
La solitudine non rende liberi di condividere



20 agosto 2026
C’è una solitudine che si nota subito: quella delle valigie. E ce n’è un’altra, più silenziosa, che arriva dopo, quando le valigie sono già vuote negli armadi e tu sei ancora lì, fermo, a chiederti dove sia finita la vita che conoscevi. In quasi quindici anni, da quando ho lasciato il Ghana per studiare teologia a Padova, ho imparato a riconoscere entrambe. Questo articolo non è un trattato sulla solitudine, è un racconto semplice di un’esperienza che ha attraversato tre volte la stessa frontiera interiore: partire, ricominciare, restare. Oggi, in una periferia di Torino, provo a trasformare quella stessa frontiera in una porta aperta agli altri.
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Avevo poco più di trent’anni quando sono arrivato in Italia per il seminario. Venivo dal Ghana, da una comunità francescana viva, calorosa, dove la fraternità si misurava anche nel rumore: nelle voci sovrapposte a tavola, nei canti che non avevano bisogno di essere annunciati, nelle porte delle celle quasi sempre aperte. A Padova ho trovato un altro mondo. Non ostile, anzi, accolto con rispetto e curiosità dai confratelli italiani, ma diverso nei ritmi, nel modo di stare insieme, persino nel silenzio, che lì sembrava avere un peso e un valore che io non sapevo ancora leggere.
La prima solitudine che ho conosciuto, dunque, non era l’assenza di persone ma di un codice condiviso
La prima solitudine che ho conosciuto, dunque, non era l’assenza di persone ma di un codice condiviso. Capivo le parole, ma non sempre i sottintesi. Conoscevo la liturgia, ma non sempre le sue sfumature locali. Per mesi mi sono sentito un po' come un attore che recita un copione tradotto, corretto grammaticalmente ma per un orecchio italiano privo di alcune inflessioni naturali. Eppure proprio lì, tra il 2012 e il 2016, ho imparato qualcosa che mi sarebbe servito per tutta la vita: la solitudine, se non viene negata né subita passivamente, può diventare uno spazio di ascolto. Ho cominciato a guardare i miei confratelli italiani non come uno specchio in cui cercare conferme, ma come maestri di un’altra grammatica dell’umano.
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Tornato in Ghana, dopo l’ordinazione, mi aspettavo di ritrovare semplicemente casa. E in parte è stato così: gli abbracci, i colori, la lingua materna che torna sulle labbra come acqua dopo la sete. Ma presto ho scoperto una seconda forma di solitudine, meno raccontata e forse più difficile da spiegare: quella di chi è partito uguale agli altri e torna leggermente diverso. Quattro anni in Italia mi avevano cambiato i ritmi interiori, le domande, persino certi silenzi. I miei confratelli ghanesi mi hanno accolto con affetto, ma a volte percepivo la distanza sottile di chi pensa: "Tu sei stato altrove, ora vedi le cose con altri occhi".
Ho scoperto una seconda forma di solitudine: quella di chi è partito uguale agli altri e torna leggermente diverso
È in quegli anni che sono stato incaricato come direttore del Catholic Messenger, la rivista francescana per la Chiesa locale. Il lavoro editoriale, per quanto possa sembrare un dettaglio tecnico, è stato in realtà la mia prima vera medicina contro l’isolamento: scrivere per altri, raccogliere le voci della gente, dare forma alle storie di una comunità intera, mi ha costretto a uscire dal mio piccolo mondo interiore e a mettermi in ascolto su una scala più ampia. Ho capito allora un principio che avrei ritrovato più tardi a Torino: la solitudine si attraversa raramente da soli. Si attraversa mettendosi al servizio di una comunità più grande di sé.
La periferia a due passi dal centro di Torino
Sei anni dopo, una nuova partenza: l’Italia mi richiamava, questa volta non per studiare ma per servire nel mondo pastorale. Sono arrivato a Torino per vivere in una fraternità con altri quattro frati italiani, e sono stato nominato vice parroco della parrocchia Madonna della Guardia, a Borgata Lesna, un quartiere di periferia di quasi 8mila abitanti. Qui la solitudine ha assunto un terzo volto, forse il più complesso dei tre: non più solo la mia, ma quella che respiravo intorno a me, nelle case, nei cortili dei condomini popolari, negli sguardi di chi mi fermava dopo la messa solo per scambiare due parole prima di tornare in un appartamento vuoto.
