Foto di Mattia Poli su Unsplash
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Whistleblower e accountability, le parole che mancano all'italiano

Whistleblower e accountability sono due termini intraducibili che rivelano una lacuna profonda della nostra cultura in tema di trasparenza. I Giochi olimpici ci hanno mostrato a che costo

Alberto Vannucci

Alberto VannucciProfessore di Scienza politica, Università di Pisa

1 giugno 2026

«Le parole sono importanti!». L’ormai proverbiale invocazione di Nanni Moretti in Palombella rossa offre lo spunto per riflettere su una questione speculare: l’assenza di parole è altrettanto importante. Il silenzio della lingua può risultare istruttivo. L’impossibilità di trovare nel proprio strumentario lessicale il termine con cui descrivere un concetto o un fenomeno è un sintomo illuminante delle resistenze sociali e culturali a coglierne la natura, persino a concepirne l’esistenza.

Whistleblower: in italiano chi denuncia è una spia

Ad esempio dal 2012, svariati provvedimenti legislativi – da ultimo sollecitati da una direttiva comunitaria – hanno introdotto anche in Italia le piattaforme per la segnalazione riservata dei potenziali illeciti all’interno di enti pubblici e privati. Il “segnalante” viene rappresentato come una figura virtuosa che, talvolta in un ambiente lavorativo ostile, reagisce a ingiustizie, abusi, ruberie e altre condotte socialmente e organizzativamente nocive. Eppure i testi normativi hanno dovuto ripiegare sulla parola inglese whistleblower – testualmente «soffiatore nel fischietto» – per descrivere colui che nella lingua di Dante e Manzoni avrebbe potuto essere etichettato solo dispregiativamente quale infame, spia, delatore, giuda, traditore, corvo, sicofante.

Manca un termine italiano, appunto, per convertirne il reale significato. Questo vuoto già ci racconta molto del persistere di un humus di valori sociali diffusi che riecheggia già nei cori di derisione dei bambini («chi fa la spia non è figlio di Maria»). Lo ha approfondito la ricerca scientifica, inquadrandolo come una manifestazione della fragilità del senso civico e dell’attenzione alla cura del bene comune, a fronte dell’attrattiva di solidarietà particolaristiche maturate in cerchie ristrette, tipiche ad esempio del cosiddetto “familismo amorale”.

Accountability: una parola senza patria

Un’equivalente lacuna lessicale – forse ancora più preoccupante – accompagna i goffi tentativi di applicare in Italia l’espressione accountability: un termine che anche in questo caso occorre mutuare dall’inglese. La sua radice è latina, ossia computare, eppure solo nel contesto anglofono il termine assume un significato intraducibile alle nostre latitudini. La accountability è infatti la disponibilità e la capacità di spiegare e rispondere delle proprie azioni, ossia letteralmente di «rendere conto» ad altri del proprio operato, assumendosene piena responsabilità. Si è cercato di veicolarne il senso con le imprecise conversioni lessicali in «responsabilità», «responsabilizzazione», fino al ragionieristico «rendicontazione».

Ma quello che accountability vuole rappresentare non è una «resa dei conti» indifferenziata e finale, del tipo «chi sbaglia paga», né un mero esercizio contabile. Proietta invece l’idea di tenere fede a quanto previsto o promesso attraverso un percorso tracciabile, trasparente, giudicabile e quindi sanzionabile in tutte le sue fasi. Risulta accountable il decisore che si assume l’impegno di rispondere di motivazioni ed effetti del proprio operato, rendendoli conoscibili, dandone spiegazione e giustificazione, esponendosi a una valutazione pubblica, facendosi carico delle ricadute della loro messa in discussione ed eventuale sanzione. Inutile lambiccarsi: fa difetto una parola italiana capace di catturare i tratti e la stessa logica di questo tipo di processo.

La matrice dell’assenza lessicale va ricercata ancora una volta in fattori di natura culturale e istituzionale. In Italia un simile modello di accountability appare letteralmente inconcepibile. Di certo lo è nel settore pubblico, laddove la quasi totalità dei dirigenti – oltre il 90 per cento – è annualmente remunerata con retribuzioni di risultato per il proprio contributo a quella che sembrerebbe brillare come la burocrazia più efficiente al mondo. Ma il discorso non cambia in ambito privato: basti pensare ai tanti manager che, nonostante affossino i bilanci delle loro aziende, si vedono premiati con bonus, gratifiche e buonuscite milionarie. Dominano ovunque l’opacità dei percorsi decisionali, l’ambiguità degli obiettivi, la schermatura dei loro esiti, la sordità o la chiusura all’ascolto, l’ottusità nell’apprendere dagli errori.

Nessun politico o amministratore ha mai fatto ammenda o è stato chiamato a rispondere della malagestione di Torino; facile prevedere che nessuno lo sarà per quella di Milano-Cortina

Da Torino a Milano-Cortina: vent’anni sprecati

Dopo le Olimpiadi invernali di Torino 2006 sembrava inimmaginabile poter reiterare l’immane spreco della pista da bob da 110 milioni e dello stadio da trampolino da 34 milioni, entrambi lasciati ad agonizzare, poi abbandonati, vandalizzati, oggi in via di smantellamento, con ulteriori costi. Eppure, vent’anni dopo, per le Olimpiadi di Milano-Cortina sono stati spesi altri 120 milioni di euro per realizzare un nuovo impianto da bob – poche decine gli atleti tesserati in Italia, ossia i potenziali utenti – già danneggiato e inutilizzabile al termine delle gare, che richiederà oltre un milione per l’eventuale ripristino e circa 1,5 milioni l’anno di futura manutenzione.

Non sorprende che la Fondazione Milano Cortina, già segnalata dai report di Libera su OpenOlympics2026 per la resistenza a fornire dati e informazioni necessari al monitoraggio civico – ossia alla propria accountability – oggi batta cassa per far ripianare dagli enti pubblici gli oltre 300 milioni di buco di bilancio lasciati in eredità ai contribuenti italiani. Nessun politico o amministratore ha mai fatto ammenda o è stato chiamato a rispondere della malagestione di Torino; facile prevedere che nessuno lo sarà per quella di Milano-Cortina. Se nelle Olimpiadi esistesse la disciplina della “fuga dall’accountability”, la classe dirigente italiana vincerebbe la medaglia d’oro

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