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Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

29 agosto 2025
Il 22 luglio il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha presentato un nuovo “piano carceri”. Al centro, la costruzione di migliaia di posti detentivi, la promessa di rafforzare le misure per le persone tossicodipendenti e un rilancio delle alternative al carcere. Ma quanto c’è di nuovo in queste misure? E soprattutto: quanto sono realistiche? A guardare la situazione come si presenta davvero, più che a un piano siamo davanti a un déjà-vu di cose già viste e già fallite.
Partiamo da un dato, fondamentale per capire l’urgenza e la necessità di interventi strutturali sul sistema penitenziario italiano. A fine luglio 2025, nelle carceri del nostro Paese erano presenti 62.569 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.276 posti. Se si sottraggono quelli non disponibili per lavori o inagibilità (oltre 4.500), i posti effettivi scendono ulteriormente e il tasso di affollamento nazionale raggiunge il 133,6 per cento.
In 62 istituti il sovraffollamento superava il 150 per cento, con punte del 236 per cento al femminile di San Vittore e del 214 per cento a Foggia
In 62 istituti il sovraffollamento superava il 150 per cento, con punte del 236 per cento al femminile di San Vittore e del 214 per cento a Foggia. Nell’ultimo anno, mentre i detenuti sono aumentati di oltre 1.200 unità, i posti effettivi si sono ridotti di quasi 400.
Numeri impietosi che il governo vuole affrontare con questo nuovo piano carceri che il Ministro Nordio ha annunciato come risolutivo. Salvo aver detto questa cosa anche un anno prima quando, nel luglio 2024, venne approvato il “decreto carceri”. I risultati li raccontano i numeri, quelli che ci dicono che al 30 giugno 2024 le persone detenute erano 61.480 e, al 30 giugno 2025, 62.728, con un aumento di 1.248 unità.
Uno dei punti più reclamizzati del piano Nordio riguarda l’introduzione della detenzione domiciliare in comunità terapeutiche per tossicodipendenti con un residuo pena fino a otto anni. Ma anche qui il fact checking è impietoso.
L’ordinamento già prevede l’affidamento in prova fino a sei anni, misura più aperta e meno contenitiva. In realtà, le carceri italiane sono piene di persone tossicodipendenti con pene molto più basse, che restano escluse da percorsi alternativi. Allargare di due anni la soglia non cambierà i numeri e rischia anzi di sostituire misure di comunità con misure, come la detenzione domiciliare, decisamente più restrittive. Dunque il rischio è che questa misura riduca, anziché ampliare, la platea di chi già poteva accedere a forme di detenzione alternativa a quella in carcere.
Molta ideologia e poca analisi nella relazione del governo sulle politiche antidroga
Al netto di questo c’è poi il nodo dei tempi, considerando che nel decreto carceri del luglio 2024 si prevedeva l’istituzione presso il Ministero della giustizia di un elenco delle strutture residenziali idonee all'accoglienza e al reinserimento sociale, da adottare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione che, oltre un anno dopo, non è stato ancora adottato.
Quanto tempo ci vorrà a individuare le comunità terapeutiche attrezzate per accogliere le persone detenute, mentre il sovraffollamento corre? Ma, ancor più e ancor prima, quanto tempo ci vorrà affinché il disegno di legge promesso da Nordio il 22 luglio diventi legge?
Ci sono due domande su questo tema su cui servono risposte chiare. Quanto tempo ci vorrà a individuare le comunità terapeutiche attrezzate per accogliere le persone detenute, mentre il sovraffollamento corre? Ma, ancor più e ancor prima, quanto tempo ci vorrà affinché il disegno di legge promesso da Nordio il 22 luglio diventi legge? Va infatti considerato che una proposta alla Camera dei Deputati è stata presentata il 5 agosto (a prima firma della deputata di Fratelli d’Italia Chiara Colosimo) ma, secondo il sito della Camera, la stessa proposta non è stata ancora assegnata alla Commissione parlamentare competente (che sarà con ogni probabilità quella Giustizia). Dunque, tempi che sicuramente non saranno brevi.
Ma quel decreto dello scorso anno non è rimasto lettera morta solo per le misure di riduzione del sovraffollamento, quanto anche per provvedimenti più rapidi che, nella conferenza stampa di un mese fa, il Ministro della Giustizia ha di nuovo citato come innovazioni che verranno. Il provvedimento dell’anno scorso prevedeva l’aumento delle telefonate per le persone detenute. Cosa che ancora non si è concretizzata, lasciando a chi è in carcere un tempo massimo di dieci minuti a settimana per coltivare le proprie relazioni familiari al telefono.
