
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero



1 giugno 2026
Ha sfiducia verso la maggioranza che sta smontando il Patto verde, ma crede nelle forze ecologiste, che vede crescere in Europa e tra i cittadini. Greca cresciuta in Italia, dopo essere stata per venti anni segretaria generale all’europarlamento, Vula Tsetsi è oggi la co-presidente dei Verdi europei, partito che raggruppa ben 40 formazioni nazionali.
In Europa i verdi spingono il Green deal, la destra lo annacqua
Il Green deal era il grande progetto della passata legislatura e della stessa presidente della commissione, Ursula von der Leyen. Abbiamo assistito a molti progressi, ma negli anni 2022-23 i cristiano-democratici del tedesco Manfred Weber hanno radicalmente cambiato la loro posizione, adottando una chiara strategia di allontanamento dalla Nature restoration (il regolamento sul recupero delle aree naturali, ndr). La commissione si è adattata alla narrativa della destra secondo cui la transizione ecologica non porta benessere. Da quel momento in poi i passi indietro sono stati sempre più numerosi intensificati e la presidente ha abbandonato il suo progetto con la scusa della semplificazione, imposta dalle grandi lobby e dal suo stesso partito, il Partito popolare europeo.
Sì. Le transizioni – ecologica ed energetica – richiedono tempi certi e finanziamenti adeguati, perché non sono possibili senza affrontare costi iniziali. Come Verdi europei chiediamo una posizione unanime sulla revisione del patto di stabilità: serve flessibilità, come l’abbiamo avuta nel periodo covid. Invece cristiano-democratici, socialisti e liberali hanno voluto mantenere criteri rigidi: un errore enorme chiedere flessibilità solo per difesa e sicurezza, mettendo questi ambiti in contrapposizione alla transizione giusta. Ci siamo trovati però in un contesto geopolitico – dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente – che non facilita la transizione energetica. La transizione energetica permetterebbe all’Europa di essere indipendente dai dittatori del mondo. Purtroppo stiamo facendo un errore dopo l’altro. Prima subivamo la dipendenza dal gas della Russia di Vladimir Putin, ora siamo passati a quella dagli Stati Uniti di Donald Trump. Abbiamo bisogno di autonomia energetica non solo per ragioni geopolitiche, ma anche economiche. Da greca ho visto la povertà nel mio paese e quanto la gente soffra per i costi dell’energia: ma quel che è successo dieci anni fa in Grecia, adesso accade in tutta Europa.
La lista è lunghissima. Sembra che non toccheranno l’edilizia e l’efficienza energetica, ma non ho più fiducia perché la commissione è sotto pressione a causa di Weber e dell’estrema destra. A fine gennaio a Zagabria il Ppe ha firmato una strategia comune su immigrazione e ambiente sottoscritta anche da von der Leyen e dalla presidente del parlamento Roberta Metsola che, come rappresentanti delle istituzioni, non avrebbero dovuto farlo.
Le lobby dell’agroindustria, della chimica e del fossile sono fortissime. Nella mia passata esperienza da segretaria dei Verdi europei al parlamento era evidente: a volte negli emendamenti dei deputati trovavamo persino la stampa dei documenti prodotti dalle lobby. L’unico modo per ridurre questo impatto è la mobilizzazione dei cittadini e la pressione pubblica. Non si possono giustificare investimenti nei fossili al posto delle rinnovabili. Questo crea anche un’instabilità economica enorme: le industrie automobilistiche che hanno investito per rispettare la scadenza del 2035 ora si trovano davanti a un nuovo scenario e perdono competitività. Sull’auto elettrica le aziende europee sono già indietro rispetto alla Cina e più tempo passa, più penalizzeremo le industrie che sono state “buoni allievi”. Però la crisi delle grandi industrie automobilistiche in Italia e Germania ha provocato problemi anche ai lavoratori.
Per noi, il Green deal andava accompagnato da finanziamenti per poter assicurare quella transizione giusta. Ogni transizione costa e ha bisogno di tempi.
Nonostante il regresso del 2024 abbiamo avuto risultati incoraggianti, come il ritorno dei Verdi italiani a Bruxelles e successi in Lituania, Lettonia e Croazia. A livello locale abbiamo sindaci in grandi città come Amsterdam, Budapest, Zagabria, Riga, Monaco, Lione e Copenhagen. La gente vota chi dà garanzie su servizi pubblici, case popolari e trasporti. Dobbiamo spiegare chiaramente che l’ecologia è legata alla democrazia, alla società e alla creazione di posti di lavoro.
Al Partito verde europeo aderiscono più di 40 partiti ed è impossibile avere una linea comune su tutto. Il nostro errore passato è stato cercare di allinearci su ogni dettaglio. Oggi però l’obiettivo sono maggioranze chiare. Siamo uniti sulla lotta ai cambiamenti climatici, sulle politiche sociali, sui diritti fondamentali e contro le idee anti-europee e antidemocratiche. Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide. Restiamo contrari al nucleare: possono esserci differenze sui tempi del phasing-out (l’abbandono graduale di questa tecnologia, ndr), ma non vogliamo nuove centrali.
La battaglia fondamentale sarà il Multiannual financial framework (Mff), il quadro finanziario che fornisce agli Stati gli strumenti per investire. Dobbiamo anche superare il vincolo dell’unanimità e rendere l’articolo 7 (che permette la sospensione di uno Stato che viola i diritti fondamentali, ndr) davvero effettivo per sanzionare chi non rispetta i diritti fondamentali, come visto con l’Ungheria. Purtroppo l’estrema destra populista non è finita con Viktor Orban, ci sono state le elezioni in Bulgaria e bisogna guardare a quanto succede in Slovacchia. Continueremo a difendere il Green deal e ci impegneremo sulla questione dell’abitare e contro la speculazione edilizia. L'ecologia deve dimostrare di essere la soluzione per l'economia del futuro.
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Mentre in Europa il Green deal è sotto assedio, e le destre spingono per smontarlo pezzo dopo pezzo, dall'altra parte del mondo, diverse nazioni europee partecipano al gruppo di cinquantasette paesi "volenterosi" che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per avviare una reale uscita dal fossile