Ottobre 2022. Una donna passeggia per le vie di Teheran/Ansa
Ottobre 2022. Una donna passeggia per le vie di Teheran/Ansa

Proteste in Iran, parla una donna arrestata: "La nostra rivoluzione per la democrazia"

Nasrin è finita in carcere a Teheran per avere contestato il regime degli Ayatollah. Nonostante la repressione e le condanne a morte, in migliaia continuano a scendere in piazza, chiedendo giustizia per Mahsa Amini e libertà d'espressione

Paolo Valenti

Paolo ValentiStudente in diritti umani e azione umanitaria a Sciences Po Parigi

23 novembre 2022

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"Mi trovavo in piazza con altri giovani quando un gruppo di agenti in borghese ha iniziato a picchiare una ragazza. Siamo corsi ad aiutarla, ma hanno aggredito anche noi con manganelli e taser; poi ci hanno afferrato per i capelli e costretti a salire dentro a una macchina. Non era una pattuglia ufficiale, ma un comune taxi con i vetri oscurati”. A parlare è Nasrin (nome di fantasia), una donna iraniana di 31 anni da poco uscita di prigione, dove era finita per aver partecipato alle proteste anti-regime. Nasrin vive a Teheran, si è laureata in arte in una delle più prestigiose università del Paese e ora lavora in un’azienda manifatturiera della capitale. Ci sentiamo su Telegram, perché la censura del regime interrompe spesso la connessione internet rendendo difficoltose – oltre che poco sicure – le chiamate. Non appena le chiedo di raccontarmi delle proteste, vengo subito corretto: “Preferiamo usare il termine rivoluzione” scrive, chiudendo il messaggio con una faccina sorridente. 

Non solo hijab: genesi e futuro delle proteste in Iran

L’inizio della “nuova rivoluzione”

Nasrin è scesa in piazza pochi giorni dopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre scorso. La 22enne, originaria del Kurdistan iraniano, era stata arrestata dalla polizia morale della Repubblica islamica per la presunta violazione del codice vestimentario. Una volta giunta in caserma, le botte. La notizia e la foto del volto tumefatto di Mahsa stesa su un letto d’ospedale si sono diffuse sui media e sui social (due giornaliste, tra le prime a scoprire il caso, sono state arrestate e si trovano tuttora in carcere), scatenando la rabbia di moltissimi giovani iraniani. “Alcune ragazze hanno iniziato a togliere e bruciare l’hijab (il velo, ndr) negli spazi pubblici, ma si è trattato di azioni individuali – racconta Nasrin –. Le proteste vere e proprie a Teheran sono iniziate il 19 settembre, quando un gruppo di attiviste ha lanciato l’appello a radunarsi nel centro della capitale”. Il punto di ritrovo scelto non è casuale: Hijab Street, la strada intitolata al velo islamico dopo la rivoluzione del 1979, che oggi i protagonisti della “nuova rivoluzione” hanno ribattezzato Mahsa Amini Street.

Dopo la diffusione della foto del volto tumefatto di Mahsa, alcune ragazze hanno iniziato a togliere e bruciare l’hijab

Non è la prima volta che Nasrin scende in piazza. Nel 2009, quando era appena maggiorenne e studiava all’università, aveva partecipato alle proteste contro la rielezione, ritenuta fraudolenta, del presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad. “Ma stavolta è diverso – dice – questa rivoluzione è stata lanciata dalle donne e la partecipazione è molto più ampia e trasversale”. Rispetto al passato sono anche diminuiti i sostenitori del regime. Nasrin ne ha uno in famiglia: “Un mio parente continua a difendere il governo, è uno di quegli uomini iraniani che non permettono alle proprie figlie di vestirsi come desiderano e andare dove vogliono. Ho smesso di parlarci, ogni volta che si tenta di affrontare la discussione va su tutte le furie”.