Il capitolo edilizia è il cuore del piano Nordio. Nel 2024 il governo aveva nominato un commissario straordinario per realizzare 7.000 nuovi posti entro la fine del 2025. A un anno di distanza, i posti ufficiali sono cresciuti di appena 42, mentre quelli realmente disponibili sono calati, al netto di celle o sezioni chiuse. Mancano dunque 4 mesi per creare i 6.958 nuovi posti previsti. Questo nonostante alcuni interventi fossero finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e vanno completati entro il secondo trimestre 2026 per non perdere i fondi. Proprio su questo, nel suo monitoraggio periodico sui fondi del Pnrr, la Corte dei Conti ha confermato i ritardi: al 30 giugno 2025 oltre il 90 per cento dei lavori previsti negli istituti penitenziari risultava in forte ritardo o non avviato.
Nel suo monitoraggio periodico sui fondi del Pnrr, la Corte dei Conti ha confermato i ritardi: al 30 giugno 2025 oltre il 90 per cento dei lavori previsti negli istituti penitenziari risultava in forte ritardo o non avviato
Il caso simbolo dei fallimenti dell’edilizia penitenziaria è quello del nuovo carcere di San Vito al Tagliamento, in Friuli-Venezia Giulia. Annunciato come uno dei cantieri strategici nel piano presentato da Nordio, anche in questo caso appare un deja-vù. Di questo istituto si parla infatti fin dalla legge n. 388 del 2000 con i quali furono individuate 22 nuove carceri da realizzare. Tra queste, quella di San Vito al Tagliamento, rimasto fermo tra ricorsi, lungaggini burocratiche e mancanza di esecuzione. Una parabola che ricorda da vicino i fallimenti dei piani edilizi del passato: dal maxi-piano del governo Berlusconi al progetto Bonafede, tutti arenati tra promesse e realtà.
Carceri sovraffollate, la soluzione del governo: più celle nei prefabbricati
A preoccupare, rispetto al piano di edilizia, è poi il fatto che molti dei posti promessi saranno recuperati attraverso l’utilizzo di prefabbricati, da collocarsi all’interno di carceri già esistenti. Questo significherà, da una parte, togliere spazi attualmente utilizzati per altro e, dall’altra, nel prevedere che la pena venga scontata in strutture non adeguate, guardando solo all’aspetto contenitivo e non a quello del reinserimento sociale.
Inoltre, proprio rispetto a questi container, è notizia di pochi giorni fa - come riportaAltreconomia - che la gara bandita nello scorso mese di marzo da Invitalia, dal valore di oltre 32 milioni per la costruzioni di 16 moduli prefabbricati, è da rifare. Il motivo è che i fondi inizialmente previsti non sono sufficienti. Ci vogliono almeno 45,6 milioni di euro per la base d’asta.
Se il problema è il sovraffollamento, i numeri mostrano che la vera leva non è costruire nuove carceri ma rafforzare le misure alternative. Oggi quasi 24mila persone detenute hanno una pena residua sotto i tre anni e sarebbero potenziali beneficiari. Eppure, i percorsi di affidamento e detenzione domiciliare restano sottoutilizzati.
Intanto i suicidi in cella sono arrivati già a quota 58 dall’inizio dell’anno, 19 da inizio luglio
Anche l’annunciata task force sulle misure alternative, che dovrebbe partire solo a settembre, rischia di essere un’altra scatola vuota, dilatando i tempi fino a data da destinarsi.
In dodici mesi le carceri italiane hanno visto crescere le persone detenute e diminuire i posti disponibili. Intanto i suicidi in cella sono arrivati già a quota 58 dall’inizio dell’anno, e le condizioni di vita, specie d’estate, sono insostenibili: celle sovraffollate, acqua corrente intermittente, caldo torrido. Non è un caso che, proprio in questo periodo (come avevamo già raccontato), si registrino storicamente picchi di suicidi: da inizio luglio a oggi ben 19.
Di fronte a questa realtà, il piano Nordio sembra più un’operazione ideologica che una strategia di riforma. Le carceri italiane non hanno bisogno di nuove promesse, ma di scelte politiche coraggiose: limitare davvero l’uso della detenzione, investire nelle misure alternative e garantire condizioni dignitose a chi oggi sconta una pena.
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