
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero



1 giugno 2026
Tra le macerie di Beirut, un convento gesuita è diventato l’unico luogo disposto ad accogliere centinaia di persone in fuga. Arrivano da Sierra Leone, Sudan, Filippine, Sri Lanka e Ciad: molte sono domestiche e badanti, altri lavoratori o profughi scappati da guerre precedenti. Quasi nessuno ha i documenti e solo una piccola parte è riconosciuta dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr). Dallo scoppio dell’offensiva israeliana in Libano, queste donne, uomini e bambini sono stati abbandonati a loro stessi, non riconosciuti dal governo e per questo senza nessuna possibilità di accesso agli shelter (centri di accoglienza, ndr) governativi. Oggi hanno un tetto all’interno della chiesa di Saint Joseph, dove ad accoglierli trovano don Carlo Giorgi, originario di Milano e in Libano da nove anni, e i volontari della Jesuit refugee service, un’organizzazione cattolica che si occupa di assistere e difendere i diritti dei rifugiati.
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Tra le stanze del convento Saint Joseph, alle spalle dell’omonima chiesa, il silenzio è rotto solo dal pianto dei neonati e dal mormorio di chi non ha più nulla. In mezzo alle macerie di una città ferita, la struttura è l’unico approdo per i lavoratori migranti che il governo libanese ha dimenticato. Nel 2019 Sumaya è fuggita dal Darfur, in Sudan, per scampare alla guerra. Pensava di aver trovato la salvezza in Libano lavorando come collaboratrice domestica, ma il conflitto l’ha rincorsa fino a Bint Jbeil, dove viveva e lavorava. "Siamo scappati in cinque su una moto mentre le bombe israeliane cadevano a pochi passi da noi – racconta ricordando il terrore del viaggio verso Beirut –. Quando i bambini hanno visto i missili lanciati da un posto vicino casa verso Israele pensavano fossero aerei".
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