Santa Marta (Colombia), 28 aprile 2026. Evento di chiusura della prima conferenza internazionale sulla transizione oltre i combustibili fossili (foto del ministero dell'Ambiente colombiano)
Santa Marta (Colombia), 28 aprile 2026. Evento di chiusura della prima conferenza internazionale sulla transizione oltre i combustibili fossili (foto del ministero dell'Ambiente colombiano)

I paesi volenterosi di Santa Marta possono realizzare la transizione energetica

A Santa Marta, in Colombia, 57 paesi hanno tracciato la strada per uscire da carbone, petrolio e gas. Solo l'Europa può guidare il cambiamento, ma le sue scelte sono contraddittorie

Mauro Albrizio

Mauro AlbrizioGiornalista di Nuova Ecologia

1 giugno 2026

Il vertice di Santa Marta ha segnato un punto di svolta. In un contesto di guerra, crisi energetica e peggioramento degli eventi estremi, la prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, tenutasi in Colombia lo scorso aprile, ha visto 57 Paesi – un terzo dell’economia globale – discutere insieme alla comunità scientifica e alla società civile di come abbandonare carbone, petrolio e gas. L’Europa ha giocato un ruolo attivo, nonostante le sempre più forti contraddizioni tra la sua posizione su scala globale e le sue scelte di politica interna.

Un doppio binario, evidenziato anche dal recente annuncio di nuovi progetti fossili in Germania, Danimarca e Paesi Bassi. A Santa Marta la coalizione “dei volenterosi” si è strutturata in tre gruppi di lavoro per organizzare temi e attività da affrontare al secondo vertice, che Tuvalu e Irlanda organizzeranno nel 2027. Ne è scaturita una serie di piani che segnano la volontà politica di aggredire le cause strutturali della dipendenza dai fossili. Si deve ora passare all’azione e costruire una coalizione “del fare” in grado di accelerare la transizione dalle fossili a partire da due pilastri: le roadmap nazionali e il finanziamento alla giusta transizione.

Se i governi attuassero le tre azioni chiave concordate a Dubai nel 2023 si potrebbe ridurre il riscaldamento previsto per fine secolo di quasi 1°C

Inseguendo gli impegni di Dubai

Le roadmap nazionali sono lo strumento cruciale per colmare il crescente divario di ambizione negli impegni di ogni singolo paese nella riduzione delle emissioni climalteranti. Le soluzioni tecniche esistono, mancano invece le volontà politiche. Anche tra i partecipanti di Santa Marta restano divergenze sulla velocità con cui i fossili debbano essere eliminati dal sistema energetico globale, data anche la presenza di esportatori di combustibili fossili come Australia, Canada e Norvegia.

Un primo segnale è però arrivato dalla Francia, che a Santa Marta ha presentato il suo cronoprogramma per il phase-out(l’uscita graduale, ndr) delle fossili: prevede l’abbandono del carbone nel 2030, del petrolio nel 2045 e del gas nel 2050. Se il processo avviato in Colombia riuscisse a catalizzare lo slancio necessario per l’attuazione del pacchetto energetico di Dubai (sostanzialmente triplicare le rinnovabili, raddoppiare l’efficienza, tagliare le emissioni di metano entro il 2030), ciò rappresenterebbe la svolta di cui abbiamo bisogno, visto che le emissioni del settore energetico sono oltre i tre quarti di quelle totali.

L’idea di organizzare una conferenza nasce nelle negoziazioni della Cop30 di Belém, a seguito del mancato accordo sull’attuazione degli impegni assunti nel 2023 alla Cop28 di Dubai. In quel frangente la presidenza brasiliana, non riuscendo a superare il veto dei petrostati, Arabia Saudita in testa, ha accettato di escludere dall’accordo finale la roadmap per la giusta transizione dal fossile, nonostante fosse sostenuta dalla Dichiarazione promossa dalla Colombia e sottoscritta da oltre 80 paesi. Tuttavia, per raggiungere il consenso necessario all’approvazione dell’accordo, è stata costretta a impegnarsi a predisporre una roadmap da presentare alla Cop31 di Antalya, in Turchia, basata sui risultati di una conferenza che Colombia e Olanda avevano annunciato di voler organizzare per lanciare una coalizione dei volenterosi impegnati ad accelerare la transizione. Santa Marta, appunto.

Secondo l’analisi presentata nel 2025 alla Cop30 di Belém dal Climate action tracker, se i governi attuassero le tre azioni chiave concordate a Dubai nel 2023 si potrebbe ridurre il riscaldamento previsto per fine secolo di circa 0,9°C, da 2,6 a 1,7, quasi pari al miglioramento di 1°C osservato nei dieci anni trascorsi dall’adozione dell’Accordo di Parigi. Significherebbe ridurre la produzione e l’utilizzo delle fossili in questo decennio, evitare nuove dipendenze e programmare la transizione in modo che sia socialmente e finanziariamente credibile, affrontando il problema di tutti i combustibili fossili, non solo di alcuni.

Cop30, l'impegno europeo tradito dal passo indietro sulle auto

Ma in molti paesi, il rischio di un ulteriore vincolo alla dipendenza dal gas rimane concreto. Potremmo riassumere dicendo che siamo sulla strada giusta, ma serve accelerare. Secondo il rapporto dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) sull’attuazione degli impegni di Dubai, nel 2024 l’aumento della capacità rinnovabile globale ha raggiunto il livello record di 582 Gigawatt. Non ancora sufficiente a centrare l’obiettivo di triplicare la capacità a 11.200 Gigawatt entro il 2030. L’Irena sottolinea poi che l’efficienza è una preoccupazione altrettanto importante: l’intensità energetica globale è migliorata solo dell’1 per cento, al di sotto del 4 per cento annuale necessario per centrare il target di Dubai. Per raggiungere questi obiettivi serve aumentare gli investimenti ad almeno 1.400 miliardi di dollari l’anno, da destinare soprattutto ai Paesi in via di sviluppo.

