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3 novembre 2026
Davanti all'ingresso di un enorme edificio di epoca sovietica, il palazzo dello sport e dei concerti di Yerevan, capitale dell'Armenia, un gruppo di donne alza i cartelli. Chiedono di salvare Amulsar, una montagna nel sud del Paese dove da pochi giorni si estrae oro. Con loro ci sono alcuni bambini, con in mano delle fotografie dell'area. Mentre si svolge la protesta, arriva una decina di poliziotti: lì i cartelli non si possono mostrare. Gli agenti minacciano di sequestrarli o strapparli. Alla fine le donne si spostano più in là, in un punto dove quasi nessuno le vede.
È il 19 ottobre 2026, primo giorno della Cop17, il vertice delle Nazioni unite in cui i governi di tutto il mondo decidono come proteggere piante, animali e ambienti naturali. Per due settimane, fino al 30 ottobre, l'incontro è ospitato dall'Armenia. Il palazzo davanti a cui protestano le donne, il Karen Demirchyan, è la sede della Green Zone, lo spazio del vertice aperto al pubblico, alle associazioni e alle imprese. Nella stessa città, in un'altra sede, c'è poi la Blue Zone, dove si svolgono invece i negoziati ufficiali.
A riportare l'episodio è Front Line Defenders, un'organizzazione internazionale che difende gli attivisti, con un comunicato che si perde nel flusso di notizie ufficiali sui negoziati. Le donne allontanate fanno parte di My Heart Is In The Highlands, un gruppo di attiviste armene che si batte contro la miniera di Amulsar e per il diritto delle comunità a decidere sui progetti che le riguardano. Alcune di loro fanno parte anche del Centre for Community Mobilization and Support (Ccms), l'associazione guidata da Oleg Dulgaryan: "Se un giorno l'aziendafallisce o resta senza soldi, sarà lo Stato armeno a pagare", cioè i cittadini con le loro tasse. Lui alla Cop17 non entra, per protesta. Ma è in città, e lo incontriamo in un quartiere lontano dai riflettori, mimetizzato tra gli oltre un milione di abitanti della capitale.
Il Ccms è nato nel 2009 ad Alaverdi, nel nord dell'Armenia, una zona di miniere di rame. Da anni aiuta gli abitanti dei villaggi a difendersi quando un'azienda vuole scavare vicino alle loro case: nel 2015, per esempio, ha guidato la campagna contro la creazione di un nuovo bacino di scorie minerarie accanto al villaggio di Metz Ayrum. Per Dulgaryan restare fuori dal vertice è una scelta dovuta: "Il governo parla di tutela della natura davanti al mondo e intanto, in casa, fa il contrario", spiega.
Il 10 ottobre, nove giorni prima dell'apertura del vertice, il primo ministro Nikol Pashinyan ha inaugurato la miniera, esibendola quasi sfacciatamente agli occhi di tutti
La miniera di Amulsar ne è la prova più evidente. Il 10 ottobre, nove giorni prima dell'apertura del vertice, il primo ministro Nikol Pashinyan ha inaugurato la miniera, esibendola quasi sfacciatamente agli occhi di tutti, con un senso di impunità che per Dulgaryan è difficile da ignorare. "Tutti conoscevano il progetto, ma nessuno sapeva che ci sarebbe stata un'inaugurazione ufficiale: né gli attivisti, né i difensori dell'ambiente", racconta a lavialibera. La miniera si trova sopra Jermuk, una cittadina famosa per le sue acque minerali. Per separare l'oro dalla roccia si usa il cianuro, una sostanza velenosa, e da oltre dieci anni gli abitanti temono che finisca nelle falde e nei fiumi.
La miniera si trova sopra Jermuk, una cittadina famosa per le sue acque minerali. Per separare l'oro dalla roccia si usa il cianuro, una sostanza velenosa, e da oltre dieci anni gli abitanti temono che finisca nelle falde e nei fiumi
La battaglia va avanti da anni. Nel 2018 gli abitanti bloccarono le strade per mesi e i lavori si fermarono. "Abbiamo sempre chiesto una nuova valutazione dell'impatto ambientale, perché non ci fidavamo degli studi fatti fino ad allora". Il governo affidò il caso a esperti internazionali, che nel 2019 non arrivarono a conclusioni definitive. "Poi sono arrivati il Covid e la guerra con l'Azerbaigian, e alcuni attivisti della zona sono morti. Le proteste si sono fermate. Il progetto no".