C'è anche chi decide di schierarsi con il regime. Una manifestazione filo-governativa a Teheran/Ansa
C'è anche chi decide di schierarsi con il regime. Una manifestazione filo-governativa a Teheran/Ansa

L’arresto e la prigione

Ciò che non è cambiato è la risposta del regime, per il quale la repressione violenta del dissenso è – non da oggi – ordinaria amministrazione. Secondo l’ong Iran human rights, sono almeno 416 i manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza dall’inizio delle proteste, tra cui 51 minori e 27 donne, e migliaia quelli arrestati. A occuparsene, oltre alla polizia convenzionale, è il Basij, un corpo paramilitare volontario alle dirette dipendenze dei Guardiani della rivoluzione e quindi dell’Ayatollah, i cui membri agiscono spesso in incognito, mimetizzandosi tra i “nemici del regime”. Lo sa bene Nasrin: “Pochi giorni dopo la morte di Mahsa Amini, insieme ai miei amici siamo scesi in piazza a protestare. Era pieno di poliziotti e di membri del Basij in borghese. All’improvviso hanno iniziato a prenderci a manganellate, sono tornata a casa piena di lividi”. Nonostante questo, una settimana dopo Nasrin era di nuovo in piazza, tra i cori “donna, vita, libertà” e “morte al dittatore”. È lì che è stata picchiata, arrestata e cacciata dentro il taxi dai vetri oscurati. 

Uomini: coltivate il femminile che c'è in voi

L’auto è poi partita alla volta di una stazione di polizia. “C’erano talmente tante persone arrestate che abbiamo dovuto aspettare per ore seduti per terra – ricorda –. Appena arrivati ci hanno preso i telefoni e cercato qualsiasi cosa che potesse essere usata contro di noi nel processo”. Memore di quell’esperienza, Nasrin cancella i messaggi man mano che risponde alle mie domande. Dopo due notti insonni e altrettanti giorni spesi in interminabili interrogatori, alcuni ragazzi sono stati rilasciati mentre altri sono stati portati in carcere. Tra questi figura Nasrin, reclusa per due giorni: “Sono stata fortunata, non mi hanno picchiata se non al momento dell’arresto. Altri vengono trattati molto peggio”. Casi di stupri e abusi sessuali commessi dalle forze di polizia nei confronti dei manifestanti dopo l’arresto sono stati documentati da Cnn, Amnesty international e Human rights watch. Ora Nasrin è tornata in libertà, ma è ancora in attesa della sentenza. 

Protestare nonostante la paura

Le chiedo se ha paura, dopo che a larghissima maggioranza il parlamento iraniano ha chiesto alla magistratura di punire in modo esemplare i manifestanti, definendoli muharib, ossia “nemici di Dio”. Cinque sono stati condannati a morte e la stessa sorte toccherà a molti altri. “Ho molta paura, non per me ma per i miei fratelli e sorelle iraniani”. Nasrin rischia una multa o al massimo il carcere, perché è accusata “solo” di insurrezione e violazione della sicurezza nazionale. La pena capitale è riservata a chi ha “diffuso la corruzione sulla Terra” o “mosso guerra contro Dio”. Nel frattempo, Nasrin ha smesso di partecipare alle proteste: “Se venissi di nuovo arrestata rischierei molto di più. Ma con il cuore sono in piazza, con tutti i coraggiosi iraniani che rischiano la propria vita per la libertà”.

Cinque manifestanti sono stati condannati a morte e la stessa sorte toccherà a molti altri

“Da oltre quarant’anni il regime ci obbliga con la forza e con le minacce a indossare l’hijab e vieta di indossare abiti attillati”, scrive Nasrin, che aggiunge: “Ma non è solo il velo, noi donne non possiamo andare in bici o in moto, non possiamo fare il bagno al mare, non possiamo cantare e ballare”. Considerare la nuova rivoluzione un movimento per l’emancipazione femminile sarebbe, però, riduttivo: “Da anni la gente fa i conti con una crisi economica gravissima, a cui la classe politica non sa dare risposte perché è corrotta e incompetente. Certo, le donne sono le più penalizzate, ma questa situazione tocca tutti gli iraniani”.

La violenza non è solo patriarcato

Rispetto agli obiettivi della “nuova rivoluzione”, Nasrin ha le idee chiare: “Non chiediamo molto, vogliamo vivere in un paese normale, capace di relazionarsi con il resto del mondo e di mettere a frutto le enormi risorse del territorio e della sua popolazione. Vogliamo un governo democratico, un sistema economico sano, libertà di espressione, attenzione all’ambiente. Meritiamo quanto voi europei di vivere nella libertà e nel benessere”. E proprio all’Europa Nasrin rivolge il suo ultimo appello prima di salutarmi e cancellare la chat: “Chiediamo che riconosca e supporti la nostra rivoluzione, che reagisca di fronte alla violenza della repressione. Continueremo a protestare finché chi governa non accetterà riforme sostanziali. Se ciò non avverrà, non rimarrà altra scelta che cambiare il regime”.

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