
Strage di caporalato in Calabria: non chiamiamola tragedia



13 giugno 2026
"Mio caro amico", disse, "qui sono nato
e in questa strada ora lascio il mio cuore.
Ma come fai a non capire?
È una fortuna per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro io respiro il cemento.
Ma verrà un giorno che ritornerò ancora qui
E sentirò l'amico treno che fischia così: uao, uao."
(Il ragazzo della via Gluck - Adriano Celentano)
Il balcone della casa in cui vivo affaccia su un piccolo parco come ce ne sono tanti nella periferia romana: una rotonda di cemento che sembra una pista di pattinaggio extralarge, uno spicchio di arena a gradoni, lembi di prato con l’erba incolta, poche giostrine solitarie, vialetti grigi accidentati da cocci di vetro e dalle cacche dei tanti cani che popolano la zona. Il quartiere è Tor Bella Monaca, su cui però non spenderò parole, sia perché la sua fama lo precede, sia perché non è rilevante ai fini del discorso che questa newsletter vuole affrontare. Potrei infatti abitare in qualsiasi altra borgata, di Roma o di qualche altra città, e probabilmente ciò che vedrei dalla finestra sarebbe identico nella sua essenza.
Ma torniamo al Parco della Pace (si chiama così quello sgangherato parchetto!). Durante i pomeriggi e le sere d’estate, la rotonda di cemento diventa un improvvisato centro sportivo polivalente: pista da skateboard, campo da cricket, campo da pallavolo. Adolescenti di ogni forma e fattezze sudano per ore sotto il sole o cercano sollievo nel leggero venticello che si alza dopo il tramonto. Vanno avanti fino a notte fonda. Nella polvere e negli sputi, come scriveva Antonio Cederna su Il Mondo, nel 1963, in un articolo intitolato "Bambini in gabbia: considerazioni di un padre". Nel pezzo, il giornalista raccontava le proprie difficoltà di papà che la domenica desiderava far passare ai propri figli qualche ora all’aria aperta, ma si trovava a fare i conti con una Roma respingente, una città “inumana, inabitabile, omicida; espressione topografica dell’incultura pubblica e della rapina privata, perenne smentita alle norme elementari dell’urbanistica moderna”.
"Crescere bambini metropolitani è una delle imprese più ardue e contraddittorie, perché le grandi città sono costruite contro di loro"Elena Granata
Parole dure, di un uomo e di un professionista che ha condotto una lunga battaglia per una città pubblica a misura di bambino, più umana e sostenibile. E viene da ridere amaramente a pensare che, più di sessanta anni dopo, in molti contesti (soprattutto periferici), la situazione è cambiata poco: ragazzi e ragazza sono costretti a ritagliarsi spazi di gioco in luoghi inospitali, contendendoli all’abbandono e all’incuria istituzionale.
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