A Cuba i medici operano al buio. Fotoinchiesta dagli ospedali colpiti dall'embargo Usa

L'embargo imposto dagli Stati Uniti, inasprito da Trump lo scorso agosto, ha portato al collasso il sistema sanitario cubano, una volta tra i migliori al mondo. Nei reparti oncologici la mortalità infantile è più che raddoppiata dal 2018

Valentina Barile, reporter freelance

Valentina BarileReporter freelance

Alejandro Rodríguez Rodríguez

Alejandro Rodríguez Rodríguezfotografo - Agenzia per l'interscambio culturale ed economico con Cuba (Aicec)

1 ottobre 2026

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"In oltre sessant’anni il blocco nordamericano ha provocato danni sistematici alla nostra sanità che superano i 4.183 milioni di dollari. Solo nell’ultimo anno se ne registrano 288 milioni". Parole del dottor Julio Guerra Izquierdo, viceministro della Sanità di Cuba, noto per aver guidato in Italia la “brigata” dei trentotto medici cubani intervenuti durante l’emergenza del Covid-19. "Venticinque giorni senza il blocco – continua Guerra Izquierdo – permetterebbero di coprire il quadro farmacologico di base dell’isola per un anno intero, con nove giorni si potrebbero acquistare siringhe, garze, aghi, suture e cateteri, mentre appena ventuno ore senza blocco garantirebbero un anno di insulina ai nostri pazienti diabetici".

Una crisi senza precedenti

"In caso di blackout operiamo con le torce dei telefoni, osservando costantemente che il torace del paziente sia ben ventilato"

La sanità cubana, fra le migliori al mondo, sta vivendo una crisi senza precedenti. L’inasprimento delle sanzioni statunitensi entrate in vigore il 12 agosto – che peggiorano le condizioni dell’isola perché colpiscono gli Stati e le imprese private che vogliono aprire relazioni economiche con Cuba – non fa altro che condannare a morte neonati, malati oncologici e persone vulnerabili. "Operare al buio, con le torce dei telefoni, è ciò che facciamo quando va via la corrente. Questo reparto è di vitale importanza e non possiamo fermarci", spiega la dottoressa Yudmila Rodríguez Verdecia, primaria dell’unità chirurgica all’ospedale Ramón González Coro de L’Avana, specializzata in anestesiologia e rianimazione. "Qui riceviamo i pazienti appena nati che sono in pericolo di vita e anche le loro madri. Tutti i nostri macchinari, come si può immaginare, dipendono dall’energia elettrica, quindi in caso di blackout si sconnette l’intera l’unità e restiamo in penombra. Naturalmente non possiamo interrompere l’operazione, quindi continuiamo osservando in modo costante che il torace del paziente sia ben ventilato e torniamo a prendere a mano i parametri vitali come si faceva tanti anni fa".

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I bambini oncologici senza chemioterapici

Alla mancanza di energia elettrica non c’è alternativa, soprattutto per i malati di cancro che non possono continuare la sessione di chemioterapia. Molti bambini stanno morendo proprio perché a causa del blocco quasi totale non entrano più i chemioterapici: di recente il ministero della Sanità ha reso noto che il tasso di mortalità infantile è passato dal 4,4 per cento del 2018 al 9,9 per cento, dati confermati da report indipendenti. "La scorsa settimana ne ho persi due a distanza di cinque giorni", racconta Somalia Deas Casasayas, psicologa e direttrice di Almas, un progetto sociale ospitato dall’hotel Deportivo di Santiago de Cuba, che si occupa di affiancare i bambini malati oncologici nelle cure palliative e le donne con il cancro al seno. "Molti altri sono malati e in un momento così duro devo garantirgli dignità e sorriso fino alla fine. Mancano anche luce, acqua e cibo, tant’è che sto utilizzando il carburante che serve a mio marito per lavorare per mandarli a prendere a casa loro e farli venire qui".

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