, nel nuovo documento si prevede anche una riduzione della pena per violenza sessuale semplice, che potrebbe essere così punita fino a 10 anni.
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Due provvedimenti, uno contro il patrimonio e uno contro la persona, che corrono in parallelo è che segnalano come le scelte politiche siano dettate da quel populismo penale che rompe il principio di proporzionalità della pena e che appare orientato più a lanciare messaggi simbolici che a incidere realmente sulla sicurezza.
Nel decreto sicurezza emerge un marcato inasprimento delle pene per reati contro il patrimonio, che potrà portare fino a 10 anni di reclusione, pena prevista per delitti di ben altra gravità
Alla stessa logica appartiene la reintroduzione della procedibilità d’ufficio – ossia il modo cui si inizia un procedimento direttamente, senza bisogno di un esposto o di una denuncia – per alcune ipotesi di furto aggravato e l’estensione dell’arresto in flagranza differita, strumenti che ampliano il potere repressivo senza un adeguato rafforzamento delle garanzie.
Particolarmente preoccupante è l’impostazione riservata ai minorenni. Le norme sulla cosiddetta prevenzione della violenza giovanile ampliano l’ammonimento del questore anche a ragazzi tra i dodici e i quattordici anni e introducono sanzioni economiche a carico delle famiglie. Un approccio che riduce fenomeni complessi a una questione di polizia, cancellando qualsiasi investimento educativo, sociale o preventivo. Anche in questo caso non è banale che questo provvedimento arrivi a due anni e mezzo dall’approvazione del decreto Caivano che ha introdotto una serie di norme, rivolte proprio ai minori, con un preoccupante impatto repressivo e criminalizzante.
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Norme che hanno portato a un aumento dei minori reclusi negli Istituti penali per minorenni (Ipm) e che, a giudicare dal contenuto di questo nuovo pacchetto sicurezza, non hanno avuto i risultati sperati. Ma il ricorso al sistema penale, non aiuta mai a risolvere questioni che hanno radici più profonde, come ricorda lo stesso Luigi Ferrajoli, tra i principali giuristi italiani che, parlando di populismo penale, sottolinea come questo consista «nell’uso demagogico e congiunturale del diritto penale diretto ad alimentare la paura con misure tanto anti-garantiste quanto inefficaci alla prevenzione della criminalità». Insomma, di un diritto piegato alle emozioni, che però non ha effetti deterrenti reali.
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Un’impostazione analoga si ritrova nella parte dedicata all’immigrazione, su cui negli ultimi anni il governo è già intervenuto con numerosi provvedimenti. Il pacchetto prevede, tra le altre misure, la possibilità di un’interdizione temporanea delle acque territoriali decisa dal Governo in caso di “pressione migratoria eccezionale”, con il conseguente trasferimento delle persone soccorse verso Paesi terzi. Si tratta di una misura che incide su principi cardine del diritto internazionale del mare, a partire dall’obbligo di soccorso, e che riduce drasticamente il ruolo del controllo giurisdizionale, concentrando la decisione in capo all’Esecutivo. Un’impostazione che richiama le politiche di esternalizzazione delle frontiere e che rischia di produrre nuovi vuoti di tutela per chi cerca protezione, ricordando che il prossimo 12 giugno entrerà in vigore anche il nuovo Patto di migrazione e asilo votato l’anno scorso dall’Unione europea.
Il decreto legge interviene anche sui Centri di permanenza per il rimpatrio, delegando al Governo la regolamentazione della vita interna
Il decreto legge interviene anche sui Centri di permanenza per il rimpatrio, delegando al Governo la regolamentazione della vita interna. Il rischio concreto è la cristallizzazione di regimi di trattenimento peggiorativi rispetto a quelli carcerari, in contrasto con i principi affermati dalla Corte costituzionale e più volte richiamati dalla giurisprudenza europea. Oltre ad una normalizzazione di una detenzione, che allo stato attuale può durare fino ad un anno e mezzo, per persone che non hanno commesso alcun reato, violando una semplice disposizione amministrativa.
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Inoltre, grave risulterebbe l’abrogazione della norma che garantisce il gratuito patrocinio – senza verifica reddituale – nella fase giurisdizionale di impugnazione del provvedimento di espulsione del cittadino di Paesi extra-UE. Per queste persone la verifica delle condizioni reddituali è spesso impossibile nella pratica (ad esempio in caso di guerre o di fughe da paesi con dittature violente e repressive) o comunque non tempestiva. E questo porterebbe di fatto all’impossibilità di accedere al gratuito patrocinio, limitando in maniera definitiva ogni possibile tutela giurisdizionale.
