
Mentre in Europa il Green deal è sotto assedio, e le destre spingono per smontarlo pezzo dopo pezzo, dall’altra parte del mondo, diverse nazioni europee partecipano al gruppo di cinquantasette paesi “volenterosi” che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per avviare una reale uscita dal fossile.
Questo numero di lavialibera racconta le due facce di una partita ancora aperta. Con la prima, documentiamo gli otto passi principali con cui l'Europa della “maggioranza Giorgia” ha ceduto alle pressioni delle lobby dell’agroindustria, della chimica e del fossile, rimandando, semplificando o annacquando le leggi “green” approvate dalla prima commissione guidata da Ursula von der Leyen. Lo dimostra con la sua inchiesta Paolo Valenti: nel corso del suo secondo mandato gli incontri tra i membri della commissione e i lobbisti industriali e commerciali sono cresciuti fino a oltre i due terzi degli incontri complessivi. Come accade lo racconta in un’intervista ad Andrea Giambartolomei anche Vula Tsetsi, co-presidente dei Verdi europei. “Qual è la massa che fa aumentare l’inerzia della Unione europea verso il disastro ecologico? – domanda Luigi Ciotti nel suo editoriale –. È un insieme di interessi economici che rifiutano di scendere a patti con i dati sull’inquinamento, sulla perdita di biodiversità, sul cambiamento climatico. È la massa delle disuguaglianze, che fa pesare molto di più i privilegi di pochi rispetto ai diritti di molti. È il macigno dell’ignoranza, che ci rende tutti corresponsabili perché non sufficientemente informati”.
Con la seconda faccia della medaglia, raccontiamo invece l'avanzata silenziosa di chi, politici, movimenti, attivisti e scienziati di cinquantasette paesi, ha scelto di non aspettare. Dagli attivisti del clima, a realtà come ReCommon, fino ai cosiddetti “volenterosi di Santa Marta” che ad aprile si sono riuniti con l’ambizione di costruire un’alternativa solida e concreta alle Cop per il clima. Ne scrivono, tra gli altri, Natalie Sclippa, Marta Abbà, Antonello Pasini e Vittorio Martone. Non tutto è perduto, le alternative sul piatto ci sono, ma serve la volontà politica e individuale di applicarle. Nell’intervista di Marco Panzarella a Carlos Moreno, l’urbanista presenta un nuovo modello per le città, basato sulla “prossimità sostenibile”, in cui ambiente e giustizia sociale vanno a braccetto.
È “il potere delle minoranze”, come sintetizza la direttrice Elena Ciccarello nel suo editoriale, “perché a volte basta raggiungere una massa critica sufficiente a rendere il vecchio equilibrio instabile. I movimenti, gli attivisti, i paesi di Santa Marta che raccontiamo su questo numero stanno cercando di superare una certa soglia perché si generi un equilibrio diverso. Sta a noi decidere da che parte stare”.
In questo numero, la fotoinchiesta di Stefano Stranges e Lidia Ginestra Giuffrida ci porta in Libano, dove migranti e rifugiati sono le vittime meno visibili del conflitto scatenato da Israele nella terra dei cedri.
Nell’intervista con il presente un impiegato di InvestCloud, società statunitense con sede a Mestre, svela alcuni retroscena dietro la decisione dell’azienda di rimpiazzare decine di impiegati con l’Ia.
Infine, nelle pagine culturali, si torna a parlare di Gaza, ma non come terra martoriata dalla guerra, bensì per la sua storia millenaria. Mentre a Venezia si discute della presenza di Russia e Israele alla Biennale, a Torino una mostra vuole colmare l’assenza di uno spazio dedicato all’arte palestinese con la mostra "Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo", ospitata nel capoluogo piemontese dalla Fondazione Merz fino al 27 settembre. Ne scrive Giulia Germano, mentre Paolo Valenti ha intervistato l’archeologo Fadel Al Utol, che ha lavorato ai più importanti scavi della Striscia documentandone la distruzione: “Israele vuole cancellare la nostra storia, ma non ci riuscirà”.