
Lo smartphone ci isola e ruba la capacità di stare soli



28 agosto 2026
La notte tra il 2 e il 3 agosto, a Senigallia, una persona di 35 anni è morta dopo una lunga fuga in auto. L’uomo, Oleksandr Muravskyi, era stato inseguito dalle forze dell’ordine dopo una serie di manovre pericolose e, una volta sceso dall’auto, aveva tentato di fuggire a piedi. Durante il tentativo di fermarlo i militari hanno usato anche il taser, una pistola elettrica che utilizza una scarica di corrente per bloccare temporaneamente i muscoli di una persona. Poco dopo, durante il trasporto in ospedale, l’uomo è morto per un arresto cardiaco.
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L’autopsia, disposta dalla procura di Ancona, non ha evidenziato traumi interni tali da spiegare il decesso, mentre restano ancora da conoscere gli esiti definitivi degli accertamenti autoptici e tossicologici. Nel frattempo, gli inquirenti stanno verificando anche il funzionamento del taser che, secondo le prime ricostruzioni, sembra non aver immobilizzato l’uomo.
A oggi non possiamo dire che l’uomo sia morto a causa della pistola a impulsi elettrici o se abbia avuto un effetto di concausa, ma sappiamo che il suo caso si inserisce in una sequenza di episodi che rende necessario interrogarsi su quanto sia realmente sicuro questo strumento e, soprattutto, su come venga utilizzato.
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Negli ultimi anni, il taser è entrato nella strumentazione delle forze dell’ordine italiane per offrire un’alternativa all’arma da fuoco, dovendo essere capace di immobilizzare una persona senza provocare gli stessi rischi di una pistola. Tuttavia, associazioni come Antigone e Amnesty International avevano da subito lanciato un allarme sulla potenziale letalità del taser: secondo un’inchiesta indipendente della Reuters, era collegato a oltre mille decessi in Nord America in poco meno di 20 anni.
In certi casi, l'utilizzo del taser diventa problematico: da un lato, può essere considerato un’arma che nel proprio uso corretto non è in alcun modo letale; dall’altra è diverso avere a che fare con uno strumento “meno letale”, senza sapere bene esattamente se e quando può esserlo
In certi casi, il suo utilizzo diventa problematico. Se da un lato, infatti, può essere considerato un’arma che nel proprio uso corretto non è in alcun modo letale, dall’altra è diverso avere a che fare con uno strumento “meno letale”, senza sapere bene esattamente se e quando può esserlo.
Non è una differenza di poco conto, se pensiamo alle dotazioni delle forze dell’ordine. Il cosiddetto manganello, infatti, utilizzato in modo proprio non porta alla morte della persona. La pistola, invece, può avere una conseguenza mortale e per questo sono previste regole di ingaggio molto stringenti. Mentre non è dato sapere quale effetto avrà il taser al momento dell’utilizzo. Ciò che sappiamo è che il dispositivo non è privo di rischi.
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Il rapporto di Antigone Taser in Italia. Storia, controversie e zone d’ombra della pistola a impulsi elettriciricostruisce proprio questa evoluzione. Presentato come strumento sostanzialmente sicuro, il taser ha incontrato negli anni numerose contestazioni legate ai possibili effetti sulla salute, agli utilizzi impropri e alla difficoltà di stabilire il rapporto tra scarica elettrica e successivi eventi cardiaci.
Il problema diventa dunque che cosa accade quando un mezzo coercitivo appare meno pericoloso e per questo cresce la soglia di accettabilità del suo impegno e viene impegnato in un numero maggiore di situazioni.
Il percorso italiano per far entrare il taser tra la strumentazione a disposizione delle forze dell’ordine è iniziato nel 2014, quando la pistola elettrica è stata inserita nella legislazione attraverso il decreto sulla sicurezza negli stadi.
La sperimentazione è partita nel 2018, mentre dal marzo 2022 il dispositivo è entrato nelle dotazioni ordinarie di polizia di Stato, carabinieri e guardia di finanza. Dal 2025 poi, grazie a ulteriori modifiche normative, la sperimentazione del taser avviata anche per la polizia locale viene potenzialmente resa accessibile a tutti i comuni, senza più il limite demografico che era stato previsto inizialmente.
Il percorso italiano per far entrare il taser tra la strumentazione a disposizione delle forze dell’ordine è iniziato nel 2014, quando la pistola elettrica è stata inserita nella legislazione attraverso il decreto sulla sicurezza negli stadi
Secondo un’inchiesta di Altreconomia, tra marzo 2022 e febbraio 2026 la polizia ha fatto ricorso allo sparo dei dardi in oltre mille occasioni. Il dato segnala una crescita dell’utilizzo, ma mette anche in evidenza uno dei principali limiti. Non esiste infatti un registro nazionale pubblico e completo che permetta di sapere con precisione quando il taser viene utilizzato, in quali circostanze, per quanto tempo, contro chi e con quali conseguenze sanitarie. In questo contesto è quindi difficile valutare il rapporto tra benefici e rischi.
