Teheran, gennaio 2026. Giovani manifestanti in ginocchio di fronte agli agenti di sicurezza del regime in motocicletta (Telegram/Mamlekate)
Teheran, gennaio 2026. Giovani manifestanti in ginocchio di fronte agli agenti di sicurezza del regime in motocicletta (Telegram/Mamlekate)

Iran, una manifestante: "Il regime ha ucciso i miei amici, ora chiede 3mila dollari alle famiglie che vogliono i corpi. Trump ci aiuti"

A lavialibera la testimonianza di una giovane che ha partecipato alle proteste a Teheran: "Una folla mai vista, poi hanno iniziato a sparare dai tetti". Media e ong parlano di almeno 30mila morti: "Tutti hanno perso qualcuno, ci sono ancora tanti scomparsi e corpi da identificare. Ci serve aiuto, non possiamo abbattere il regime a mani nude"

Paolo Valenti

Paolo ValentiRedattore lavialibera

29 gennaio 2026

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Dopo tre settimane di silenzio, finalmente un messaggio: “I nostri corpi sono vivi, ma non potrei dire lo stesso delle nostre anime”. A scrivere da Teheran è Nasrin (nome di fantasia), 34enne iraniana che ha partecipato alle proteste delle ultime settimane contro il regime. Contattata via chat da lavialibera il 9 gennaio, al picco della mobilitazione e della repressione da parte delle forze della Repubblica islamica, per venti giorni non ha potuto rispondere a causa del blocco di internet, che dura tutt’oggi, e del timore di ripercussioni. “Ora sono connessa tramite VPN, ma non so quanto reggerà”, avverte. Ci chiede di copiare i suoi messaggi prima che li elimini: “Stanno sequestrando i telefoni della gente per strada, se vedono quello che scrivo potrei essere condannata a morte per spionaggio”. Spinta dalla disperazione, arriva persino a sperare in un intervento americano, nonostante il presidente Trump abbia chiarito che la posta in gioco non è la liberazione del popolo iraniano ma l'accordo sul nucleare.

"Una folla enorme, poi hanno iniziato a sparare"

Nasrin si è laureata in arte in una delle più prestigiose università del Paese e ha iniziato a lavorare in un’azienda manifatturiera della capitale. Nell’autunno del 2022 è stata arrestata, picchiata e incarcerata per due giorni per aver manifestato dopo la morte di Mahsa Amini. Anche per questo ha esitato a scendere di nuovo in piazza: “Se venissi arrestata di nuovo verrei condannata con pene molto pesanti, visti i miei precedenti”. Nonostante la paura, l’8 gennaio scorso Nasrin si è unita alle migliaia di iraniani che hanno invaso le strade di Teheran e altre città del paese per chiedere la fine del regime.

Proteste in Iran, un manifestante: "Non vogliamo interventi esterni, ci libereremo da soli"

“Era una folla enorme, mai vista: uomini e donne, giovani e anziani – ricorda –. Anche chi non è sceso in strada per paura urlava dalle finestre ‘morte al dittatore, viva lo Shah!’. A un certo punto, su ordine dell’ayatollah Khamenei, le forze della Repubblica islamica in motocicletta hanno attaccato il corteo, picchiando e arrestando soprattutto i giovani. Puntavano le pistole contro persone completamente disarmate, è stato terribile. Quando si è fatta notte, poi, hanno iniziato a sparare dai tetti. Due persone vicino a noi sono state colpite, eravamo terrorizzati. La folla si è dispersa, ma alcuni ragazzi hanno avuto il coraggio di soccorrere i feriti e caricarseli sulle spalle. Ho saputo dopo che uno non ce l’ha fatta”.

