Michel Forst. Foto: N. Sclippa
Michel Forst. Foto: N. Sclippa

Minacce contro gli attivisti del clima. Il relatore Onu: "Stiamo assistendo a una rivoluzione eroica dei cittadini"

Governi e multinazionali minacciano migliaia di persone in tutto il mondo, solo perché denunciano la crisi climatica. Un fenomeno in aumento anche in Europa, tra leggi repressive e limitazione della libertà di espressione. Intervista a Michel Forst, relatore speciale Onu sui difensori dell'ambiente

Natalie Sclippa

Natalie SclippaRedattrice lavialibera

29 maggio 2026

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Ha viaggiato per il mondo per due anni, ascoltando gruppi di attivisti, associazioni, giornalisti indipendenti minacciati, colpevoli di aver denunciato l’inazione di Governi e multinazionali per contrastare la crisi climatica. Ha poi esaminato le storie, trovando tendenze comuni, tra cui l’uso della forza, la limitazione della libertà di espressione e l’utilizzo di strumenti legislativi con conseguenze pesanti. 

Il mandato di Michel Forst, relatore speciale Onu sui difensori dell’ambiente nell’ambito della Convenzione di Aarhus, ha l’obiettivo di far emergere le storie di migliaia di cittadini che nel mondo che si oppongono alle devastazioni delle loro terre, all’estrattivismo cieco, alla repressione sproporzionata delle forze dell’ordine. Una responsabilità istituzionale che gli consente di proteggere gli attivisti che vivono nei Paesi che hanno ratificato la Convenzione di Aarhus, che permette alle persone di accedere alle informazioni ambientali, partecipare alle discussioni su questi temi e accedere alla giustizia. L’abbiamo intervistato durante un recente viaggio in Italia. 

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Forst, cosa è emerso dal suo viaggio?

Stiamo assistendo a una rivoluzione eroica in cui le persone scendono in piazza, perché si oppongono all’inazione contro la crisi climatica. Sono associazioni, ma anche singoli cittadini che non appartengono ad alcuna organizzazione, che non si fidano più della politica e usano nuove forme di mobilitazione per alzare la voce su alcune questioni, come quella ambientale. Un movimento eterogeneo che si è molto evoluto, specie in Europa: si tratta di attivisti che non denunciano l’inerzia dei Governi per “anticipare i tempi”, ma al contrario, perché si sentono in ritardo rispetto all’emergenza ecoclimatica. Lo sanno e, per questo, agiscono. 

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Allo stesso tempo, è cresciuta anche la criminalizzazione. 

Sì, la tendenza repressiva è preoccupante. In particolare, stiamo assistendo a tre fenomeni. Il primo è una “inflazione legislativa”, ossia l’approvazione di nuove leggi mirate specificamente a colpire gli attivisti climatici e coloro che utilizzano queste nuove forme di disobbedienza civile. Lo stiamo notando in un numero sempre maggiore di Paesi, come Francia, Regno Unito e anche l’Italia. Il secondo è che sempre più persone vengono portate in tribunale e condannate a pene altissime, talvolta addirittura incarcerati. 

"Stiamo assistendo a una tendenza repressiva preoccupante: si approvano nuove leggi per colpire gli attivisti, si portano in tribunale i cittadini, condannandoli a pene altissime e si fa ricorso a una retorica di Stato che usano espressione come 'ecoterroristi' e 'talebani verdi', dimenticando la storia"

C’è stato un cambiamento anche nel linguaggio? 

Certo. E questo porta alla terza modalità di criminalizzazione, che riguarda quella che definiamo la retorica di Stato, usata da ministri, parlamentari e politici che utilizzano espressioni come "ecoterroristi", "talebani verdi" o "khmer verdi", dimenticando al contempo cosa siano i talebani, cosa fossero i khmer in Cambogia negli anni Settanta e cosa siano, di fatto, i terroristi oggi. Utilizzando questi termini, questi politici non solo prendono di mira le persone, ma anche la causa per cui combattono. E la criminalizzazione, per me, non è solo una sorta di fenomeno isolato. È una politica decisa dagli Stati, a volte non sempre in modo esplicito.

Come si concretizza questo bavaglio alla libertà di dissenso? 

L’introduzione di nuove leggi che colpiscono gli attivisti rende l’azione legale più incisiva. Pensiamo solo all’utilizzo di denunce, fogli di via, alcune volte il carcere, anche quando le azioni sono nonviolente. E queste politiche vengono replicate tra Stati. Mi spiego: un Paese inserisce un nuovo reato contro le proteste e un altro lo copia, legittimando l’inasprimento delle pene. Stati, polizia e magistratura si confrontano e cercano di applicare i sistemi che si dimostrano efficaci.

Al centro del suo mandato c’è la protezione dei difensori. Cosa manca ancora?

La sensibilità tra avvocati e giudici sulla tutela della disobbedienza civile è ancora scarsa: è un obbligo internazionale ancora poco compreso a livello nazionale. Il rischio è quello di incorrere in pesanti sanzioni o addirittura al carcere e non ricorrere all’appello.

Potrebbe fare la differenza? 

Se gli appelli alla Corte europea dei diritti dell'uomo cominciassero a essere di più, ci sarebbe la possibilità di decidere in un contesto più globale e di informare gli Stati

Assolutamente sì. Se gli appelli cominciassero a essere di più, avremmo la possibilità di analizzare il contesto  e di informare sulle modalità con cui la Corte europea valuterebbe la situazione. Ma per ora, sono troppo pochi, perché un iter lungo costa molto e spesso avvocati e giudici non sono preparati.

I legali delle multinazionali, al contrario, sono esperti in queste materie. Quali interessi si scontrano?

"Ciò che mi colpisce e mi preoccupa sono i legami che vediamo sempre più spesso tra politici e aziende estrattive, che hanno il potere di influenzare i legislatori dei paesi"

Si tratta di una lotta che vede da un lato la democrazia e diritti umani, e dall’altro attori potenti. Ciò che mi colpisce e mi preoccupa sono i legami che vediamo sempre più spesso tra politici e aziende estrattive, che hanno il potere di influenzare i legislatori dei paesi.
A livello globale, c’è poi un grande doppio standard. Ci sono Paesi dell’Unione europea che finanziano grandi programmi per la protezione dei difensori dell’ambiente in altre parti del mondo. Ma quando le rivendicazioni diventano un affare di politica interna, non considerano queste persone difensori dei diritti umani o dei diritti ambientali. Uno dei miei obiettivi è far sì che gli stati capiscano che devono essere più coerenti e uniformi.

Il 3 e 4 giugno si terrà a Strasburgo un forum dedicato difensori dell'ambiente. Qual è l’obiettivo?

Il primo giorno sarà dedicato esclusivamente a un incontro tra difensori, per imparare gli uni dagli altri e condividere testimonianze. Il secondo giorno sarà incentrato sul dialogo tra governi e altri attori e difensori dell’ambiente. Verranno presentate ai governi messaggi importanti dagli difensori, legati alla protezione dell’ambiente e alla loro protezione, e si aprirà una discussione in cui speriamo che ci sia una risposta concreta da parte degli Stati.

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