Negli anziani di Torino ho scopero una solitudine che non è assenza fisica di persone, ma di un legame che dia senso al tempo che passa
Borgata Lesna è un quartiere nato per accogliere famiglie operaie, costruito in fretta negli anni del boom industriale e oggi segnato da un invecchiamento demografico evidente. Camminando per le sue vie ho incontrato anziani che vivono soli da anni, alcuni dei quali mi hanno confidato di non scambiare una parola per giorni interi se non con il fruttivendolo o con il farmacista. In loro ho riconosciuto, con un sussulto, la mia stessa solitudine di Padova: non l’assenza fisica di persone, ma l’assenza di un legame che dia senso al tempo che passa. La differenza era che la mia, da giovane studente, era passeggera. La loro rischiava di diventare permanente.
"La solitudine degli anziani è un tema urgente"
Da questa consapevolezza è nata una scelta molto concreta, quasi semplice nella sua formulazione: riattivare il Gruppo anziani della parrocchia, che da tempo non si incontrava più con regolarità per vari motivi, principalmente la pandemia di covid. Lo abbiamo chiamato Girasoli, un nome scelto non a caso. Il girasole, si sa, non genera da sé la propria luce: si limita, con pazienza, a girarsi verso di essa. Mi è sembrata un’immagine giusta per descrivere quello che speravamo di costruire: non un’attività assistenziale calata dall’alto, ma uno spazio in cui ciascuno potesse orientarsi di nuovo verso qualcosa o qualcuno. Detto in altri modi, è capace di restituire calore.
Ho visto con i miei occhi cosa può fare un giovedì pomeriggio nella vita di chi nel resto della settimana non ha quasi nessuno con cui parlare
Ogni giovedì pomeriggio, nei locali della parrocchia, un piccolo gruppo di anziani della borgata si ritrova: per giocare a carte, guardare insieme un film, chiacchierare, qualche volta per pregare insieme, spesso semplicemente per ascoltare. Non è un’iniziativa rivoluzionaria, è un gesto minimo, quasi feriale. Ma ho visto con i miei occhi cosa può fare un giovedì pomeriggio nella vita di chi nel resto della settimana non ha quasi nessuno con cui parlare. Ho visto donne che dopo mesi hanno ricominciato a truccarsi prima di uscire di casa. Ho visto uomini, abituati a una rigidità quasi militare nei modi, sciogliersi in una risata mentre giocavano a scopa. Piccole cose, certo. Ma ho imparato che la solitudine si combatte quasi sempre con piccole cose ripetute con costanza, non con grandi gesti isolati.
Un filo (telefonico) spezza la solitudine degli anziani
Guardando indietro alle tre tappe di questo cammino – Padova, Accra, Torino – mi accorgo che per me la solitudine non è mai stata un nemico da sconfiggere una volta per tutte, ma una compagna di viaggio che cambia volto a seconda della stagione della vita. Da seminarista era la fatica di imparare una lingua nuova del cuore; da sacerdote tornato in patria il peso silenzioso di sentirsi, in parte, straniero anche a casa propria. Oggi, da vice parroco in una periferia torinese, è soprattutto ciò che vedo negli occhi degli altri e che mi chiede di rispondere non con discorsi ma con presenza.
Per me la solitudine non è mai stata un nemico da sconfiggere, ma una compagna di viaggio che cambia volto a seconda della stagione della vita
Se c’è una cosa che la mia storia, fatta di partenze e ritorni, mi ha insegnato sulla solitudine è questa: nessuno la attraversa davvero da solo, anche quando sembra di esserlo. Io non ce l’avrei fatta senza i confratelli che a Padova mi hanno aperto le porte delle loro celle e delle loro domande. Non ce l’avrei fatta senza la comunità ghanese che mi ha riaccolto, contraddizioni comprese. E oggi non ce la farei senza i Girasoli, che ogni giovedì mi ricordano che la solitudine quando viene condivisa smette pian piano di essere una condanna e diventa semplicemente una storia comune. A Borgata Lesna, come a Padova e ad Accra, ho imparato che la fraternità francescana non è un privilegio riservato a chi indossa il saio. È un metodo replicabile ovunque: farsi prossimo ovunque tu sia.
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