
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero



28 maggio 2026
È un'udienza storica quella che, dal 19 al 21 maggio, ha visto sedere di fronte ai giudici della Corte penale internazionale (Cpi) Khaled Mohamed Ali El Hishri, conosciuto come Al Buti, il generale libico che insieme a Osama Almasri e altri ufficiali gestiva la prigione di Mitiga, nota per le violenze sui migranti: è il primo imputato a comparire all'Aia da quando, nel 2011, il tribunale internazionale ha avviato le indagini per crimini di guerra e contro l'umanità commessi nel Paese nordafricano dopo la caduta di Muammar Gheddafi.
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Su El Hishri pesano 17 capi d'accusa, tra cui tortura, omicidio e tentato omicidio, stupro, violenza sessuale, riduzione in schiavitù, trattamenti inumani e degradanti. Per questo le autorità tedesche lo avevano arrestato a Berlino lo scorso luglio e consegnato alla Cpi il dicembre successivo.
"L'Italia sta diventando un Paese senza legge, che agisce al di fuori del diritto", dice Lam Magok, 32enne sudsudanese che ha subìto e documentato le torture di Mitiga
Lo stesso avrebbe potuto e dovuto fare l'Italia con il collega Najeem Osema Habish, detto Almasri, che invece è stato riportato in Libia su un volo di Stato il 21 gennaio 2025 dopo essere stato fermato a Torino proprio su richiesta della Corte. "L'Italia sta diventando un Paese senza legge, che agisce al di fuori del diritto", dice Lam Magok, 32enne sudsudanese che ha subìto e documentato le torture di Mitiga. Oggi ha trovato asilo nel nostro Paese ed è attivo nell'associazione Refugees in Libya. Lo intervistiamo al rientro dall'Aia, dove ha seguito le udienze di Al Buti.
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Lam Magok, perché questo processo è così importante?
Non solo è la prima volta che un responsabile dei crimini contro i rifugiati in Libia compare sul banco degli imputati, ma è anche la prima volta che le vittime vengono ascoltate e riconosciute pubblicamente e dal punto di vista legale. Le nostre testimonianze sono citate nelle carte delle accuse. Ora speriamo segni la fine del silenzio e dell'impunità che finora hanno protetto questi criminali. Non si tratta di un solo individuo, ma di un intero sistema.
Lei conosce bene la prigione di Mitiga: come ci è finito e cosa ha subito lì dentro?

Sono scappato dal Sud Sudan nel 2017 a causa della guerra civile. Sono finito in Egitto, poi da lì in Libia a piedi. Ho provato a partire in barca verso l'Europa, ma sono stato più volte fermato, riportato a terra, detenuto e costretto a lavorare. Sono stato sia nel carcere di Al Jadida, a Tripoli, che era diretto da Almasri, che nel famigerato centro di detenzione di Mitiga. L'ultima detenzione risale al 2020, dopo un tentativo di fuga. Ricordo le torture: venivamo frustrati con cavi elettrici o colpiti con bastoni e armi alle gambe. Si mangiava una volta al giorno e l'acqua da bere era salata. Le stanze erano sottoterra, eravamo settanta-ottanta persone stipate in ognuna: sudanesi, nigeriani, etiopi, somali, pakistani, anche libici. Non c'era spazio sufficiente per stendersi, per cui cercavamo di dormire in piedi. Hanno provato a convincerci a chiamare le nostre famiglie per far mandare soldi. Dicevano: "O pagate o restate qui per sempre".
Ricorda El Hishri e Almasri?
El Hishri l'ho visto solo una volta. Almasri più spesso: partecipava personalmente alle torture, mi ha picchiato con un bastone.
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Cosa ha pensato quando l'ha visto rientrare su un volo di Stato italiano in Libia?
Mi ha fatto male. Ho pensato: come può uno Stato essere così ingiusto? Lasciare in libertà chi ha torturato migliaia di persone innocenti? Questa scelta ha reso evidente che c'è un'intesa tra il governo italiano e le milizie libiche. Anche Almasri doveva essere sul banco degli imputati all'Aia: la sua assenza è un ostacolo nel percorso verso la giustizia per le vittime dei crimini in Libia.
Chi altro manca all'appello?
Anche l'Italia e l'Unione europea dovrebbero essere messe sotto indagine e rendere conto: le torture in Libia sono conseguenze dirette delle loro politiche migratorie. Sostengono i centri di detenzione e la cosiddetta "guardia costiera libica", che usa violenza e mette in pericolo i rifugiati invece che proteggerli.
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Come abbiamo raccontato nell'ultima inchiesta, Italia e Unione europea sostengono anche programmi per il cosiddetto "rimpatrio volontario" dei migranti bloccati in Libia. Sono realmente volontari?
Niente affatto. Questa opzione viene proposta a chi si trova nei centri di detenzione o comunque non ha alcuna possibilità di restare in Libia in libertà e in sicurezza. Gli si dice: "O te ne vai o stai qui per sempre". Non c'è possibilità di obiettare. Chi accetta lo fa solo per sottrarsi alle torture e finisce per tornare nelle stesse situazioni di guerra, violenza e insicurezza da cui era fuggito.
"Voglio essere chiaro: non lotto per me, ma per le migliaia di migranti e rifugiati che hanno sofferto e continuano a soffrire in Libia"
Due settimane fa, la Corte costituzionale italiana ha respinto la sua richiesta di intervenire nel giudizio sulla legittimità della legge che stabilisce le modalità di cooperazione tra Roma e la Cpi. Cosa ne pensa?
È un peccato: la Corte ha perso un'occasione per dare ascolto e giustizia alle vittime di Almasri. Voglio essere chiaro: non lotto per me, ma per le migliaia di migranti e rifugiati che hanno sofferto e continuano a soffrire in Libia. Spero comunque che l'Italia sia ritenuta responsabile per la mancata cooperazione con la Corte e vengano presi provvedimenti: dice di rispettare il diritto internazionale, ma agisce al di fuori. Sta diventando uno Stato senza legge in Europa.
Tornando al caso El Hishri, i giudici dell'Aia ora dovranno decidere se confermare le accuse e rinviarlo a giudizio o meno. Cosa si aspetta?
Spero vivamente che venga processato e condannato. Altrimenti, a cosa servirebbe la Corte penale internazionale? E chi dovrebbe rendere conto dei crimini contro migranti e rifugiati in Libia?
"Serve che l'Europa interrompa gli accordi con le autorità libiche, smetta di finanziarle e sostenerle, chieda conto di quello che succede nei centri di detenzione e pensi a soluzioni che proteggano i rifugiati"
Basterebbe una condanna a mettere fine alla detenzione arbitraria e alle torture?
No, ma sarebbe un passo importante. Serve che l'Europa interrompa gli accordi con le autorità libiche, smetta di finanziarle e sostenerle, chieda conto di quello che succede nei centri di detenzione e pensi a soluzioni che proteggano i rifugiati come prevedono le convenzioni internazionali, invece che metterli in pericolo. E spero che la Corte di giustizia dell'Unione europea avvi un'indagine sul coinvolgimento dell'Ue in tutto questo.
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