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Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera



1 aprile 2026
Dalle manifestazioni di Torino al caso di Rogoredo, fino all’impatto delle nuove tecnologie sulla sicurezza. Incontriamo Nicola Rossiello, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil Piemonte, mentre la commissione Affari istituzionali del Senato discute la conversione in legge dell’ultimo decreto sicurezza del governo Meloni. Lo incontriamo per discutere con un rappresentante delle forze di polizia di recrudescenza repressiva e gestione dell’ordine pubblico. Di conflitto sociale trasformato in problema di sicurezza, respinto come elemento di disturbo rispetto al consumo e all’edonismo instagrammabile di città ripulite per i turisti. Dell’ipocrisia della teoria delle mele marce, rispolverata nel recente caso di Abderrahim Mansouri, ucciso a Milano dal poliziotto Carmelo Cinturrino, per cui sono al momento indagati altri sette agenti. "Le forze di polizia del nostro Paese sono totalmente impermeabili – dice Rossiello –. Non c’è alcuna maniera di osservare come si comportano o si muovono e non c’è alcun organo di garanzia che vigili su ciò che accade, se si esclude la magistratura quando il percorso arriva davanti a un giudice".
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Le forze di polizia sono un corpo isolato dal resto della società civile e questo alimenta una sorta di autogoverno e di giustizia interna, che significa anche auto-vigilanza, ma impedisce la rendicontazione democratica. È un tema che andrebbe affrontato nella sua complessità, al cui interno si inserisce anche la questione dei codici identificativi degli agenti, non a caso mai introdotti in Italia.
"Viviamo una stretta agghiacciante sul piano della democrazia. Se la Costituzione dice una cosa, i decreti sicurezza ne dicono e ne attuano un’altra"
Se parliamo di autonomia e indipendenza della magistratura, dovremmo parlare anche di autonomia e indipendenza delle forze di polizia. Occorre avviare un processo che le avvicini al resto della popolazione, rendendole un’organizzazione democratica realmente a garanzia di tutti i cittadini. Oggi invece è un mondo chiuso, esposto agli orientamenti ideologici del governo in carica. E le priorità dell’attuale esecutivo sono evidenti, messe nero su bianco anche negli ultimi decreti sicurezza. Viviamo una stretta agghiacciante sul piano della democrazia. Se la Costituzione dice una cosa, i decreti sicurezza ne dicono e ne attuano un’altra. Per di più questi provvedimenti sembrano pensati senza una piena conoscenza del funzionamento reale dello Stato. Si introducono misure, come il fermo preventivo in caso di manifestazioni, che sono pressoché impossibili da applicare quando nei prossimi anni mancheranno almeno 40mila operatori nelle forze di polizia.
Il ddl sicurezza è legge. Parola d'ordine: repressione
Sembra che si apra a 16mila nuove assunzioni tra polizia di Stato, carabinieri e finanza, ma la realtà è che queste cifre servono a malapena a coprire i buchi lasciati dai pensionamenti, senza risolvere davvero il problema cronico della carenza di organico che affligge le questure e le caserme. La spinta verso i concorsi per 4mila ispettori superiori tra il 2026 e il 2027 sembra più una manovra per svuotare i ruoli operativi e ingolfare quelli direttivi, con il paradosso che avremo molti coordinatori e sempre meno pattuglie effettive sul territorio. Anche la semplificazione dei test per chi è già in servizio, pur sembrando un favore, rischia di abbassare l’asticella in nome di una fretta burocratica che non tiene conto della complessità delle sfide attuali.
Per guardare all’ultima in ordine di tempo, la piazza di Torino del 31 gennaio scorso, per la manifestazione di sostegno all’autogestione, contro le politiche del governo Meloni, la guerra e per la difesa degli spazi sociali, è stata lo specchio di un disagio sociale che non può essere delegato esclusivamente alle forze di polizia. Da qualche tempo assistiamo a una gestione dell’ordine pubblico che risente dei silenzi della politica: quando i governi riducono la loro azione a mera amministrazione dell’esistente, le proteste diventano una sorta di ostacolo tecnico alla continuità amministrativa del momento, anziché un contributo critico alla crescita del paese. E se la politica tace, il poliziotto diventa il parafulmine dello Stato.
Dal 2023 si è affermata una prospettiva più repressiva, che ha l’obiettivo soprattutto di soffocare l’agibilità politica delle nuove generazioni. E lo si vede anche nella concretezza delle strategie adottate. Faccio un esempio: a Torino è sempre stato fatto l’affiancamento dei cortei, ma da qualche tempo si tende a ricorrere invece ai nuclei di pronto impiego, cioè si colloca la forza pubblica nelle vie limitrofe alla manifestazione con l’ordine di intervenire solo quando si presenta una criticità. Le conseguenze di questa strategia sono almeno due: si impedisce e destruttura la relazione tra manifestanti e forza di polizia, e si circoscrive l’intervento all’emergenza e quindi all’unico metodo usato in questi casi, che è uso della forza fisica. Bisognerebbe capire perché si è scelto di procedere in questo modo piuttosto che in altri.
