
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero




1 giugno 2026
Non è ancora il caso di dire se il patto verde per l’Europa sia stato un fuoco di paglia, acceso e bruciato in fretta. Forse è più un sisma seguito da scosse di assestamento. Promosso nel 2019 dalla commissione europea di Ursula von der Leyen al suo primo mandato, dopo l’ascesa dei Verdi al parlamento europeo e in un periodo cadenzato dalle manifestazioni dei Fridays for future, il Green deal è stato man mano annacquato negli anni. Nelle istituzioni dell’Ue la maggioranza politica adesso pende a destra e gli Stati Uniti di Donald Trump fanno sentire il loro peso, ma molti obiettivi, ancora ambiziosi, restano sul tavolo.
"Dal 2023 in poi la destra del Partito popolare europeo ha indurito le sue posizioni sulla transizione verde, in particolare quando si discutevano due misure – quella sull’industria automobilistica e quella sulle case verdi –, perché era una maniera comoda per acquisire consenso"Monica Frassoni - Fino al 2019 co-presidente dei Verdi europei
Alle elezioni del 2019 i partiti verdi registrarono un exploit. L’opinione pubblica si mostrava più sensibile al tema del cambiamento climatico, denunciato sia dai rapporti scientifici dell’Onu, sia dalla mobilitazione massiccia di giovanissimi che, seguendo l’esempio di Greta Thunberg, scioperavano per il clima. Un numero maggiore di europei concesse loro la fiducia alle urne, tanto che passarono da 52 a 74 seggi diventando una forza essenziale per la maggioranza all’europarlamento.
Su questa spinta la commissione europea, cioè il governo dell’Unione presieduto dalla tedesca Ursula von der Leyen (esponente della Cdu, forza liberal-conservatrice), presentò l’ambizioso piano chiamato Green new deal, che prevede riforme per azzerare entro il 2050 le emissioni nette di anidride carbonica, principale causa del riscaldamento globale. Presto, però, il vento cambiò.
Green deal, il piano economico verde europeo per salvare il pianeta
Con la pandemia del 2020 e con la guerra russa all’Ucraina nel 2022, mutarono sia il contesto sia le priorità politiche. Così come cambiò la composizione politica delle istituzioni europee dopo le elezioni del 2024. "Dal 2023 in poi la destra del Partito popolare europeo ha indurito le sue posizioni sulla transizione verde, in particolare quando si discutevano due misure – quella sull’industria automobilistica e quella sulle case verdi –, perché era una maniera comoda per acquisire consenso", commenta Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi europei fino al 2019. Alle urne nel 2024 molti europei scelsero sovranisti e destre, mentre i partiti verdi persero praticamente tutti i seggi in più guadagnati nel 2019, assestandosi a quota 53: la formazione politica che più aveva sostenuto il Green deal divenne così meno presente e influente, e le ambizioni vennero ritoccate al ribasso. A ciò, si aggiunse il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, che – tra dazi e lobby – ancora oggi si oppone alle politiche green europee e spinge il Vecchio continente all'acquisto di gas e petrolio a stelle e strisce, all’insegna del motto Make America great again.
Da due anni l’Ue, ancora a guida von der Leyen, sta retrocedendo su diversi punti del Green deal. E quello appena passato è stato l’anno di maggiore retromarcia. Il 13 novembre 2025 il parlamento ha approvato europeo il pacchetto Omnibus I, che allenta i requisiti previsti da due direttive europee sulla sostenibilità delle aziende: quella sugli obblighi di rendicontazione di sostenibilità e quella sulla due diligence, che impone alle imprese verifiche sull’intera catena di fornitori per prevenire violazioni dei diritti umani e ambientali.
Il Partito popolare europeo, che detiene la maggioranza relativa, anziché votare insieme alle altre forze della “maggioranza Ursula” (con socialdemocratici, centristi liberali e talvolta i verdi), ha scelto di allearsi con le forze di destra, tra cui il gruppo Conservatori e riformisti europei (a cui fa riferimento Fratelli d’Italia), dei Patrioti (Lega, Fidesz di Viktor Orban e Rassemblement national di Marine Le Pen) e dell’Europa delle nazioni sovrane (Futuro nazionale di Roberto Vannacci, ma anche Alternative für Deutschland). Si tratta di una maggioranza variabile che guarda agli estremi, ribattezzata “maggioranza Giorgia”. Per il leader Ppe Manfred Weber quel voto ha segnato "il giorno della fine della burocrazia europea".