Uno degli assi centrali del pacchetto sicurezza riguarda la libertà di manifestazione, che era argomento centrale anche nel decreto del giugno scorso. Vengono introdotte perquisizioni straordinarie e la possibilità di trattenere fino a dodici ore persone ritenute “pericolose” per il pacifico svolgimento di una manifestazione, senza un immediato controllo dell’autorità giudiziaria.
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Si rafforzano inoltre strumenti amministrativi come il divieto di accesso a determinate aree urbane e si introducono sanzioni pecuniarie elevatissime per violazioni legate all’organizzazione o allo svolgimento delle riunioni pubbliche. In alcuni casi, il semplice mancato rispetto di prescrizioni formali può comportare multe fino a 20mila euro.
Questo pacchetto di misure richiama le normative emergenziali adottate negli anni Settanta per fronteggiare il terrorismo, superandole però per sistematicità e per normalizzazione dell’eccezione
Un insieme di misure che, per ampiezza e invasività, richiama le normative emergenziali adottate negli anni Settanta per fronteggiare il terrorismo, superandole però per sistematicità e per normalizzazione dell’eccezione. Allora si parlava esplicitamente di emergenza; oggi, invece, limitazioni analoghe vengono presentate come strumenti ordinari di governo dell’ordine pubblico, incidendo direttamente su un diritto costituzionale come quello di riunione e di protesta.
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Il precedente decreto sicurezza, oltre ad essere stato denunciato da numerose organizzazioni della società civile, con Antigone che parlò del "più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana", portò alcune istituzioni internazionali, tra queste l’Osce, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e sei Special rapporteurs delle Nazioni unite, ad esprimere forte preoccupazione per la tenuta dello Stato di diritto in Italia. Con questo nuovo pacchetto si fa un ulteriore passo in avanti.
Un altro elemento critico riguarda il rapporto tra forze di polizia e magistratura. Il disegno di legge prevede che, in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi, il pubblico ministero possa non iscrivere la notizia di reato. Una scelta che limita l’obbligatorietà dell’azione penale, rischiando di indebolire i meccanismi di accertamento e responsabilità. Ma non solo. Potrebbe portare a un aumento dell’uso di armi da fuoco, anche in situazioni che non ne richiederebbero la necessità, come già vediamo accadere ad esempio negli Stati Uniti, dove proprio quel principio non esiste.
Nel loro insieme, queste norme contribuiscono a costruire una figura di agente sostanzialmente sottratto al controllo giudiziario, alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato
Nel loro insieme, queste norme contribuiscono a costruire una figura di agente sostanzialmente sottratto al controllo giudiziario, alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Un passaggio non marginale, perché incide su uno dei pilastri della democrazia costituzionale: l’obbligatorietà dell’azione penale è una garanzia per i cittadini, non un ostacolo all’azione di polizia.
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Questo pacchetto sicurezza non aumenta la sicurezza dei cittadini ma riduce le garanzie, indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali.
Le norme sono state presentate come risposta a fenomeni complessi come il disagio sociale, la migrazione o la criminalità diffusa. Eppure, nonostante l’accumulo di leggi e l’inasprimento delle pene, la promessa di una maggiore sicurezza continua a essere rilanciata ciclicamente, segno evidente di un approccio che, delle due l’una, o fatica a produrre risultati concreti oppure continua ad essere usato a livello propagandistico, senza riscontri oggettivi (al di là delle cronache di alcuni media).
Questo pacchetto sicurezza non aumenta la sicurezza dei cittadini ma riduce le garanzie, indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali
La sensazione è che la risposta a fenomeni sociali complessi sia ripetitiva e inefficace: più reati, più pene, meno diritti. Una scorciatoia politica che rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: meno fiducia nelle istituzioni e uno Stato di diritto sempre più fragile.
Per questo il Governo dovrebbe fermarsi. Sulla sicurezza non si può legiferare con provvedimenti di urgenza, perché è un tema che richiede visioni ampie, preventive, che non abbiano tanto a che fare con il solo sistema penale, ma che rilancino politiche che guardano al sistema educativo, allo stato sociale e al supporto alle fasce più deboli e marginali. Rinunciando ad inseguire le notizie e cavalcare la propaganda del momento.
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