Milano, 21 marzo 2023. Don Luigi Ciotti nel corso del suo intervento in occasione della Giornata di memoria e impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (Foto di Marco Donatiello)
Milano, 21 marzo 2023. Don Luigi Ciotti nel corso del suo intervento in occasione della Giornata di memoria e impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (Foto di Marco Donatiello)

Dietrofront sulle politiche ambientali, festeggia solo il potere

I grandi gruppi politici ed economici non intendono rinunciare ai loro profitti e frenano sulla conversione ecologica prevista dal Green deal. A pagarne le conseguenze saranno le fasce più fragili della popolazione

Luigi Ciotti

Luigi CiottiDirettore editoriale lavialibera

1 giugno 2026

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Uno sguardo corto, anzi cortissimo, che ci sta portando a sbattere. Non più tardi di dicembre scorso, l’Unione europea varava le ultime modifiche al Green deal, la normativa comunitaria sui temi ambientali. Obiettivi meno ambiziosi, regole meno stringenti, controlli meno rigidi. Meno impulso alla sostenibilità, per favorire la competitività industriale: questa la spiegazione più o meno dichiarata.

L'arretramento sul Green deal

Sei mesi dopo, in piena crisi energetica dovuta alla guerra in Iran, anche i più accesi detrattori della conversione ecologica dovrebbero essersi resi conto che quelle scelte rischiano di rivelarsi un boomerang, e non certo un volano, per l’economia europea. Perché frenano la nascita di strategie diversificate, capaci di conciliare gli utili finanziari con l’impatto ambientale e sociale.

Il potere delle minoranze

Arretrare nelle politiche verdi non è solo sbagliato sul piano etico, ma anche disastroso su quello economico. Significa vincolarsi a una visione geopolitica ormai in crisi: quella di un Occidente che detta le regole nel mercato dell’energia e delle materie prime, senza condizionamenti dall’esterno. Così non era più già da molto tempo, e lo sarà sempre meno.

Allora come si spiega questa miopia? Purtroppo è qualcosa che ci portiamo dietro da decenni, almeno a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando scienziati e climatologi di tutto il mondo hanno iniziato a parlare con sempre maggiore allarme del cambiamento climatico e delle sue conseguenza sulla vita del nostro pianeta. A lungo nessuno li ha ascoltati e qualcuno ha provato a mettere in dubbio la loro credibilità, fino a quando anche i governi hanno dovuto ammettere che le attività umane stavano mettendo in pericolo la Terra. Ma a questa presa di coscienza non sono seguite decisioni politiche forti. Certo, abbiamo visto i paesi discutere, confrontarsi e assumersi degli impegni che si sono però rivelati condizionati, dilazionati e sottodimensionati rispetto alla gravità della situazione.

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Verso il baratro

Ma come è possibile vedere un pericolo davanti a sé e procedere ostinatamente in avanti? La colpa è dell’inerzia, quella forza che s’imprime a un corpo in movimento e lo fa continuare ad avanzare. In questo caso, però, non si è trattato di una forza in senso fisico, ma di una debolezza in senso politico!

Un’incapacità di fermarsi, interrogarsi, comprendere la portata della sfida e poi intervenire su quei meccanismi che ci stanno portando verso il baratro. Meccanismi di natura sociale e soprattutto economica, stili di produzione, distribuzione e consumo. E stili di vita che su questi si modellano in maniera acritica, perché è la cosa più comoda da fare. Sempre la fisica ci dice che maggiore è la massa del corpo in movimento e maggiore è la sua inerzia. E il nostro è un corpo senza dubbio massiccio, anzi colossale. Mi riferisco solo al nostro contesto, quello europeo, perché è ciò di cui si occupa il dossier nelle prossime pagine.

Qual è la massa che fa aumentare l’inerzia della Unione europea verso il disastro ecologico? È un insieme di interessi economici che rifiutano di scendere a patti con i dati sull’inquinamento, sulla perdita di biodiversità, sul cambiamento climatico. È la massa delle disuguaglianze, che fa pesare molto di più sulla bilancia politica i privilegi di pochi rispetto ai diritti di molti. È il macigno dell’ignoranza, che ci rende tutti corresponsabili perché non sufficientemente informati.

Purtroppo dobbiamo dircelo: la situazione peggiora anche perché i grandi gruppi di potere politico ed economico non hanno intenzione di cedere un’unghia dei propri profitti o della propria influenza. Ma anche perché la maggior parte dei cittadini e delle cittadine fa resistenza rispetto all’idea di cambiare in maniera radicale le proprie abitudini di vita. Rinunciare ai viaggi confortevoli e veloci, alle consegne di beni a domicilio, alle monoporzioni impacchettate in tonnellate di plastica, a consumi alimentari insostenibili.

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Se le politiche fanno passi indietro e in pochi si scandalizzano significa che siamo di fronte a un più generale arretramento della consapevolezza e del senso civico. Tutti, o quasi, preferiamo chiudere un occhio, anzi due, e andare a sbattere contro le conseguenze certe ma apparentemente ancora lontane del cambiamento climatico, piuttosto che guardare in faccia la realtà e invertire la rotta.

E la stessa cosa accade con le politiche sociali, il contrasto alle povertà, la gestione dei fenomeni migratori: si conoscono i problemi, le “malattie” del sistema, ma invece di intervenire sulle cause si mette un cerottino, sempre più piccolo. Contro la vista corta o la tendenza a voltare lo sguardo, dicono che esista un solo rimedio: andare a sbattere e capire finalmente che è il momento di cambiare occhiali e direzione.

Il problema è che la botta non la prenderanno i gruppi di popolazione più ricchi, perché i privilegi economici e sociali funzionano come un gigantesco airbag di fronte ai contraccolpi della storia. A restare feriti saranno come sempre i più fragili ed esposti, che pagheranno il costo salato dei disastri ambientali in termini di salute, lavoro e diritti.

Non rassegniamoci a questo! Mettiamo la politica di fronte alle sue responsabilità e dimostriamoci pronti a frenare, noi per primi, quell’inerzia che genera scelte perdenti per (quasi) tutti i cittadini e le cittadine d’Europa.

Da lavialibera n° 39

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2026 - numero 39

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