Proteste in Iran, "almeno 30mila vittime della repressione"

"Tutti abbiamo perso qualcuno. Hanno ucciso un mio caro amico di 26 anni e almeno altre cinque persone che conosco. Gli agenti prendono i feriti in ospedale, in alcuni casi hanno anche arrestato dottori e infermieri"

Diversi media internazionali e organizzazioni per i diritti umani concordano nel ritenere che siano almeno 30mila le vittime della repressione, stima ottenuta anche grazie alle testimonianze di operatori sanitari locali. “Tutti abbiamo perso qualcuno – dice Nasrin –. Hanno ucciso un mio caro amico di 26 anni e almeno altre cinque persone tra familiari, colleghi e conoscenti. Senza contare i feriti: ho appena saputo che un mio compagno di università ha perso un occhio perché gli hanno sparato. Tanti non vanno in ospedale perché gli agenti entrano e portano via le persone. In alcuni casi hanno anche arrestato dottori e infermieri che si sono presi cura dei manifestanti”. 

A innescare la mobilitazione, inedita tanto per le dimensioni quanto per la violenza della repressione, è stato il malcontento per la gravissima crisi economica che continua a stringere le fasce più fragili della società iraniana, mentre l’élite dei pasdaran, i “guardiani della rivoluzione”, continua ad arricchirsi: “Il dollaro ha superato il milione di rial iraniani. Immagina lavorare per un mese ed essere pagato 90 dollari. Eppure, ciò che spinge la gente a protestare non è la povertà. In una città, i manifestanti sono entrati in un negozio di una catena controllata dai pasdaran, ma non hanno preso niente. Non ci interessano i soldi, vogliamo la libertà, il diritto di scegliere, lo sviluppo, la pace”.

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La tragedia dei corpi senza nome

Oggi, racconta Nasrin, le proteste si sono placate, anche per le difficoltà a comunicare e organizzarsi. Eppure non si tratta di un ritorno alla normalità: “Il regime vuole far credere che sia tutto a posto, ma non è così. Molti negozi e aziende sono ancora chiusi, ci sono checkpoint per le strade, la gente continua a venire arrestata”. Tanti cercano ancora amici o parenti scomparsi: potrebbero essere stati arrestati o uccisi, e i loro corpi accatastati negli obitori o per strada, come mostrano diversi video sfuggiti alla censura nelle scorse settimane. Nasrin ne invia uno in chat: mostra decine di salme disposte in sacchi neri dentro e fuori l’istituto di medicina legale di Kahrizak, nella periferia di Teheran. Di alcuni si intravedono i volti tumefatti e i segni delle violenze, mentre si sentono le urla e i pianti dei familiari. “Mi dispiace dover mostrare video così crudi, ma il mondo deve vedere che barbari stiamo combattendo – scrive dopo diversi minuti, una volta ristabilita la connessione –. Hanno gettato i corpi senza nessun rispetto dicendo alla gente di arrangiarsi a cercarli e identificarli. La famiglia di una mia amica, scomparsa, ne ha visti più di mille, ma non ha ancora trovato il suo. A chi riesce a trovare la salma del proprio caro chiedono dai mille ai 3mila dollari per consegnargliela e impediscono di organizzare commemorazioni. È una catastrofe umana difficile da immaginare”.

In Iran "molti sperano in un intervento di Trump"

"Può sembrare assurdo, ma molti iraniani qui sperano in un intervento di Trump. Questo regime è troppo sanguinario perché riusciamo a buttarlo giù a mani nude"

Nasrin segue con trepidazione le notizie che, filtrate dalla censura del regime, parlano di un possibile attacco statunitense su Teheran. “Può sembrare assurdo, ma molti iraniani qui sperano che Trump lo faccia. Questo regime è troppo sanguinario perché riusciamo a buttarlo giù a mani nude. Se una guerra è il prezzo da pagare per farlo cadere, odio dirlo ma siamo disposti ad accettarla”. Con rammarico nota però come l’attenzione internazionale stia già calando: “Quando si spengono i riflettori, è lì che il regime inizia a torturare e uccidere con ancora maggior violenza. Chiediamo a voi, cittadini liberi dell’Europa: siate la nostra voce. Per favore, per favore, per favore, chiedete ai vostri governi e alle organizzazioni per i diritti umani che facciano qualcosa. Vogliamo la fine di questo regime, ma non possiamo sconfiggerlo senza il vostro aiuto”.

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