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1 settembre 2026
Quattro no, messi sul tavolo il primo giorno da due soli Paesi, hanno condizionato dodici giorni di negoziato per la lotta alla siccità. Stati Uniti e Russia si sono infatti opposti a ogni approccio multilaterale e trasversale al problema, a inserire nei testi riferimenti alla parità di genere, a garantire una partecipazione strutturata di società civile e popoli indigeni e a collegare formalmente la Convenzione delle Nazioni unite contro la desertificazione alle altre due nate insieme a lei, quelle su clima e biodiversità.
Così si è aperta, il 17 agosto a Ulaanbaatar, in Mongolia, la Cop17, la diciassettesima Conferenza delle parti della Convenzione Onu contro la desertificazione: con un blocco procedurale che ha subito segnato i lavori. Si percepiva fin dai primi giorni nei corridoi, tra delegati che si scambiavano più sguardi che parole, che la strada sarebbe stata in salita. Nessuno dei quattro punti è stato rimosso dall'agenda: sono stati messi da parte, “in attesa di consultazioni”, formula usata alle Nazioni unite per rinviare una decisione senza precisare a quando.
Da anni i paesi maggiormente colpiti chiedono regole e strumenti internazionali per contrastare la siccità, ma si sono scontrati con il no degli Stati uniti
Società civile, pastori e comunità indigene hanno chiesto che tornassero in discussione prima della chiusura con risultati parziali, presentandosi come un fronte trasversale e sorprendentemente compatto, che ha tenuto insieme le proprie posizioni per tutti e dodici i giorni di lavori. Ma senza ottenere nulla sul nodo più importante: la lotta contro la siccità. Da due anni i paesi più colpiti chiedono regole internazionali comuni per affrontarla, perché i suoi effetti non si fermano ai confini nazionali e colpiscono agricoltura, acqua e territori. Gli Stati Uniti hanno invece sostenuto che ogni Paese debba gestire il problema da solo. Dopo giorni (e qualche notte) di negoziati, la discussione è stata rinviata di due anni, alla prossima Conferenza che si terrà in Egitto nel 2028.
La Convenzione delle Nazioni unite per la lotta alla desertificazione (Unccd) esiste dal 1992, nata insieme a quella sul clima e a quella sulla biodiversità, e riunisce periodicamente i governi di quasi tutto il mondo per decidere come fermare il degrado dei terreni: la perdita di fertilità del suolo, l'avanzata delle zone aride, la scarsità d'acqua che colpisce agricoltura e allevamento. Quest’anno, per la sua diciassettesima edizione, la Conferenza si è tenuta a Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, dal 17 al 28 agosto con il titolo “Ripristinare la terra, ripristinare la speranza”. Un tema che nel Paese asiatico è tutt’altro che astratto: quasi l’80 per cento del territorio è degradato e circa un terzo della popolazione vive di pastorizia.
Alla Conferenza hanno preso parte 197 stati, con ministri, scienziati, imprese, pastori, popoli indigeni e organizzazioni non governative. L'obiettivo ufficialmente dichiarato era passare dalle promesse ai fatti: colmare il divario tra le risorse necessarie a fermare il degrado del suolo nel mondo, circa 355 miliardi di dollari l'anno, e quelle effettivamente stanziate, ferme a 77 miliardi. Al centro dei lavori c'erano soprattutto i pascoli e la resilienza alla siccità, cioè la capacità dei territori di reggere periodi prolungati senza pioggia senza che questo si trasformi in carestia o crisi economica.
Sul piano finanziario, il risultato più evidente è l’annuncio di 1,3 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti, già attivati o in fase di attivazione, per progetti di ripristino del suolo e di resilienza alla siccità in 23 paesi. La parte più consistente, circa 1,2 miliardi di dollari su 45 progetti, è dedicata ai pascoli: è la cifra più alta mai stanziata su questo tema dalla nascita della Convenzione. È stato inoltre creato un nuovo fondo per attirare capitali pubblici e privati verso progetti di resistenza alla siccità, insieme a un indice, costruito con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, che misura quanto ogni Paese sia preparato ad affrontarla.
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Il ministro dell'Ambiente e del cambiamento climatico mongolo, Tsend Sandag-Ochir, ha reso noto in conferenza stampa che durante i dodici giorni di lavori sono stati firmati accordi bilaterali per 1,48 miliardi di dollari, tra cui fondi della Banca mondiale, della Banca europea per gli investimenti e di società minerarie mongole, impegnate a ripristinare migliaia di ettari di terreno degradato. Ha inoltre raccontato che, per la prima volta, il governo ha aperto un dialogo diretto proprio su questo fronte con le imprese del comparto minerario, un settore che in Mongolia pesa molto sull'economia ma anche sull'ambiente.
Il nodo della siccità resta però irrisolto. Il testo finale sulla siccità non stabilisce nuove regole comuni. I paesi non hanno trovato un accordo né su un sistema obbligatorio né su uno volontario per coordinare la risposta alla siccità e la decisione è stata rinviata al 2028. Durante i negoziati erano sul tavolo tre proposte diverse: una più ambiziosa, sostenuta dai paesi africani, che prevedeva la creazione di un vero strumento internazionale; una intermedia, proposta dal Cile, che si limitava a rafforzare gli strumenti già esistenti; e una più debole, voluta dagli Stati Uniti, che lasciava tutto alla discrezione dei singoli governi. Alla fine ha prevalso, di fatto, quest'ultima.
I gruppi che rappresentano donne, popoli indigeni e comunità locali si sono riuniti formalmente per la prima volta, ma sono rimasti ai margini dei processi decisionali
I riferimenti a genere, popoli indigeni e comunità locali nei testi ufficiali delle decisioni sono stati ridotti o spostati in dichiarazioni separate, promosse dai caucus, gruppi che rappresentano queste categorie, e non dai negoziatori ufficiali dei governi. I caucus si sono riuniti per la prima volta in modo formale proprio a Ulaanbaatar, ma per molte organizzazioni presenti resta una partecipazione più simbolica che reale, perché il loro peso nei testi decisionali veri e propri è rimasto limitato. Richiamando le parole di Christine Colvin, esperta di politiche dell’acqua del Wwf, molti hanno l’impressione che "l’ambizione della società civile sia evaporata".
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A condizionare l'intero negoziato è stata ancora una volta la linea tenuta dagli Stati Uniti, che da gennaio 2026 si sono ritirati da 66 organizzazioni internazionali, pur restando formalmente parte della Convenzione contro la desertificazione. Patrice Burger, dell'associazione francese Cari, presente ai lavori, ha definito la situazione senza precedenti: un Paese che per decenni ha contribuito a scrivere le regole sulla partecipazione della società civile oggi le rimette in discussione, senza più versare nemmeno i propri contributi economici alla Convenzione. "Per me è un atto di ricatto", ha detto a lavialibera.
Secondo Burger, l'episodio dimostra la fragilità di uno strumento come questo, basato su adesione e contributi volontari: basta che un solo Paese smetta di collaborare perché l'intero sistema resti bloccato. L’impressione, condivisa da molti, è che quanto successo a Ulaanbaatar non sia affatto un episodio isolato, ma parte della stessa strategia che ha già portato Washington a uscire dalla Convenzione sul clima e da quella sulla biodiversità. Su tutti e quattro i punti bloccati, la Russia non si è mai smarcata da Washington, sostenendo la stessa posizione fino alla chiusura dei lavori. Chiusa la Cop17, resta allora aperta una questione più ampia: quanto può reggere un accordo tra quasi duecento Paesi quando uno dei più influenti decide, di volta in volta, quali regole rispettare e quali no.
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