
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero



1 giugno 2026
Uno sguardo corto, anzi cortissimo, che ci sta portando a sbattere. Non più tardi di dicembre scorso, l’Unione europea varava le ultime modifiche al Green deal, la normativa comunitaria sui temi ambientali. Obiettivi meno ambiziosi, regole meno stringenti, controlli meno rigidi. Meno impulso alla sostenibilità, per favorire la competitività industriale: questa la spiegazione più o meno dichiarata.
Sei mesi dopo, in piena crisi energetica dovuta alla guerra in Iran, anche i più accesi detrattori della conversione ecologica dovrebbero essersi resi conto che quelle scelte rischiano di rivelarsi un boomerang, e non certo un volano, per l’economia europea. Perché frenano la nascita di strategie diversificate, capaci di conciliare gli utili finanziari con l’impatto ambientale e sociale.
Arretrare nelle politiche verdi non è solo sbagliato sul piano etico, ma anche disastroso su quello economico. Significa vincolarsi a una visione geopolitica ormai in crisi: quella di un Occidente che detta le regole nel mercato dell’energia e delle materie prime, senza condizionamenti dall’esterno. Così non era più già da molto tempo, e lo sarà sempre meno.
Allora come si spiega questa miopia? Purtroppo è qualcosa che ci portiamo dietro da decenni, almeno a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando scienziati e climatologi di tutto il mondo hanno iniziato a parlare con sempre maggiore allarme del cambiamento climatico e delle sue conseguenza sulla vita del nostro pianeta. A lungo nessuno li ha ascoltati e qualcuno ha provato a mettere in dubbio la loro credibilità, fino a quando anche i governi hanno dovuto ammettere che le attività umane stavano mettendo in pericolo la Terra. Ma a questa presa di coscienza non sono seguite decisioni politiche forti. Certo, abbiamo visto i paesi discutere, confrontarsi e assumersi degli impegni che si sono però rivelati condizionati, dilazionati e sottodimensionati rispetto alla gravità della situazione.
Green deal, obiettivi, ritocchi e rinvii
Ma come è possibile vedere un pericolo davanti a sé e procedere ostinatamente in avanti? La colpa è dell’inerzia, quella forza che s’imprime a un corpo in movimento e lo fa continuare ad avanzare. In questo caso, però, non si è trattato di una forza in senso fisico, ma di una debolezza in senso politico!
Un’incapacità di fermarsi, interrogarsi, comprendere la portata della sfida e poi intervenire su quei meccanismi che ci stanno portando verso il baratro. Meccanismi di natura sociale e soprattutto economica, stili di produzione, distribuzione e consumo. E stili di vita che su questi si modellano in maniera acritica, perché è la cosa più comoda da fare. Sempre la fisica ci dice che maggiore è la massa del corpo in movimento e maggiore è la sua inerzia. E il nostro è un corpo senza dubbio massiccio, anzi colossale. Mi riferisco solo al nostro contesto, quello europeo, perché è ciò di cui si occupa il dossier nelle prossime pagine.
Qual è la massa che fa aumentare l’inerzia della Unione europea verso il disastro ecologico? È un insieme di interessi economici che rifiutano di scendere a patti con i dati sull’inquinamento, sulla perdita di biodiversità, sul cambiamento climatico. È la massa delle disuguaglianze, che fa pesare molto di più sulla bilancia politica i privilegi di pochi rispetto ai diritti di molti. È il macigno dell’ignoranza, che ci rende tutti corresponsabili perché non sufficientemente informati.
Purtroppo dobbiamo dircelo: la situazione peggiora anche perché i grandi gruppi di potere politico ed economico non hanno intenzione di cedere un’unghia dei propri profitti o della propria influenza. Ma anche perché la maggior parte dei cittadini e delle cittadine fa resistenza rispetto all’idea di cambiare in maniera radicale le proprie abitudini di vita. Rinunciare ai viaggi confortevoli e veloci, alle consegne di beni a domicilio, alle monoporzioni impacchettate in tonnellate di plastica, a consumi alimentari insostenibili.
Lo strapotere delle lobby smonta il Green deal: così l'industria detta legge in Europa
Se le politiche fanno passi indietro e in pochi si scandalizzano significa che siamo di fronte a un più generale arretramento della consapevolezza e del senso civico. Tutti, o quasi, preferiamo chiudere un occhio, anzi due, e andare a sbattere contro le conseguenze certe ma apparentemente ancora lontane del cambiamento climatico, piuttosto che guardare in faccia la realtà e invertire la rotta.
E la stessa cosa accade con le politiche sociali, il contrasto alle povertà, la gestione dei fenomeni migratori: si conoscono i problemi, le “malattie” del sistema, ma invece di intervenire sulle cause si mette un cerottino, sempre più piccolo. Contro la vista corta o la tendenza a voltare lo sguardo, dicono che esista un solo rimedio: andare a sbattere e capire finalmente che è il momento di cambiare occhiali e direzione.
Il problema è che la botta non la prenderanno i gruppi di popolazione più ricchi, perché i privilegi economici e sociali funzionano come un gigantesco airbag di fronte ai contraccolpi della storia. A restare feriti saranno come sempre i più fragili ed esposti, che pagheranno il costo salato dei disastri ambientali in termini di salute, lavoro e diritti.
Non rassegniamoci a questo! Mettiamo la politica di fronte alle sue responsabilità e dimostriamoci pronti a frenare, noi per primi, quell’inerzia che genera scelte perdenti per (quasi) tutti i cittadini e le cittadine d’Europa.
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Mentre in Europa il Green deal è sotto assedio, e le destre spingono per smontarlo pezzo dopo pezzo, dall'altra parte del mondo, diverse nazioni europee partecipano al gruppo di cinquantasette paesi "volenterosi" che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per avviare una reale uscita dal fossile
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