(foto: Jean Di Stasio)
(foto: Jean Di Stasio)

L'idea indigena del "progresso a termine", distrutta dal colonialismo

Nel Settecento i Banande congolesi si proposero di conquistare la foresta ponendosi come limite il lago Edoardo. Furono i belgi a insegnare loro lo sviluppo senza fine che ne fece dei "distruttori"

Francesco Remotti

Francesco RemottiProfessore emerito di Antropologia culturale dell'Università di Torino

1 giugno 2026

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In uno dei suoi primi soggiorni presso i Banande, coltivatori del Nord Kivu (Repubblica democratica del Congo), chi scrive ebbe modo di apprendere la parola abakondi, pronunciata con vigore da un gruppo di giovani in risposta alla domanda: qual è il nome giusto per indicare i Banande? Abakondi significa “abbattitori di alberi”, “distruttori di foresta”. Quei giovani non facevano di mestiere gli abakondi, e tuttavia ritenevano che fosse il termine più appropriato. A ciò aggiunsero: gli “altri” (le altre etnie della regione) sono ngata, “fannulloni”, “buoni a nulla”. “Noi” abakondi continuiamo a progredire nella conquista del territorio; gli altri, ngata, se ne stanno fermi nella loro ignavia.

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Era chiaro che i Banande, impegnati nel loro indefesso lavoro di distruzione della foresta (la grande foresta equatoriale del Congo), si consideravano “progressisti”, così come progressisti ai loro occhi erano ovviamente gli europei, con tutta la loro civiltà e capacità di sviluppo. Quando, e da dove, i Banande avevano cominciato questa loro impresa di conquistatori? A partire dal Settecento, dalla sponda occidentale del lago Edoardo, penetrando nella foresta, i Banande fecero un grande balzo verso nord-ovest, dove fondarono i loro primi villaggi, per poi conquistare la foresta rifacendo il cammino inverso, così da ritornare – anno dopo anno, villaggio dopo villaggio – al lago. Ngetse (“grande acqua”, così lo chiamano) è per i Banande il punto d’avvio dell’impresa che ha segnato la loro storia e la loro cultura, ma nello stesso tempo è anche il loro punto d’arrivo. In effetti, tutti i gruppi Nande devono avere un accesso al lago: tutti devono poter tornare a ngetse, all’origine.

C’è ovviamente una buona componente simbolica in questo ruolo del lago-acqua come origine e come approdo conclusivo. Ma in questa faccenda c’è anche un’idea precisa di progresso: non un progresso infinito (sempre in avanti), bensì un progresso che si conclude tornando al punto di partenza. Certo, il progresso per i Banande è stato in primo luogo un’impresa da abakondi. Ma una volta concluso il progresso – una volta conquistato il territorio strappandolo con forza alla foresta – i Banande sarebbero diventati quasi del tutto abahingi, coltivatori: in effetti, non era forse questo lo scopo del lavoro periglioso degli abakondi, procurare terra da coltivare, con cui finalmente sfamare le persone?

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Subentrò un altro spirito, che sopravvisse e addirittura si incrementò con la decolonizzazione: lo “spirito del capitalismo”, secondo cui terra e foresta non sono altro che risorse da sfruttare

E allora perché mai quei giovani, in modo quasi sfrontato, vollero definire se stessi e i loro compatrioti non semplici contadini, bensì distruttori di foresta? L’impresa di conquista del territorio (eritwa ekihugo, “tagliare il territorio”) non si era ormai da tempo conclusa con la fondazione degli ultimi villaggi in prossimità del lago? Il fatto è che nel frattempo era stato fatto valere un altro modo di concepire e di attuare il progresso: quello della civiltà europea, imposto dalla colonizzazione belga. Tutti i primi decenni del Novecento furono un continuo scalzare l’idea indigena del “progresso a termine”.

Portiamo un caso esemplificativo. Nella loro conquista del territorio i Banande non distruggevano mai del tutto la foresta: lasciavano sempre intatte delle isole di foresta, rifugio di animali, di alberi, e soprattutto degli “spiriti della foresta”, da cui dipendeva anche il benessere degli umani. I belgi – amministratori e missionari – si diedero da fare per insegnare ai Banande che lì, in quei lembi di foresta, non c’erano affatto spiriti e che quindi si poteva, anzi si doveva, procedere allo sfruttamento integrale di quei pezzi di territorio. Si può in effetti sostenere che decenni di colonizzazione fecero sparire completamente gli spiriti della foresta. Subentrò così un altro spirito, che sopravvisse e addirittura si incrementò con la decolonizzazione: lo “spirito del capitalismo”, secondo cui terra e foresta non sono altro che risorse da sfruttare (con l’agricoltura e con l’attività mineraria).

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Chi erano dunque quei giovani che proclamavano orgogliosamente di essere abakondi? Erano gli esponenti di una cultura indotta a sostituire l’idea indigena di un “progresso a termine” (un progresso che deve concludersi) con l’idea di un “progresso senza fine”, senza limite, addirittura benedetto dal Dio di chi da fuori ha portato ricchezza, sviluppo, nuove tecnologie e nuovi bisogni: senza sapere che il “progresso infinito” è il fattore che maggiormente sconvolge le società umane. Quei giovani abakondi avevano preceduto di poco la “generazione kalashnikov”: ragazzi e persino bambini travolti dalle guerre senza fine di questa “ricca” regione dell’Africa, come ci ha spiegato Luca Jourdan in Generazione Kalashnikov (Laterza 2025).

 

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