Nel 2022, racconta, è cambiata anche una norma: una modifica al Codice del sottosuolo, firmata a giugno di quell'anno dal presidente della Repubblica Vahagn Khachaturyan. "Prima, un'azienda che restava ferma per più di un anno perdeva la licenza. Con la modifica, se lo stop è dovuto a motivi politici, la licenza resta valida. Abbiamo capito subito che era pensata per agevolare il progetto di Amulsar". Il Ccms fu tra i primi a opporsi, ma la grande mobilitazione degli anni precedenti non si ricompose più. Nel dicembre 2024 lo Stato è diventato socio della miniera, ricevendo gratuitamente il 12,5% della società che la gestisce, e oggi il governo stima entrate fiscali per 120-130 milioni di dollari l'anno.
Nel dicembre 2024 lo Stato è diventato socio della miniera, ricevendo gratuitamente il 12,5% della società che la gestisce, e oggi il governo stima entrate fiscali per 120-130 milioni di dollari l'anno
Ma il punto, per Dulgaryan, non è una sola miniera. "La nostra protesta non riguarda solo Amulsar. È un problema che attraversa tutta l'Armenia: ogni anno affrontiamo cinque o sette scontri con le aziende minerarie". Il fronte più caldo è la sua regione, Lori, dove si estrae rame da oltre un secolo e i villaggi convivono con scorie e metalli pesanti. "A Lori vogliono aprire una miniera in un villaggio su tre. Negli ultimi cinque anni ci hanno provato con venti, trenta progetti".
Chi si oppone, però, rischia di pagarne il prezzo. Mentre nella Blue Zone i governi discutevano soprattutto di finanziamenti, fuori gli attivisti raccoglievano firme per una legge che in Armenia non esiste: quella contro le cosiddette Slapp. Sono denunce per diffamazione con richieste di risarcimento enormi, presentate spesso da aziende minerarie o da persone influenti contro chi si oppone a un progetto. Più che a vincere in tribunale, servono a spaventare e a far spendere soldi a chi parla. Dulgaryan ne è stato bersaglio anche in prima persona. L'Unione europea ha una direttiva per fermarle; l'Armenia no, e la sua società civile guarda proprio a quel modello per conquistare maggiori tutele. Nelle settimane del vertice gli attivisti hanno anche marciato per ottenere una legge simile. Come presidente di un consiglio pubblico sui temi ambientali, Dulgaryan ha potuto portare la questione al ministro della Giustizia. "Lavoriamo su questi casi da due o tre anni. Con il ministero avevamo raggiunto un accordo per scrivere una legge, ma poi il processo si è fermato. Ora ci hanno detto che ci stanno di nuovo pensando".
Oggi, prima di aprire una miniera, un'azienda deve presentare il progetto agli abitanti in un'assemblea pubblica
Riportando la risposta ottenuta, Dulgaryan fa una smorfia perplessa e racconta come il governo stia, a suo avviso, lavorando a una norma che va nella direzione opposta. Oggi, prima di aprire una miniera, un'azienda deve presentare il progetto agli abitanti in un'assemblea pubblica. "Finora, se la comunità o il comune dicevano no, l'azienda non poteva andare avanti: il progetto era di fatto cancellato", spiega Dulgaryan. "Quest'anno, grazie a questa possibilità, solo nella regione di Lori ne abbiamo fermati tre".
La bozza di legge cambierebbe le cose. Si tratta di un pacchetto di modifiche al Codice del sottosuolo e alla legge sulla valutazione d'impatto ambientale, preparato dal ministero dell'Amministrazione territoriale e delle Infrastrutture. "Adesso vogliono che l'azienda abbia il permesso di procedere anche quando il comune dice no". Con il nuovo testo, il parere contrario del consiglio comunale non basterebbe più a fermare l'esame del progetto: sarebbe un'autorità statale a decidere se le obiezioni sono fondate.
Secondo Dulgaryan, il governo interviene proprio ora perché i villaggi hanno imparato a usare quelle assemblee, e non è accaduto per caso
Secondo Dulgaryan, il governo interviene proprio ora perché i villaggi hanno imparato a usare quelle assemblee, e non è accaduto per caso. Cinque anni fa, infatti, il Ccms ha creato un'accademia di eco-attivismo che insegna agli abitanti, soprattutto ai giovani, come difendere il proprio territorio: come leggere i documenti di una miniera, cosa dire in un'assemblea, come raccogliere le prove di un danno ambientale e farlo sapere, anche attraverso una piattaforma online, Citizen's Voice. Gli attivisti formati oggi sono riuniti nella Federazione dei Consigli verdi. Una volta, quando un'azienda arrivava in un villaggio, spesso non trovava nessuno in grado di opporsi. Adesso invece trova persone che conoscono le regole. "La nostra rete conta più di cento attivisti, sparsi in molte regioni e in molti villaggi. Sono preparati e sanno affrontare questi processi nel proprio territorio. E il governo li teme".