"La gestione delle manifestazioni a Torino mostra la volontà di passare da un approccio di mediazione a uno di pura repressione. La polizia non è più un interlocutore, ma un 'esercito' che attende nell’ombra"
Il passaggio dall’affiancamento ai nuclei di pronto impiego a Torino non è un semplice dettaglio tecnico, ma il riflesso di un più ampio e acceso dibattito politico e culturale su come gestire il dissenso e sul ruolo delle forze dell’ordine in una democrazia. Da un lato c’è chi lo giustifica come risposta necessaria a una violenza premeditata, dall’altro chi lo interpreta come una precisa scelta politica per limitare l’agibilità e la visibilità delle nuove generazioni in protesta. Il cambio di strategia è giustificato dalla necessità di gestire un contesto considerato più violento e polarizzato. I critici, come me, vedono in questo la volontà di passare da un approccio di mediazione a uno di pura repressione, dove l’incontro con la polizia è solo un momento di scontro. Viene meno qualsiasi possibilità di dialogo e negoziazione durante il corteo. La polizia non è più un interlocutore, ma un “esercito” che attende nell’ombra.
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Uno degli elementi più critici dell’ultima stagione è il consentire l’ingresso delle forze di polizia nelle scuole e nelle università. C’è poi l’abuso di misure preventive contro chi manifesta pacificamente, come i fogli di via e gli avvisi orali. Aggiungo ancora la criminalizzazione della resistenza passiva e l’uso della forza in alcuni contesti di manifestazioni pubbliche che sono sempre stati elaborati diversamente e opportunamente nel passato. Talvolta, come successo a Pisa il 22 febbraio 2024, non si comprende quale sia l’evento che scatena il ricorso alla forza pubblica dato che esistono raccomandazioni precise sulla necessità di commisurarne l’uso alle esigenze di sicurezza. C’è stato un cambio di passo: mi occupo di ordine pubblico dal 1997 e posso garantire che in questi trent’anni non c’è mai stata l’esigenza di perseguire violazioni dell’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps), ossia quelle che obbligano chi organizza manifestazioni in luogo pubblico ad avvisare il questore almeno tre giorni prima.
Esatto, ma noi, a Torino, sostanzialmente non abbiamo mai avuto necessità di applicarle. Sono sempre state elaborate imprecisioni, deviazioni del percorso e altre iniziative analoghe. Perché il punto focale era garantire il diritto a manifestare sancito dalla Costituzione.
Siamo alle porte di una sorta di mutazione genetica della sicurezza, perché i sistemi digitali non vogliono più solo osservare, ma prevedere, con l’obiettivo di cancellare sia l’imprevisto che il dubbio. È un passaggio di estrema criticità che merita la massima attenzione e impegno nel dosare la componente umana con quella degli algoritmi. Il punto di rottura etico di tutto ciò sta nella cecità del codice di fronte a quella che è la temperatura emotiva di una situazione: un’intelligenza artificiale ignora sentimenti come la pietà o quella dote straordinaria che è il buon senso. Il monitoraggio totale trasforma la piazza in una sorta di teca di vetro che tende a sezionare l’identità di ogni singola persona cercando di prevedere situazioni critiche. Ma questa forma di sorveglianza ubiqua genera forme di autocensura che possiamo già vedere quando sulle chat siamo portati a non usare più terminologie in chiaro, ma mascheriamo le parole per paura della sorveglianza digitale. La morsa psicologica dell’algoritmo ci condiziona prima ancora che intervenga qualsiasi forma di repressione fisica.
In università cresce la repressione del dissenso
Se ci atteniamo all’attuale conduzione politica dell’ordine pubblico, devo dichiarare la mia massima preoccupazione. Oggi esistono carenze strutturali e livelli di stress molto elevati, con operatori impiegati anche per venti ore consecutive. Per gli operatori di polizia, Genova 2001 è stato il punto di rottura di un percorso di riforma che non è stato mai più ripreso. Prima di allora la parola d’ordine era “nello Stato democratico la polizia è al servizio del cittadino”, adesso è “esserci sempre”: un cambiamento di paradigma radicale, che procede nella direzione di una rimilitarizzazione silente. Sono gli anni dopo Genova quelli in cui, per 12 anni, sono state fatte assunzioni di operatori di polizia prendendoli dall’esercito. Con un risultato anche di defeminizzazione del corpo di polizia, le cui presenze percentuali sono diminuite drasticamente.
Non direi. La polizia risponde agli orientamenti del governo di turno. Quindi non parlerei di razzismo in senso stretto, ma di una sorta di orientamento culturale che andrebbe invece controllato o sottoposto a garanzie. Ed è la ragione per cui insisto sull’indipendenza e autonomia delle forze di polizia.
"Il conflitto non è una minaccia da eliminare, ma una realtà da affrontare politicamente. Ogni volta che il manganello sostituisce la parola o il tavolo di trattativa, si lacera un pezzo del patto costituzionale"
Bisognerebbe ripensare selezione, formazione e organizzazione delle forze di polizia, ma anche, forse prima di tutto, il modello di sicurezza del paese, che non può essere quello repressivo. Seguire la destra sul tema securitario è stato un errore clamoroso. Dovremmo puntare sulla sicurezza sociale, come sostiene il filosofo e pedagogista Guido Tallone: dobbiamo pensare a una parola sola, nuova, la “sicurezzasociale” – ricordando che è quella che in definitiva pesa davvero su un paese, mentre l’incolumità delle persone è doverosa, ma in termini percentuali pesa molto meno. In ambito sociale, le forme di sicurezza che incidono direttamente sulla qualità e sulla stabilità della vita delle persone sono molteplici e sovrastate dalla sicurezza pubblica. Intendo la sicurezza economica, la sicurezza sanitaria, quella abitativa, la sicurezza alimentare e ambientale, la sicurezza educativa e quella relazionale. Dovremmo poi ricordarci che il conflitto non è una minaccia da eliminare, ma una realtà da affrontare politicamente. L’ho già detto altre volte, ogni volta che il manganello sostituisce la parola o il tavolo di trattativa, si lacera un pezzo del patto costituzionale.
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