Dietro i rischi del taser, segnalato già da inchieste e studi, c’è poi il fatto che sia impossibile per l’operatore conoscere lo stato di salute generale e momentaneo della persona su cui viene utilizzato: se esistono patologie cardiache pregresse, se sono in stato di agitazione o sotto effetto di sostanze, in una situazione di crisi psichica.
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Il rapporto di Antigone ricostruisce almeno otto decessi avvenuti in Italia dopo l’utilizzo del taser dalla sua introduzione ordinaria nel 2022 (un numero dal quale era escluso l’ultimo caso di Sinigallia). Quattro si sono verificati in soli due mesi, tra agosto e ottobre 2025. In alcuni casi le autopsie hanno escluso un ruolo causale della scarica, mentre in altri il quadro è risultato più complesso.
La morte di Elton Bani ricorda che eventi multifattoriali fatti da stress fisico intenso, sostanze, patologie preesistenti, colluttazione, contenzione, se abbinati alla scarica elettrica possano concorrere alla morte di una persona
Particolarmente significativo è il caso di Elton Bani, morto a Genova nell’agosto 2025. Una perizia medico-legale ha ricondotto il decesso a un arresto cardiocircolatorio acuto in un quadro multifattoriale caratterizzato da intossicazione acuta da cocaina e da stimolazione elettrica ripetuta. Si tratta del primo caso italiano in cui una perizia medico-legale attribuisce almeno parzialmente un decesso all’uso del taser.
Una morte per la quale sono in corso le indagini e due agenti sono accusati di omicidio colposo, a cui si è aggiunta anche l’accusa di falso in merito a quanto riportato nelle relazioni di servizio, differente da quanto dichiarato da alcuni testimoni.
Proprio il caso di Genova focalizza l’attenzione sul punto principale attorno al quale dovrebbe ruotare il discorso pubblico sulla pistola elettrica, cioè il fatto che eventi multifattoriali legati a stress fisico intenso, sostanze, patologie preesistenti, colluttazione, contenzione, se abbinati alla scarica elettrica, possano concorrere alla morte di una persona.
C’è poi una questione che riguarda non soltanto la medicina, ma il modo in cui lo Stato esercita la forza. Il taser dovrebbe essere uno strumento utilizzato quando necessario e proporzionato alla minaccia. Le linee guida prevedono una progressione: avvertimento, estrazione, eventuali segnali dissuasivi e, solo successivamente, lancio dei dardi. Se il primo impulso non funziona, è possibile reiterarlo. Ma, nel reiterare la scarica, è fondamentale una valutazione della situazione concreta.
Le linee guida prevedono una progressione: avvertimento, estrazione, eventuali segnali dissuasivi e, solo successivamente, lancio dei dardi
Un recente rapporto di StraLi, Il taser in Italia: uso della forza, rischi sanitari e diritti fondamentali, insiste sull’aspetto della proporzionalità. Questa non può essere considerata una questione puramente formale, ma deve tenere conto della gravità della minaccia, dell’esistenza di alternative meno lesive e delle condizioni di vulnerabilità della persona coinvolta. Anche la gestione successiva all’utilizzo, dalla capacità di riconoscere segnali di sofferenza alle procedure di primo soccorso, fa parte della valutazione complessiva dell’intervento.
In questo senso il taser non può diventare la risposta automatica a una persona che non collabora o che si trova in uno stato di alterazione. E qui si torna ai dati ottenuti da Altreconomia che testimoniano come, nel corso degli anni, oltre ad aumentare l’utilizzo di questo strumento, questo sia cresciuto in termini percentuali anche rispetto al numero di estrazioni.
Nel 2025 circa il 70 per cento degli interventi con il taser si è concluso con lo sparo effettivo dei dardi e la conseguente scarica elettrica, riducendo drasticamente l'uso dell'arma a fini puramente dissuasivi. Una normalizzazione preoccupante, al netto degli effetti negativi potenziali dell’arma e di quanto poco ne sappiamo.
Il caso di Senigallia da cui siamo partiti e di cui si attendono gli esiti medico-legali completi, ci consente di porre una domanda generale: quanto siamo in grado di valutare il rischio del taser in Italia? La risposta ad oggi è: poco.
Quanto siamo in grado di valutare il rischio del taser in Italia?
Per questo Antigone ha chiesto l’istituzione di una commissione scientifica indipendente, un registro nazionale obbligatorio di tutte le attivazioni, regole di ingaggio chiare e uniformi e una formazione adeguata degli operatori. Chiedendo, nel frattempo, che il dispositivo non venga esteso alla polizia locale e che non venga introdotto negli istituti penitenziari.
C’è bisogno innanzitutto di rispondere ad alcune domande: in quali condizioni il suo utilizzo è necessario, proporzionato e sufficientemente sicuro, e quali garanzie abbiamo per verificarlo?
Conoscere i rischi reali legati a quest’arma è fondamentale in uno Stato di diritto che proprio in quanto tale ha scelto di porre dei limiti all’uso della forza. La possibilità che una persona, che in quel momento non rappresenta un rischio per la vita degli agenti intervenuti, possa morire per l’utilizzo del Taser rappresenta un vulnus che non può trovare giustificazioni. Per questo è fondamentale avere dati certi, chiari, trasparenti su quest’arma e i suoi effetti.
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