Gli obblighi previsti dalle direttive approvate nel 2024 sono stati ridimensionati e resi validi soltanto per aziende molto grandi e dai fatturati molto alti. Nello stesso giorno, sono state approvate le proposte – avanzate dalla commissione – di porre un obiettivo intermedio più flessibile nel taglio delle emissioni di CO2, che dovrà raggiungere entro il 2040 la riduzione del 90 per cento rispetto ai livelli del 1990, e di rinviare di un anno l’entrata in vigore del sistema Ets2, legato agli Emission trading system, lo strumento per ridurre le emissioni di gas serra che incentiva chi inquina meno facendo pagare gli incentivi a chi inquina di più. Anche qui, centrodestra e destra hanno parlato di “buon senso”, mentre per socialisti e verdi si tratta invece di una resa politica che "svuota di significato il Green deal".
La “maggioranza Giorgia” è tornata due settimane dopo sul regolamento Ue contro la deforestazione, approvato nel 2023 dopo anni di negoziati: norme e requisiti di trasparenza sulla fornitura del legname sono stati rivisti al ribasso e rinviati di un anno. "La commissione ha ceduto alle pressioni di alcuni Stati membri, lobby e grandi aziende", ha denunciato Wwf Italia. Hanno esultato invece alcune aziende e associazioni di categoria, tra cui ad esempio anche gli editori di libri e giornali.
Deforestazione, chi accetterà le nuove norme europee?
"L’Europa rimane in prima linea nella transizione globale verso un’economia pulita"Ursula Von der Leyen
A dicembre, ancora, la commissione ha fermato la messa al bando delle auto a diesel e a benzina che andava attuata entro il 2035 (vedi articolo a p. 33). È "il più grande cambio di rotta sul Green deal", sintetizzava l’Ansa. "L’Europa rimane in prima linea nella transizione globale verso un’economia pulita", assicurava von der Leyen, mentre il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, parlava di "breccia nel muro dell’ideologia", il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e Stellantis hanno chiesto di fare ancora di più per le aziende. Abbassare il target di 10 punti percentuali, d’altro canto, "non è un completo ritorno indietro – nota Frassoni, che oggi presiede il think tank European alliance to save energy –. Siamo a circa il 37 per cento di riduzione". Insomma, c’è ancora molto margine di miglioramento e l’obiettivo resta ambizioso.
Gli ultimi tentativi di annacquare il Green deal riguardano il sistema Ets per l’industria e per la produzione di energia. Il governo italiano imputa a questo programma l’aumento delle bollette, ipotesi negata da molti scienziati, e a febbraio ne ha chiesto la sospensione, ma la commissione ha respinto l’appello, mentre Austria e Germania reclamano un riesame.
Bollette più alte? Non è colpa delle sanzioni a chi inquina. Gli scienziati scrivono al governo
"Riconoscendo l’esposizione geopolitica ed economica dell'Ue dovuta alla significativa dipendenza dai combustibili fossili importati, il consiglio conferma che la transizione energetica basata su energie pulite, abbondanti e prodotte internamente rimane la strategia più efficace per raggiungere l'autonomia dell'Europa"Dichiarazione per la diplomazia energetica e climatica
Il 15 luglio la commissione presenterà la sua proposta di revisione del sistema. A Bruxelles c’è il sospetto che molti governi abbiano incassato una grossa fetta dei ricavi generati dagli scambi (stimati in 260 miliardi di euro) senza destinarli alla transizione energetica. Inoltre, in vista dell’avvio (posticipato di un anno) del programma Ets2, l’Ue attiverà il Social climate fund da 86,7 miliardi di euro per sostenere famiglie vulnerabili e piccole imprese. Al netto di tutto, almeno a parole, la transizione energetica resta centrale per l’Europa, soprattutto in un periodo segnato dai rincari di petrolio e gas legati alle crisi geopolitiche in Medio Oriente, con l’attacco statunitense all’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz. Il principio è stato ribadito a chiare lettere il 21 aprile dal consiglio europeo dei ministri degli Esteri con una dichiarazione per la diplomazia energetica e climatica: "Riconoscendo l’esposizione geopolitica ed economica dell'Ue dovuta alla significativa dipendenza dai combustibili fossili importati, il consiglio conferma che la transizione energetica basata su energie pulite, abbondanti e prodotte internamente rimane la strategia più efficace per raggiungere l'autonomia dell'Europa".
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Mentre in Europa il Green deal è sotto assedio, e le destre spingono per smontarlo pezzo dopo pezzo, dall'altra parte del mondo, diverse nazioni europee partecipano al gruppo di cinquantasette paesi "volenterosi" che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per avviare una reale uscita dal fossile