La Cop17 si è chiusa il 30 ottobre (leggi cosa è stato deciso in quei giorni) i giornalisti stranieri sono ripartiti e i riflettori si sono spostati sulla Cop31 sul clima, in programma ad Antalya, in Turchia. L'Armenia torna a essere un Paese come tanti, ma per chi ci vive la partita resta aperta.
Il prossimo appuntamento con la giustizia ambientale è a gennaio, quando la Corte di cassazione, il tribunale più alto del Paese, pronuncerà la sentenza su un ricorso del Ccms. Al centro c'è una promessa che il governo ha fatto alle banche che finanziano Amulsar. Con la decisione n. 220-A del 27 febbraio 2025, si è impegnato a garantire fino a 150 milioni di dollari di prestiti: se l'azienda non li restituisce, paga lo Stato. "Se un giorno l'azienda fallisce o resta senza soldi, sarà lo Stato armeno a pagare", cioè i cittadini con le loro tasse. Ad aprile 2025 il Ccms, insieme a Transparency International Anticorruption Center, Green Armenia e ad alcuni cittadini, ha chiesto ai giudici di annullare quella garanzia. "Sul piano legale siamo rimasti solo noi, ma nella battaglia per Amulsar sono coinvolte moltissime persone".
"Se un giorno l'azienda fallisce o resta senza soldi, sarà lo Stato armeno a pagare", cioè i cittadini con le loro tasse
Se la Cassazione darà ragione al Ccms, la garanzia cadrà. "Se la Corte stabilirà che il governo non poteva concederla, le banche non potranno più finanziare il progetto". Se invece vincerà il governo, Amulsar continuerà a lavorare con lo Stato alle spalle.
Nel frattempo i lavori sono ripartiti, grazie a un prestito da 150 milioni di dollari concesso da Ameriabank, una delle principali banche armene. Ed è qui che la vicenda tocca anche l'Europa. Tra gli azionisti di Ameriabank c'è la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), di cui sono soci l'Unione europea e gran parte dei Paesi europei. La Bers ne detiene circa il 10% e nel 2025 le ha accordato un pacchetto di prestiti fino a 150 milioni di euro.
Due giorni dopo il nostro incontro, Dulgaryan è partito con un gruppo di attivisti per Vayots Dzor, la regione di Amulsar, dove altre aziende presentano nuovi progetti nelle assemblee dei villaggi. Lontano dalle telecamere della Cop, sapranno cosa chiedere e cosa rispondere. Resta da vedere se, quando la nuova legge sarà approvata, il loro no conterà ancora qualcosa.
La Cop17 è la conferenza dei Paesi che aderiscono alla Convenzione Onu sulla diversità biologica. A Yerevan, dal 19 al 30 ottobre, i governi dovevano fare il punto sugli impegni presi nel 2022 a Montréal: entro il 2030 proteggere il 30% delle terre e dei mari, raccogliere 200 miliardi di dollari l'anno per la natura e tagliare di 500 miliardi l'anno i sussidi pubblici che la danneggiano, come quelli a combustibili fossili, agricoltura intensiva e pesca industriale.
Il primo bilancio globale, approvato solo nella notte del 31 dopo lunghe trattative, conferma che il mondo è in ritardo
Il primo bilancio globale, approvato solo nella notte del 31 dopo lunghe trattative, conferma che il mondo è in ritardo. Le aree protette coprono il 19% delle terre e il 10% dei mari, e meno della metà degli obiettivi nazionali è sulla buona strada. I governi si sono impegnati ad accelerare, ma senza nuovi obblighi. Sono state approvate anche alcune decisioni tecniche, su specie invasive, biotecnologie e parità di genere, ed è stata scelta la sede del prossimo vertice: Quito, in Ecuador, nel 2028, con 55 voti contro i 53 conquistati da Panama.
Il nodo rimasto aperto sono i soldi. Per proteggere la natura servirebbero circa 700 miliardi di dollari l'anno in più di quanti se ne spendono oggi, mentre i nuovi fondi annunciati a Yerevan sono lontanissimi da quella cifra. L'Unione europea chiedeva che a pagare fossero anche le grandi economie emergenti, come la Cina e i Paesi del Golfo. Alla fine sono state soltanto invitate a contribuire su base volontaria. Anche sui sussidi dannosi, che valgono ancora circa 2.400 miliardi l'anno, sono nate solo iniziative facoltative.
Resta quasi vuoto il Fondo Cali, creato nel 2024 per far pagare alle aziende, soprattutto farmaceutiche, l'uso dei dati genetici di piante e animali: doveva raccogliere un miliardo l'anno, finora ha incassato meno di 10mila dollari e le regole per distribuirli non sono pronte. Rimangono infine divisioni su come i popoli indigeni debbano partecipare alle decisioni della Convenzione.
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