Mille miliardi per la transizione

La transizione pone importanti sfide per le finanze pubbliche e la sostenibilità del debito, soprattutto per i paesi più poveri, che hanno limitati margini finanziari. Senza affrontare questo squilibrio, i progressi verso il phase-out delle fossili rimarranno disomogenei e insufficienti a fronteggiare l’emergenza climatica. Le discussioni di Santa Marta si sono concentrate soprattutto sui partenariati per una giusta transizione energetica e sugli scambi di debito, ossia del condono di una parte di debito dei paesi più poveri per liberare risorse da investire nell'eliminazione graduale delle fossili.

Bollette più alte? Non è colpa delle sanzioni a chi inquina

Nei prossimi mesi, in vista della Cop31 e della conferenza di Tuvalu, è cruciale lavorare a una nuova roadmap della finanza climatica per tradurre in realtà l’impegno dei paesi industrializzati di mobilitare 1.300 miliardi di dollari entro il 2035. Le risorse necessarie per finanziare la transizione e l’azione climatica globale possono essere rese disponibili grazie all'abbandono graduale dei sussidi alle fossili – 921 miliardi di dollari nel 2024 secondo il Fossil fuels subsidies tracker dell’Ocse – e alla tassazione di tutte le attività a forte impatto climatico e delle grandi ricchezze.

Solo l'Europa ha le risorse per essere la forza motrice della transizione

Il binario europeo

Come dicevamo, l’Europa a Santa Marta ha giocato un ruolo attivo. Ma restano contraddizioni tra questo ruolo e le politiche energetiche interne che rischiano di minarne la leadership. Serve un’inversione di rotta: solo l’Europa, tra i partecipanti alla conferenza, ha le risorse per essere la forza motrice della transizione. Si devono vietare tutti i nuovi progetti fossili a livello nazionale e adottare una roadmap europea, impegnandosi al phase-out del carbone entro il 2030, del gas per il 2035 e raggiungere entro il 2040 il 100 per cento di rinnovabili in tutti i settori, da attuare attraverso i Piani nazionali integrati energia e clima già previsti dalla legislazione comunitaria. Scelte politiche indispensabili anche per il nostro interesse economico. Gli shock recenti sui prezzi dell’energia hanno comportato un ampio deflusso di risorse dall’Europa, rendendo necessari interventi di emergenza e gravando sulle finanze pubbliche.

La risposta più efficace, per la Banca centrale europea, è limitare il ricorso alle importazioni di combustibili fossili e accelerare la transizione verso fonti pulite prodotte internamente. Secondo la commissione europea sono necessari investimenti per 660 miliardi di euro all’anno fra il 2026 e il 2030. Ma concentrarsi solo su questi costi è fuorviante. Investire nelle rinnovabili sostituisce la considerevole spesa per i combustibili fossili, per la cui importazione l’Europa spende oggi 400 miliardi di euro all’anno. Inoltre, risorse aggiuntive da investire nella transizione possono essere reperite attraverso il phase-out dei sussidi alle fossili (almeno 130 miliardi di dollari l’anno secondo l’Ocse) e la tassazione degli extra profitti derivanti dal commercio di combustibili fossili.

Energia e clima: cosa cambia dopo la prima Conferenza di Santa Marta

Un’alleanza tra Europa e Cina

Europa e Cina devono mettere in campo un’alleanza in grado di costruire un ponte tra paesi, indispensabile per una governance globale in grado di accelerare la transizione e contrastare con successo l’emergenza climatica

A Santa Marta non c’era la Cina, senza la quale è impossibile l’adozione alla Cop31 della roadmap globale per la transizione dalle fossili, rendendo più difficile il percorso verso la coalizione del fare da lanciare al vertice di Tuvalu. Nei prossimi mesi è indispensabile che Europa e Cina mettano in campo un’alleanza in grado di costruire un ponte tra paesi industrializzati, emergenti e in via di sviluppo, indispensabile per una governance globale non più alla mercé del veto dei petrostati, in grado di accelerare la transizione e contrastare con successo l’emergenza climatica.

Siamo in un momento decisivo. Molto dipende da quali relazioni Cina ed Europa sapranno costruire, soprattutto nel campo delle tecnologie pulite, dove può svilupparsi una leadership cooperativa o consolidarsi una competizione commerciale, con ambizioni contrastanti. Europa e Cina possono espandere la loro collaborazione attraverso partenariati triangolari con i paesi in via di sviluppo. Combinando la scala manifatturiera cinese con le competenze normative e la capacità finanziaria europee, le joint venture in Africa, America Latina e Sudest asiatico possono apportare benefici tangibili al Sud del mondo, rafforzando la legittimità e l’inclusività di una nuova governance energetica e climatica globale.

Da lavialibera n° 39

La rivista

2026 - numero 39

Santa Marta aiutaci tu

Mentre in Europa il Green deal è sotto assedio, e le destre spingono per smontarlo pezzo dopo pezzo, dall'altra parte del mondo, diverse nazioni europee partecipano al gruppo di cinquantasette paesi "volenterosi" che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per avviare una reale uscita dal fossile

Santa Marta aiutaci tu
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni seconda domenica del mese, Isole, un approfondimento speciale su spazi di educazione e disobbedienza civile

Ogni terza domenica del mese, CapoMondi, la rassegna stampa estera a cura di Libera Internazionale