
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero



1 giugno 2026
Cosa può fare una minoranza, quando la maggioranza ha già deciso? Per provare a rispondere a questa difficile domanda cito tre esempi che troverete ben documentati su questo numero.

Nel 2019 i Verdi europei hanno vissuto il loro momento di massima influenza e conquistato 74 seggi al parlamento Ue. In quel frangente, con un’opinione pubblica mobilitata dagli scienziati e dai movimenti ambientalisti, la prima commissione guidata da Ursula von der Leyen è stata disposta a varare il Green deal, il piano sulla transizione ecologica più ambizioso che l’Europa abbia mai adottato. Il progetto interpretava i desideri di un parlamento sollecitato dalle proteste per il clima e dal rinnovato interesse per le questioni ambientali.
Green deal, obiettivi, ritocchi e rinvii
Poi, nel giro di pochi anni, con la pandemia, la guerra, la cattiva gestione dei costi della transizione e il ritorno dei nazionalismi, quell’interesse è tornato a contare meno. Oggi i Verdi esprimono 53 deputati e la nuova maggioranza sta smontando pezzo dopo pezzo ciò che era stato costruito. A fare pressione, accanto ai governi, ci sono lobby talmente pervasive che, come racconta Vula Tsetsi, co-presidente dei Verdi europei, nei testi degli emendamenti presentati dagli eurodeputati a volte si trova persino la carta intestata delle aziende. Eppure il Green deal continua a esistere e a obbligare governi e imprese a fare i conti con obiettivi che non possono più essere eliminati.
La co-presidente dei Verdi europei, Vula Tsetsei: "Servono soldi e tempo per il Green deal"
Secondo esempio. Oggi chi prova a ottenere “giustizia climatica”, lo fa sempre più spesso attraverso i tribunali. Movimenti, organizzazioni non governative e cittadini portano in giudizio Stati e multinazionali, costringendoli a fare i conti con le proprie responsabilità climatiche davanti a un giudice, anche se quelli reagiscono in modo muscolare. In Italia, Eni ha chiesto 800mila euro di risarcimento a ReCommon per alcune dichiarazioni rilasciate in televisione, ma l’associazione non è sola e la causa va avanti.
Terzo e ultimo esempio. A Santa Marta, in Colombia, 57 paesi hanno deciso di intraprendere una strada alternativa alle lungaggini e ai veti dei grandi tavoli multilaterali, tracciando una roadmap concreta per rinunciare a carbone, petrolio e gas. Non la totalità del mondo o le potenze che contano di più, ma una minoranza di “volenterosi” che rappresenta un terzo dell’economia globale e che ha scelto di non aspettare.
Una prima parziale risposta alle domande iniziali potrebbe allora essere che il peso di una minoranza può variare, ma non è mai del tutto ininfluente. Lo spiega bene il fisico del clima Antonello Pasini: in un sistema complesso basta superare una certa soglia perché si generi un equilibrio diverso.
Santa Marta, una via oltre le Cop
In altri termini, non serve sempre la maggioranza per innescare il cambiamento, perché a volte basta raggiungere una massa critica sufficiente a rendere il vecchio equilibrio instabile. I movimenti, gli attivisti, i 57 paesi di Santa Marta che raccontiamo su questo numero stanno cercando di spingere quella soglia. Sta a noi decidere da che parte stare.
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Mentre in Europa il Green deal è sotto assedio, e le destre spingono per smontarlo pezzo dopo pezzo, dall'altra parte del mondo, diverse nazioni europee partecipano al gruppo di cinquantasette paesi "volenterosi" che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per avviare una reale uscita dal fossile
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